Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 99 - Novembre 2019

di AA.VV.

01_giannideGIANNI DENITTO - Kala Remixes (2019, Oyez!)
world, electro, jazz

Gianni Denitto è un virtuoso del sassofono, e nei due dischi finora pubblicati si è sempre posto l’obiettivo di ricercare la trasversalità. Il più recente, “Kala”, risale allo scorso anno, e trova ora un’appendice ancor più contaminata in questa raccolta di versioni remix, nella quale world, jazz ed elettronica si amalgamano alla perfezione. Esotismi e contemporaneità vanno a braccetto in sette tracce che rivedono cinque brani di “Kala” (“Air China” e “Touki Bouki” vengono rivisitate due volte), fra aromi desertici, influenze mediorientali, rifrazioni dub, consistenze urban, slanci pseudo-lounge e derive rasta. Un nomadismo musicale costruito un mattoncino alla volta, frutto di viaggi e collaborazioni, un percorso artistico e geografico completato ora dall’intervento di Dj e producer che aggiungono ulteriori speziature al già ottimo lavoro di Denitto. Un disco che può funzionare sia fra le pareti di casa che negli ampi spazi di un club, sia con le abbaglianti luci del giorno che con l’avvolgente oscurità della notte (Claudio Lancia7,5/10)


02_nopeoplCACTUS? - No People Party (Costello’s, 2019)
new wave

I tre giovani e caparbi Cactus? approdano al disco su lunga distanza, ma cortissimo, dopo una valida anteprima che già poneva le loro credenziali d’immaginifico post-punk postmoderno, l’Ep “Sorry For My Accent” (2016). In “No People Party” prosegue anzitutto la sfilata di rave-up già ben avviata: le sincopi svirgolanti di “Late Night Noises”, l’inno rap di “Sam Battle”, ma anche una “Cough Syrup Makes Me Cry” che già prefigura una invocazione astrale tendente quasi allo struggimento. La loro elettronica “cheap” quasi diventa negazione più estrema di sempre delle tecniche della musica colta, e la cosa funziona egregiamente in “Dull Gaze”, frastornata ed eccitata da voluttuose scariche di distorsione. Il suono si nutre impavidamente degli ultimi rifiuti del trend nu-wave per restituire una musica per il corpo sia calcolata che incontrollata, sia innocua che allucinata. Le vere sorprese però accadono quando il terzetto usa la medesima (non-)metodologia per scardinare a loro modo le porte della percezione. “See Me Cry”, placida ma altamente dissociata in senso Barrett-iano, impiega un accompagnamento dinoccolato di riverberi di chitarra e batteria eccitata per diventare serenata schizoide. Così “Pop Tape”, con una lunga coda di accordi acidi e angelici, e la rarefatta, improbabile “Shy Hearts Club”, con carillon di tastiera e batteria ubriaca ma insistente. Da Vicenza a Madchester: il mezzo di locomozione è un usato di seconda mano (anche il big-beat, Fatboy Slim qua e là), l’approdo una forma irruenta d’ipersatura soft-psichedelia danzante. I tre sfidano il kitsch, ripartono dalla bassa qualità degli scantinati, poggiano senza remore sull’approssimazione scriteriata, e così danno basi a un nuovo conio, ancor più dichiaratamente disimpegnato, per quel “No” che fu della “Blank Generation” (Michele Saran7/10)


03_laagoLAAGO! - Le fasi del sonno (42 Records, 2019)
it-pop

Andrea Catenaro, ex cantante dei Jacqueries, musicista dell’area romana, di quelli intorno ai trent’anni, si rimette in gioco attraverso un nuovo progetto, subito accolto da 42 Records, label in questo momento fra le più attente nello scandagliare nuove tendenze. Andrea si muove in territori che spaziano dall’it-pop di casa Calcutta e Giorgio Poi (“Dormi!”) alla migliore tradizione cantautorale italiana (“La notte e le idee”), senza rinunciare a significative trasfusioni di baustellismo (“Niente” sembra davvero un Bianconi apocrifo) e a qualche digressione strumentale (fra le quali spicca il bel closing della title track). In più, rispetto a molte produzioni nostrane, “Le fasi del sonno” si distingue per un paio di contributi di rilievo internazionale: Bob Nastanovich dei Pavement e Jason Lytle dei Grandaddy. Fra struggimenti post-adolescenziali (“Marianna”) e qualche brano un tantino più strutturato (l’andatura in crescendo di “Occupato”) “Le fasi del sonno” si impone come un nuovo esordio più che convincente (Claudio Lancia7/10)


