Dieci Piccoli Italiani

N.150 - Febbraio 2024

di AA.VV.

01_dearboDEAR BONGO - DEAR BONGO EP (autoprod., 2024)
post-hardcore, post-punk, noise

“Don’t Talk To Me About Work”: l’imprecazione loureediana diventa un urlo primordiale nel debutto autoprodotto del quartetto marchigiano ricollocato a Bologna, che già dalla copertina in stile “Ha! Ha! Ha!” palesa la propria insofferenza per l’alienazione dei nuovi salariati. A spazzare il campo dagli equivoci provvede subito “Travet”, che ha anche il pregio di mappare la nervosa faccenda: l’ago della bussola si inchioda esattamente a metà tra il post-hardcore sgolato dei Drive Like Jehu e il post-punk smascellato dei Fall, con l’istrionico Simone Felici a indossare la maschera grottesca che fu di David Thomas e Captain Beefheart (quest’ultimo anche ispiratore della ragione sociale, se si prende per buono il famigerato carteggio con il pen friend Bono Vox).“Unfulfilled” alza l’asticella psicotica evocando il Jon Spencer di “Now I Got A Worry”, tra sbraiti più dementi che demenziali, ma anche le sfuriate cadenzate dei Don Caballero. Più regolare “What Do You Say?”, da far invidia ai Parquet Courts, complici il basso Lally-iano di Davide Ingiulla e l’indefesso motorik di Fabio Remedia. Chiude la sferragliante “Hobo Talks”, dal repertorio dei Dead Horses, con le chitarre di Paolo Vaglieco e dello stesso frontman a toccare con mano il piombo fuso dei Big Black. Compatto e creativo, un robusto antidoto ai soprusi padronali, amministrato in soli 12 minuti e mezzo (Ossydiana Speri7/10)


02_antoniobANTONIO BORGHINI - BANQUET OF CONSEQUENCES (We Insist!, 2023)
third stream

Contrabbassista del milanese, Antonio Borghini emerge nel risveglio transterritoriale della musica improvvisata che attraversa gli anni 2000 e s’intensifica verso fine decennio, spesso a stretto contatto con la batteria di Cristiano Calcagnile: “Casa 3” (2002) dei Casa Trio, “Crooning The Anger” (2006) con gli Henry Taylor, “Ma io ch’in questa lingua” (2008) dei Chant, “Blind Tail” (2009) con gli Headless Cat, “Elegy For The Punk Movement” (2010) degli Orange Room, “Seamlessy” (2010) dei Melly’s Tree, “Six Dances Under” (2010), il progetto più personale con il sestetto dei Malebranche, fino a “Eco d’alberi” (2011), il culmine artistico. Una non meno cospicua attività estera (Sequoia, Der Lange Schatten, Die Hochstapler e Hook Line And Sinker) lo porta infine a realizzare un disco solo a proprio nome, “Banquet of Consequences”. Dopo tanti anni trascorsi a disintegrare, qui l’intento è ricostruire. La più parossistica è l’eponima di 9 minuti, da glaciazioni da camera a un motivo corale persino intonato dalle mezze voci degli strumentisti che prende da “Battle Hymn Of Republic” (ma anche da “L’esercito del surf”). “The Flop” passa invece da un funk scapestrato e iper-staccato a una jam bebop sopra le righe, e sulla falsariga “Parade” suona come un “raddensando” nevroticamente turbolento che conduce a un concertino genericamente gioviale, mentre “Umfundisi” dissolve un free-jazz collettivo Coleman-iano in una scattante fanfara cubana. Distinto esempio di jazz “ricostitutivo” dal caos alla forma (melodica); quasi superfluo specificarlo: la parte interessante rimane il procedimento e non il risultato. Nei brani di più corto respiro si ritasta il musicista particellare improvvisativo, come il bozzetto gestualista piano-percussioni di “First Dialogue”, un’improvvisazione per archi, “Second Dialogue” e per soli fiati, “Third Dialogue”. Strumentisti malleabili: Pierre Borel (sax alto), Tobias Delius (sax tenore), Anil Eraslan (cello), Rieko Okuda (piano), Steve Heather (batteria) (Michele Saran6,5/10)


