Song To The Siren

La canzone che unì Jeff Buckley ed Elizabeth Fraser

“Song To The Siren” non costituisce solo uno dei momenti più alti del canzoniere di Tim Buckley. Quella ballad travagliata, scritta dal folksinger americano nel 1967, registrata più volte e pubblicata solo tre anni dopo su "Starsailor", diverrà una sorta di stargate familiare e generazionale, un sottile filo rosso in grado di unire legami e destini. A partire da quelli del figlio Jeff e della sua musa Elizabeth Fraser, la divinità aliena del dream-pop.

Il lungo viaggio di "Song To The Siren"

Scritta da Tim Buckley nel 1967 insieme al suo paroliere Larry Beckett, "Song To The Siren" ebbe un percorso tortuoso. La prima versione, eseguita dal vivo nel 1968 durante l’ultimo episodio della serie tv "The Monkees", era scarna, esile: Tim con una dodici corde e poco altro. Alcuni versi erano differenti, tra cui il celebre “I am puzzled as the oyster”, che sarebbe poi diventato “I’m as puzzled as the newborn child” su "Starsailor". Tim, insoddisfatto delle prime incisioni, rimaneggia un po' il testo e ce la consegna profondamente diversa: la placida, inoffensiva andatura viene tramutata in pathos elettrico, cori glaciali e interpretazione vocale più che mai sofferta e spettrale. Ne esce il capolavoro dell'album, una delle misconosciute perle nascoste del canzoniere americano. Una ballata psichedelica che sembra giungere a noi da un luogo fuori dal tempo. “Una combinazione perfetta tra melodia e testo”, la definirà Beckett.

Com’è tristemente noto, Tim Buckley. morì a soli 28 anni, la sera del 29 giugno 1975 a Santa Monica, in California, per overdose di eroina e alcol. Il figlio Jeff avrà sempre un rapporto complesso con la sua musica. Inevitabile, se si considera che non ebbe con lui alcun tipo di relazione oltre a un incontro isolato quando aveva otto anni. “Ha lasciato mia madre quando avevo sei mesi – rivelò Jeff Buckley a Nme - Quindi non l’ho mai davvero conosciuto”. Ma quando Jeff avvia la propria carriera musicale il confronto diviene inevitabile. In tanti sostengono che stesse seguendo le orme del padre, con lui a tentare di ribattere: “Siamo nati con le stesse caratteristiche, ma quando canto, sono io. Questo è il mio tempo, e se la gente si aspetta che io faccia per loro le stesse cose che faceva lui, resterà delusa”.
Eppure, nonostante tenti di scrollarsi di dosso ogni affinità, Jeff avverte quel legame, destinato inevitabilmente ad affiorare. Nel 1991 accetta di cantare una sua canzone a un concerto commemorativo. Prima di eseguire “Once I Was”, tuttavia, rivela che era stata sua madre a fargli conoscere la musica di Tim quando era più grande, dopo che per anni era rimasto inconsapevole di chi fosse suo padre o di cosa facesse.

Nel 1994 quelle emozioni riemergono nel suo album d’esordio, il capolavoro “Grace”. In “Dream Brother” Jeff mette in guardia un amico dall’abbandonare la sua famiglia, cantando: “Don’t be like the one who made me so old/ Don’t be like the one who left behind his name/ ’Cause they’re waiting for you like I waited for mine/ And nobody ever came”. Versi che lasciano trasparire un dolore mai metabolizzato.
Ma sarà un’altra voce a far definitivamente incontrare i mondi di Tim e Jeff, unendoli idealmente per sempre: il canto di sirena di Elizabeth Fraser.