04_errERRI - Non Importa (Viceversa, 2019)
songwriter

Passato un esordio solista certamente convinto ma ancora vieppiù formativo, “Dentro la stessa tempesta” (2016), Carlo “ERRI” Natoli prosegue la personale ricerca-canzone approdando, con accresciuta consapevolezza, agli arrangiamenti complessi come congegni d’alta precisione del secondo “Non importa”. Nella scarna e breve “Non c’importa” sopravvive l’unica concessione di Natoli al ritornello convenzionale: le canzoni più che altro prendono abbrivio da poesie decadenti e si alimentano per mezzo di segni sonici discordanti a montare in sottofondo. E che infine dilagano in code post-psichedeliche dove versi poetici e crescendo dissonanti trovano una fusione d’intenti. Esempi supremi sono il maledettismo post-shoegaze di “Splendore eterno”, la pittura sonora di droni vocali, sirene, angeli e invocazioni in un sostrato di brezze e palpiti elettronici di “Ignoto spazio profondo” (modellata con l’apporto di Blindur), la fulminante urgenza narrativa di “Luce”, la schizofrenia funerea di “Antoine D’Agata va in frantumi”. Questi conflitti trovano una pace quasi insperata in un pezzo minore proveniente dall’album precedente, “I tuoi anni migliori”, qui rivisitato da Nicola “Bologna Violenta” Manzan per soli contrappunti barocchi d’ensemble d’archi e campionamenti parlati, che suona come l’attestazione definitiva di un’accresciuta ambizione. Disco, insieme, di mire elevate e di profondità tragiche, di tensioni sottocutanee, anche diseguale e non così rigoroso, qua e là persino ostico, “di guarigione, di riappacificazione, di lotta interiore e ferite da rimarginare” (Natoli). Qualche remora sul canto poco empatico, comunque equiparabile ai vari Jason MolinaPall Jenkins. Dediche e riferimenti: Antoine D’Agata, Emma Goldman, Carlo Giuliani, suo padre, “Lessico familiare”, “Eternal Sunshine”. Altri ospiti nei pezzi inferiori: Defolk, Silent Carnival, Od Fulmine (Michele Saran6,5/10)


05_griseGRISELDA MASALAGIKEN - La struttura del vuoto (Skank Bloc, 2019)
songwriter

Sospeso tra blues scarno e cantautorato, il musicista romano Griselda Masalagiken completa la sua “trilogia del tempo" con brani che hanno il pregio di parlare in modo chiaro, semplice ma non banale alle ansie delle nuove generazioni (l’insicurezza, la rabbia social, la ricerca spasmodica di un lavoro sicuro e sereno). Quasi un concept dedicato ai giovani senza voce e senza speranza, interamente elettrico (abbandonata la chitarra acustica del precedente “Memorie del nervo ottico” e la tastiera del primo Lp “I demoni nel taschino”) ma figlio di un processo di sottrazione continuo a ricordare parte del rock de sud degli States. Tra cantautore che si ispira a De Andrè e suoni ruvidi e taglienti il viaggio di Griselda Masalagiken, pur non spiccando per originalità dei suoni, chiude la trilogia comunicando elementi della contemporaneità molto spesso vissuti ma non percepiti nella loro interezza (Valerio D’Onofrio6,5/10)