03_babaBABAU - EX ABRUPTO! (autoprod., 2023)
abstract

I due Babau (Luigi Monteanni e Matteo Pennesi, Macerata) interrompono le attività creative dopo il loro gioiello, l’Ep “Papalagi” (2015), ma anni dopo le riaccendono nella modalità concerto dal vivo. A testimonianza arriva il pezzo unico di 51 minuti “Ex Abrupto!” registrato live al festival eponimo di Moià nel 2021. Pur decurtabile, pur senza senso e senza forma, e pur senza picchi, espone la loro usuale maniera originalmente disinvolta di gestire il reame dello “pseudo”: pseudo-musique concrete (di pseudo-natura), pseudo-melodie elettroniche, pseudo-voci, pseudo-sentori di “fourth world” Jon Hassell, pseudo-percussioni e pseudo-ritmi. Su tutto, un tenore di pseudo-improvvisazione. Doppio esito: uno stroppiante pot-pourri in vischio digitale e un poema elettronico all’avanguardia per la generazione di Iglooghost. Seguito da “Looongplay” (2023) in collaborazione con Bienoise (Michele Saran6,5/10)


04_weekendm_600WEEKEND MARTYR - GASTRIN (Cruel, 2024)
garage-rock

Il duo con base a Livorno dei Weekend Martyr, Riccardo Prianti (voce, basso e chitarra) e Elia Lazzerini (batteria e cori), viaggia nell’oscurità fin quando incontra il guru della produzione neopsichedelica Marco Fasolo, che per “Gastrin” diventa anche membro aggiunto alle tastiere nelle retrovie. La novelty di duri accenti glam “Perez” fa da base: si ritrasforma slanciata e sfrigolante (benzina Neu) nella title track e rallenta sorniona (i Wire di “Strange”) per “Lighter”. Fin qui neanche l’ombra di un refrain. “Stranger” allora cambia tutto per donarsi ai droni ribattuti dei Velvet Underground e impostare un (piuttosto ininfluente) motto in coro. Molto più sincera l’esplosione pop di “Scammed”, come se avessero raggiunto un risultato dopo una serie di tentativi. “Stunned” è un’altra punta, stavolta cupa, anche se il vero protagonista è più di tutto il fruscio elettronico dissonante che la genera. Dopo una Doors-iana, sospesa “Bog”, “Hands” trionfa con il suo fiero pastiche folk-psichedelico celtico-indiano. Terzo e loro migliore album, seguito dell’omonimo (2019) e “Wires” (2021), con una seconda parte vincente per distacco che poteva diventare un gioiellino d’Ep. Molto bene le distorsioni, ampie, febbricitanti, e nondimeno credibili, comprese quelle elargite dal nuovo bassista Giulio Maria. Toglie validità invece la voce cocciutamente filtrata alla maniera dei Strokes, e le relative melodie. Lazzerini spesso sublime. Co-prodotto con Gigia Booking (Michele Saran6,5/10)


05_sebastianol_600.SEBASTIANO LILLO - LOVING DUENDE (Trulletto, 2023)
alt-rock

Succede di tutto un po’ in “Loving Duende” di Sebastian Lillo. Si può passare comodamente da un onesto jazz-rock progressivo d’incipit, “Tostadora”, a una sorta di bozza di ska-beat revival, “Cat’s House”; da una lamentazione Black Heart Procession come “Loving Duende” a una “Feelin’ Like Sheep” che potrebbe assurgere a replica (aggiornata) del blues-rock dei primi Fleetwood Mac; da uno stomp desertico con carillon melodico come “Shaman From South-East” a un surf “tarantiniano” come “Babylonya”, fino al tex-mex di “Agua Santa”. Non difetta di varietà l’opera prima del cantante e chitarrista pugliese (in trio con Dado Penta, basso, e Teo Carriero, batteria), e di certo non brilla per coerenza. Troppo facile additarvi mancanza di direzione e identità: il fil rouge c’è e va scoperto anche tramite la valente fattura delle costruzioni che si deve alle sue doti di produttore-arrangiatore, qui in particolare visibilio. Di contorno ma non secondari gli interventi di Paolo Palmieri (tastiere), Bodah (chitarra) e Antonio Fallacara (tromba). Illustrazioni: Rossella Mercedes (Michele Saran6/10)