La sirena dream-pop

Il canto delle sirene giunge dalla Gran Bretagna eterea del dream-pop di marca 4AD. L’etichetta fondata nel 1979 da Ivo Watts-Russell e Peter Kent si caratterizza per la propensione verso una new wave atmosferica, oscura, dai forti significati simbolici che avrà per campioni proprio i Cocteau Twins di Liz Fraser (voce) e Robin Guthrie (chitarra), modelli di quello che verrà definito dream-pop, e i Dead Can Dance di Lisa Gerrard e Brendan Perry, esegeti del lato propriamente esoterico del movimento, fino a sconfinare nella world music. Ma Ivo Watts-Russell vuole spingersi ancora più in là: proprio dall'idea di una cover di "Song To The Siren" ad opera dei Cocteau Twins, l’architetto della 4AD passa a un progetto più ambizioso: un supergruppo aperto che coinvolga i nomi più importanti della label, coordinati dallo stesso discografico in veste di produttore, allo scopo di realizzare un vero manifesto sonoro, una celebrazione del comune percorso musicale.
Nascono così i This Mortal Coil e l'album “It'll End In Tears”, pubblicato nel 1984. Sono presenti in esso, oltre ai due gruppi succitati, ovviamente protagonisti, membri di band come Cindytalk, Colourbox, The Wolfgang Press, Xmal Deutschland, Modern English, oltre ad altri musicisti tra cui il bassista Simon Raymonde che si unirà poi in pianta stabile ai Cocteau Twins per il loro capolavoro successivo, "Treasure". I contributi musicali sono di due tipi: cover d'autore si alternano a brani originali (quasi tutti strumentali) nel creare una atmosfera omogenea e coerente.

La scelta delle cover è il tratto distintivo dell'album, giacché si tratta di una studiatissima serie di omaggi a personaggi maledetti, tormentati, eroi rimasti nell'ombra della storia del rock anni Sessanta e Settanta come proprio Tim Buckley e Alex Chilton dei Big Star che proprio grazie a questo disco verranno riscoperti dalla generazione new wave. In "Song To The Siren", sugli sparsi tocchi di chitarra di Guthrie, Fraser riesce a tramutare la tensione all'infinito, romantica e tipicamente anni Sessanta del Tim Buckley di "Starsailor", in qualcosa di diverso. La versione dei This Mortal Coil evoca infatti una dimensione liminare, di dialogo e compenetrazione tra l'aspetto corporeo, terreno della voce della donna-madre e il suo corrispettivo fantasma lunare, elusivo e irriducibilmente consegnato all'oltre, il cui archetipo è Diana-Ecate. Questa duplicità della sfera femminina, che rende la donna il viatico verso l'altrove per tanti viaggiatori della letteratura, attraverso il sollevamento spirituale dell'amore (vogliamo ricordare Dante e Beatrice?), rende indispensabile il ricorso ossessivo alle voci femminili di un progetto musicale come questo. Nessuna però, nell'ambito This Mortal Coil, riuscirà a spingersi dove è arrivata Liz Fraser con "Song To The Siren". Divinità delle acque del mare, limitare dell'aldilà, protettrice delle soglie e dei trivi (le strade perdute ?), portatrice di luce nella notte, dea lunare, Ecate, in quanto rappresentazione dell'archetipo eterno femminino, è alla base del mondo sonoro This Mortal Coil e delle sue coordinate culturali, che si spingono sino all'ambito sacrale senza scivolare nel facile neo-paganesimo di tanto post-punk, ma conservando l'elegante austerità di chi si mette, prestando orecchio alla notte, in relazione profonda con l'oltre-mondo.