06_tristTRISTAN DA CUNHA - Onda Do Mar (Brigante, 2019)
post-rock

Terzo lavoro per il progetto post-rock pavese di Francesco Vara (chitarra) e Luca Scotti (batteria), “Onda Do Mar”. I 9 minuti di “A Sea God Or Something Similar”, probabilmente finora il loro acuto artistico, vantano un inciso dimesso e imponente, capolavoro di chitarrismo polifonico, e un percussionismo ostinato. Quando i due s’incontrano raggiungono per qualche istante un pinnacolo d’intensità degno dell’“Ascension” di Glenn Branca. Meno impeto e più sentimento da adagio sinfonico tardo-romantico pervadono i sette minuti di “Onda Do Mar”, solcati da droni vibratili come schiere di mandolini dissonanti. “Too Deep For Us” è invece una valanga shoegaze con luccicante chiusa di sogno. Anticipato da una cassetta breve, “A Voz Das Conchas” (2019), che fa da calibrata anteprima. Non un disco del duo ma un disco di Vara accompagnato da Scotti, non per niente il più filologico (cioè il più acquatico) rispetto al nome dell’Isola dell’Atlantico al largo di Città del Capo di cui il nome del complesso. Sottile ma significativa la differenza, specie rispetto al precedente “Praia” (2018) che infatti lo supera di quel tanto in compattezza d’intenti: la chitarra domina grandiosa e indoma, impronta quasi con prepotenza le improvvisazioni, propaga titanismo, descrittivismo e misticismo con toni spontaneamente celestiali, più che oceanici. Ne fa da prova lo smarrimento di riverberi nel recitativo spaziale di chiusa (“Outro”). Co-prodotto con Casetta, Dischi Del Minollo e Delphic. Edito in cassetta da Teschio Dischi (Michele Saran6,5/10)


07_dorianDORIAN ONCE AGAIN - Bianco selenico (autoproduzione, 2019)
songwriter

Il progetto solista del multistrumentista romano Fabrizio Diana, Dorian Once Again, si esprime una volta di più nella sua anti-grammatica approssimativa post-wave con “Bianco selenico”. Nei suoi techno-pop la qualità grezza regna sovrana, senza sconti, da quelli esotici da spiaggia post-Battiato (“E verrai ancora estate”) a quelli pregni dell’asetticità del tardo Battisti, migliorandola in caos e fragore (“Quelle rose sono in fiore”), talmente molesti nelle proprie movenze sgraziate da fare involontario (ma glorioso) sciupio della ballabilità più bovina. Diana a suo modo sa comunque arrangiare e caratterizzare, grazie alla padronanza delle tastiere elettroniche, in particolare tramite pianismi di una certa raffinatezza, “Tempo”, la più metafisica (pianoforte alla “Great Gig In The Sky” dei Pink Floyd, ticchettio alla “Magic Bus” dei Who, parlottio convulso alla Wyatt), “Tu non dirmi”, la più stridula (sorta di tabarin dissonante), quindi “Buio”, “L’equazione”, fino al lento sentimentale “L’alba”. Quasi totalmente analogo al precedente e suo debutto “Memento Mori” (2018), che era spostato sul blues chitarristico (a cui si rifà “Social Mente Remastered”): dunque sinceramente impavido d’inconsapevoli scollature armonico-ritmiche, stecche celate dietro al filtro elettronico, commoventi sgradevolezze da mezzi rudimentali sfruttati oltre i limiti consentiti. Non tocca granché la genialità (non è Ridgway chi vuole), ma - un occhio al commentario social-esistenziale e l’altro all’eccentricità da freak - Diana consegue con merito il suo attestato nelle “Oblique Strategies” di Eno. Anticipato da un concept-singolo, “Nihil il Nulla” (2019) (Michele Saran6/10)


08_unoaUNOAUNO - Barafonda (Ribess, 2019)
post-hardcore

Il trio milanese dei unoauno dà un seguito al debutto “Cronache carsiche” (2017) con “Barafonda”. Stilisticamente i pezzi ancora rimbalzano entro il perimetro dell’ideale quadrilatero del post-punk declamato italico, descritto dalla “Valium Tavor Serenase” dei Cccp, i primi Massimo Volume, e le più recenti emanazioni, il Teatro Degli Orrori e il post-emo all’italiana di Fine Before You Came e Stormø. Non molta differenza, infatti, rispetto al disco precedente appare da “La pietra” a “Panorama”, a parte delle più accentuate gragnuole saettanti di batteria. Fa la sua apparizione un sintetizzatore, dapprima timidamente in “Autobahre” per fungere da fulminea catarsi in mezzo alle sfuriate (idea discreta ma troppo distratta), quindi con più decisione nella prima strofa di “Costa Adriatica” per sottolineare il rallentamento del tempo punk in favore di una prima trance solenne-confessionale, infine nella trance più esplicita, “Non ci siamo mossi di un passo”. Ma nonostante questo piccolo sforzo d’evoluzione il combo continua a suonare derivativo, pur tagliente. A ergersi quanto a completezza e personalità è a mani basse “Diane”, un proclama da imbonitore tra panneggio elettronico luciferino e sfogo catastrofico noise. Prodotto da Franco “Francobeat” Naddei, che sottolinea la spinta vocale di Giangi e ben confeziona la loro propensione alla secchezza netta e concisa (Rocco al basso e Mauri alla batteria in visibilio). Un gioiellino d’isteria moralista bombarola per chi (millennials) non ha conosciuto gli evidenti referenti, una curiosità in forma d’elettroshock per gli altri. Pieralberto Valli dei Santo Barbaro compare al canto nel momento più evanescente, “Rivoluzioni”, ma forse, con “Diane”, anche più profetico (Michele Saran6/10)