06_bengalafBENGALA FIRE - LA BAND (BOC, 2024)
power-pop

Vera sorpresa di “La Banda”, debutto dei quattro trevigiani Bengala Fire, sta nello spettacolino-maratona di 12 minuti di “Laura Cyberpunk”, da un recitativo su sfondo elettronico a meccanico emo-pop, con una coda che incrocia le due code per eccellenza, “Hey Jude” e “Comfortably Numb”. Il nucleo delle canzoni riuscite, invero abbastanza folto (“Magnolia”, “Bobby Eroina”, “Kerosene”, “Boh Amore”, e il vertice patetico-sanremese “Peggy”), si ottiene sfrondando scontate oleografie grunge-pop Nirvana-Pixies come “Serenissima Malcontenta”, o scontate oleografie nu-wave Editors-Bloc Party come “Sogni chirali”, ma anche i loro manifesti fin troppo pruriginosi, “La Band” e la filastrocca twist “Bengala 77”. Scoperti e rilanciati come new sensation italica (finalisti a X Factor 2021 patrocinati dal solito Agnelli), e in realtà attivi da una decade sulle retrovie tra sporadici singoli e intensa frequenza live, fanno un decente pop elettrificato sulle sferze di una pimpante sezione ritmica. Non poca derivazione e non poco passatismo, in una sanificata mistura di brit e italo. Ben diretta la loro foga - esplosiva e insieme contenuta - dall’operato congiunto di Rodrigo D’Erasmo e Daniele Tortora che forse vale più di tutto. A cercare i nuovi Måneskin si trova qualcosa di meglio. Partecipazione all’80a Mostra del Cinema di Venezia (videoclip di “Serenissima Malcontenta”). Co-prodotto con Pioggia Rossa Dischi (Michele Saran6/10)


07_saraparSARA PARIGI - STANZA (Viceversa, 2024)
songwriter

Chiusa la brevissima esperienza in duo coi Lady In The Radiator, la cantante Sara Parigi si butta a capofitto nella carriera solista con “Stanza”. In realtà anche questa è un’esperienza a due data la presenza a volte persino dominante degli arrangiamenti sperimentali di Alessandro Fiori. In “Specchio” deve star dietro a un andamento trip-hop e districarsi tra ronzii e archi classici, ma in “Rive” prende slancio da fanfare e sincopi rallentate di matrice soulstep. Quando agguanta il timone, “Nina”, riesce a intonare un’aria sacra attorniata da carillon, e per “Abbraccio” arriva a un apice di canto demente. Un po’ d’equilibrio lo raggiungono numeri come “Animale” (tribalismo, scie elettroniche e fisarmonica) e “Pelle” (organetti stonati e falsetto attonito). Il momento più fedele al suo primale cuore folk-pop è “Edera”, avvolta e allucinata da brezze digitali (anche una prosecuzione-esplorazione della “Campestre” dei Cccp). La ballata altamente lirica, confessionale e spesso criptica, e insieme fragile, spezzata e instabile diventa la specialità della neoautrice d’origini pratesi, e ha una controindicazione negli eccessi cubisti, deliranti ma pure seriosi, talvolta solo cervellotici, ripieni di strumenti e suoni scontrosi, che qua e là convergono in una caricatura della Bjork di mezzo. Postmodernismo pop con qualche grado d’innovazione, prendere o lasciare. Singoli: “Rive” e “Animale” con video curati da John Snellinberg (Michele Saran6/10)


08_tiTIR - NOSFERATU (Ribess, 2023)
electro

I due TIR (Marco Pandolfini e Giulio Goffredo Giorgetti, dal riminese) ritornano dopo “Clima” (2017) per una sonorizzazione del classico di Murnau, “Nosferatu”, suddivisa in vasti “atti” ciascuno a metà via tra poemetto elettronico e suite. In ben 22 minuti “Atto I” non propone che cenni di musica cosmica lenta e crepuscolare, anche se nel mezzo si scuote in una polka scandita da grugniti di mostro. Nell’“Atto II” (17 minuti) tocchi del post-barocco kitsch di Badalamenti mutano in respiro oscuro di droni distorti. Unico momento di pathos caotico in mezzo a tanti giochicchiamenti sta nel “IV”, ma gli spunti più interessanti vengono con il “III”: ritmo-contrappunto fatto di voci a cappella in un vortice di effetti sonori, florilegio di bubbolii marziani, sibili di bufera e voci angosciate, suspense di lamenti catacombali. L’“Atto V” infine non fa germogliare i (pochi) semi gettati. Concepito e suonato in stile vecchia maniera (pletora di strati di sintetizzatori elettronici), in parte rielaborato al laptop, annacquato e ridondante (qualche leitmotiv qua e là non giova), poco fortificato (voci affascinanti ma pure eccezioni). Operetta generosa - 95 minuti - di transizione. Copertina disegnata da Makumbo degli Hotel Colon (Michele Saran5/10)