Colpo di fulmine

La cover dei This Mortal Coil folgora il giovane Jeff Buckley. Una vera epifania. Quella versione di “Song To The Siren” suonava come la più irresistibile delle esortazioni a riconnettersi con l’eredità paterna attraverso una lente nuova e meravigliosa. Decide di contattare Fraser. E l’incontro tra i due è un altro colpo di fulmine. Tra il 1994 e il 1995, Elizabeth è reduce dalla separazione burrascosa da Robin Guthrie, suo compagno di vita per tredici anni nonché padre della sua unica figlia Lucy Belle. Jeff sta cercando finalmente una sua via attraverso le canzoni di "Grace". Sono entrambi fragili, smarriti. Tra i due nasce una travolgente love-story.
Fraser racconterà molti anni dopo: “Mi idolatrava prima ancora di conoscermi. E questo mi faceva un po’ paura. Eppure ero così anch’io con lui. È imbarazzante, ma è la verità. Non potevo fare a meno di innamorarmi di lui. Era adorabile”. I due si scambiano idee, impressioni, sogni, persino i diari. “Ho letto i suoi diari, lui ha letto i miei – ricorderà ancora Fraser - Ce li passavamo consegnando all’altro cose molto personali, e non l’ho mai fatto con nessun altro”. E seppur restasse una distanza enigmatica (“A volte pensavo: ‘Oh no, non riesco proprio a entrare nel mondo di Jeff”, rivelerà ancora), l’incontro si rivelerà anche per la cantante scozzese un dono inatteso: “Era come ricevere una scatola di colori - racconterà in una retrospettiva Bbc - Come se nella mia vita fossero tornate tutte queste sfumature”.



Il duetto perduto

I due si trovano coinvolti in una relazione dai risvolti tumultuosi. I loro incontri durante i rispettivi tour promozionali di quell’anno sono appassionati e turbolenti. Nonostante le voci che girano intorno alla loro storia, Buckley fa di tutto per mantenere la privacy, negando sempre la loro relazione in pubblico, mentre Fraser traspone in canzoni scritte le gioie e i dolori del suo amore per Jeff.
L’incontro produrrà anche un misterioso duetto, mai pubblicato se non in un bootleg del 1996. Un brano in cui le voci dei due si fondono alla perfezione e le imprecisioni della presa diretta – tra sussurri e risatine - rendono tutto ancora più speciale: "All Flowers In Time Bend Towards the Sun". L’ascolto di quella demo, circolata per anni sottobanco, lascia trasparire un’intimità palpabile, al punto che pare quasi di violarla. Con i due che riconoscono la loro connessione naturale e, nonostante il dolore del passato, si lasciano andare all’amore, “piegandosi verso il sole”: “All flowers in time bend toward the sun/ I know you say there’s no one for you/ But here is one”.

La relazione tra i due finirà nel 1995, logorata dai tempi diversi delle loro vite: Jeff sempre in viaggio per "Grace", Liz in tour con i Cocteau Twins per promuovere l’Ep “Twinlight”. Anni dopo, Fraser confesserà: “Con il senno di poi vorrei essere stata più un’amica per lui. La sua carriera era tutto in quel momento e vorrei essere stata più comprensiva, vorrei essermi saputa accontentare di una relazione diversa. Mi è mancato qualcosa in quel momento ed è stata una mia colpa”.
Nel 1997 Jeff Buckley muore annegato nel Wolf River a Memphis, in circostanze tragicamente simili – eppure totalmente diverse – da quelle che avevano portato via suo padre. Fraser è in studio con i Massive Attack a registrare "Teardrop". “Era così assurdo - dirà al Guardian - Avevo ritirato fuori le lettere che ci eravamo scritti. ‘Teardrop’ è in qualche modo dedicata a lui. O almeno a me suona in questo modo, ho bisogno di riuscire a perdonarmi”.
Elizabeth Fraser rimarrà nei Cocteau per altri due anni segnati dalla dipendenza dalle droghe di Guthrie e dal proprio esaurimento nervoso fino al definitivo scioglimento, una scelta dolorosa che causerà una frattura insanabile nei rapporti successivi con l’ex-compagno.

“Song To The Siren” resterà così l’istantanea di un felice e tumultuoso incontro tra due spiriti affini, il fragile cantore di “Grace” e l'eterea chanteuse di Grangemouth. Suggellando anche l’ideale ricongiungimento tra gli universi di Tim e Jeff Buckley, padre e figlio, uniti da un immenso talento e da un destino avverso.

(Contributi di Ariel Bertoldo e Lorenzo Salzano)

29/11/2025