09_kuadraKUADRA - Cosa ti è successo (Maninalto, 2019)
alt-rock, electro, rap

E’ rock, è rap, è musica elettronica. Un lavoro multidirezionale, in altri tempi lo avrebbero definito crossover, il quarto disco firmato dai Kuadra, registrato e mixato da Giulio Ragno Favero, che ne ha curato anche la direzione artistica. Lo spettro sonoro disegnato dal quartetto lombardo spazia dal vocoder molto Bon Iver di “Naomi” alle influenze hip-hop di “Quarto Reich”, dalla vena malinconica che permea “Mio padre” sino all’alt-rock un po’ Fast Animals And Slow Kids de “La scelta”. Le spirali electro di “Daniela” chiudono l’album, con un testo tutt’altro che rassicurante, del resto gli argomenti affrontati nelle dieci tracce di “Cosa ti è successo” toccano non di rado tematiche sociali ed esistenziali. Un mezzo mai banale per caratterizzarsi (Claudio Lancia6/10)


10_lolaLOLA & THE WORKAHOLICS - Romance (Workaholics, 2019)
reggae-pop

Già percussionista di una crew dancehall del salentino, Working Vibes, fondata dal Dj Massimo “Papa Massi” Pasca, Giancarlo Di Vanni (Gaeta) compie la medesima operazione del predecessore come producer e fondatore di Lola & The Workaholics, con base a Livorno: la vocalist Aurora “Lola” Loffredo, più chitarra, basso, i beat elettronici dello stesso Di Vanni, e, tocco etnico (slavo) in più, un violino. Tre sicure highlight nel primo “Romance”, “Kiss Me” e “Obvious” per tastare appena le capacità caotiche ed eccentriche degli strumentisti, e una “Libera” come showcase per l’istrionismo Matia Bazar-iano della cantante (oltre alle potenzialità impressionistiche del violino). Colmano un po’ il vuoto che ne segue la novelty che dà il titolo all’album e qualche incursione reggaeton (“Diva”) e dub (“Curry Muffin”). Di Vanni impagina secondo modi gerarchici, efficaci nella loro convenzionalità: prima la sua base ritmica, quindi Lola, ne esalta il babelico multilinguismo e la propensione extra-verbale di versetti e gemiti, quindi il violino, poi il resto. Confezionato dopo nemmeno un anno dall’inizio dell’avventura, a parte la bravura della frontwoman (però presuntuoso competere con Grace Slick in “White Rabbit”) è un disco di divertimento fiacchetto che, però, punta – o vorrebbe puntare – all’impasto ardito, la dotta divagazione (Michele Saran5/10)

Playlist
GIANNI DENITTO - Kala Remixes (Oyez!, 2019)
CACTUS? - No People Party (Costello’s, 2019)
LAAGO! - Le fasi del sonno (42 Records, 2019)
ERRI - Non Importa (Viceversa, 2019)
GRISELDA MASALAGIKEN - La struttura del vuoto (Skank Bloc, 2019)
TRISTAN DA CUNHA - Onda Do Mar (Brigante, 2019)
DORIAN ONCE AGAIN - Bianco selenico (autoproduzione, 2019)
UNOAUNO - Barafonda (Ribess, 2019)
KUADRA - Cosa ti è successo (Maninalto, 2019)
LOLA & THE WORKAHOLICS - Romance (Workaholics, 2019)
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