09_matteomaMATTEO MANCUSO - THE JOURNEY (Players Club, 2023)
jazz-rock

Dal cosmo della fusion tricolore emerge con successo internazionale il chitarrista palermitano Matteo Mancuso e il suo primo “The Journey” in cui si presenta subito sterzando spericolatamente, ma sempre col massimo controllo, dall’hard-rock (“Silkroad”) allo swing (“Polifemo”), anche se poi le rispettive prosecuzioni (“Drop D”, “Blues For John”) già inclinano all’esibizionismo. Sul fronte degli episodi nudamente virtuosistici, più che la fulminea “Falcon Flight”, si fa largo una arcadica, ornata “Open Fields”, ma, di nuovo, a estendere la pratica si rischia la caccola: l’eponima “The Journey” sbanda verso la muzak da ambulatorio. Figlio d’arte di quel Vincenzo Mancuso già chitarra turnista dei Camaleonti che qui co-scrive apportando i momenti più jazzati. Irreprensibile versatilità, non solo tra generi (flamenco, bebop, etc) ma anche tra tecniche (sia fraseggio languido Clapton-iano che fitto contrappunto classico) e modalità (dall’elettrica all’acustica come se si cambiasse la maglia). Limite tutto giovanile sta nella superficialità nell’approccio, da mano di vernice passata malamente e non essiccata, un girellare istrionico fine a sé stesso. Brani più affannati che appassionati, anche per via di comprimari (su tutti la batteria di Gianluca Pellerito) spesso ridotti a figurine di carta. Preceduto da un’ospitata con la Pfm dal vivo (Michele Saran5/10)


10_dunDUNBO - COLPA NOSTRA (autoprod., 2023)
songwriter

I passi di fuoriuscita artistica dal collettivo hip-hop di appartenenza (i Borghetto Boyz) del ligure Mattia “Dunbo” Girasole li veicolano i singoli “Mama” (2019), “Pietre lunari” (2019), “Giornate storte” (2019), l’Ep “Mai stato lucido” (2020), quindi “Santa Maria” (2020), “Ancora in piedi” (2021), “Woody” (2021) con Sami River, “Rumore” (2021), “Venerdì” (2021) e “Nelle tasche” (2022). Pur sempre supportato dal fratello produttore e co-compositore Luca “Lukino” Girasole, con “Strike” (2022) e soprattutto l’Ep “Bss” (2022), oltre ai recenti “Vagabondo” (2023) e “Vorrei essere a Miami” (2023) vi si emancipa del tutto. Il problema di “Colpa nostra”, sulla carta il primo album lungo ma nella sostanza un altro Ep enfiato di cose smozzicate, è però la ricaduta nel cantautorato pop ultraleggero. Dopo l’intro, la luminescente svagatezza freestyle di “Colpa tua”, la sovrapposizione di autotune e chitarra acustica in “Pazzo” mostra una potenziale buona trasformazione di suono, ma dura troppo poco. Ancor più prossima al folk paesano è “La ballata della fortuna”, un’onesta fusione di vecchio e nuovo, con un po’ di generosità equiparabile nel piglio alla “Città vecchia” di De André. Poi però c’è un goffo tentativo di inno-denuncia generazionale, “Gabri e Chiara”, che legittima uno strascico di canzoni di registri neosanremesi e patetismi contro la droga nello stile di “Silvia lo sai” di Carboni. Troppe zoppie didascaliche, troppi sottotitoli d’approssimazione e troppe lacrime di coccodrillo - e proprio striminzita una qualche originale musicalità - in questo atto di penitenza post-adolescenziale la mattina dopo gli stravizi (Michele Saran4/10)

Discografia

DEAR BONGO - DEAR BONGO EP(autoprod., 2024)
ANTONIO BORGHINI - BANQUET OF CONSEQUENCES(We Insist!, 2023)
BABAU - EX ABRUPTO!(autoprod., 2023)
WEEKEND MARTYR - GASTRIN(Cruel, 2024)
SEBASTIANO LILLO - LOVING DUENDE(Trulletto, 2023)
BENGALA FIRE - LA BAND(BOC, 2024)
SARA PARIGI - STANZA(Viceversa, 2024)
TIR - NOSFERATU(Ribess, 2023)
MATTEO MANCUSO - THE JOURNEY(Players Club, 2023)
DUNBO - COLPA NOSTRA(autoprod., 2023)
Pietra miliare
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  Dear Bongo

  Antonio Borghini

  Babau

  Weekend Martyr

  Sebastiano Lillo

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  Sara Parigi
  TIR
  Matteo Mancuso
  Dunbo