Del
minimalismo possiamo rintracciare frammenti in quasi ogni piega della cultura occidentale contemporanea. Dall'architettura all
'interior design, fino a quello stile di vita ridotto all'osso che esalta la capacità di ridurre tutto all'essenziale: pochi oggetti, scelti per la loro funzione e la loro geometria asciutta. Neppure la musica è rimasta impermeabile, con fondamenta riduzioniste che poggiano su titani come
Steve Reich,
Terry Riley e
La Monte Young, inaugurando nella seconda metà dei
Sessanta un'estetica della reiterazione.
In ambito sonoro, è una lode alla ripetizione e alle micro-mutazioni; le sfumature sfiorano l'impercettibile e definiscono uno stato di sospensione ipnotica. Con la nascita della
club culture negli
anni Ottanta, o meglio, della sua prole house e techno, è bastato meno di un decennio per vedere il cuore del
dancefloor traslare dal futuro
sci-fi al neon di
Detroit, dalla furia anfetaminica dell'hardcore a una nuova forma di meditazione motoria.
I primi esperimenti sono di Robert Hood negli Stati Uniti, Steve Bicknell in Inghilterra, e suonano quanto di più straniante dall'euforia rave del '92. È in questa tensione tra impulso e vuoto che prende forma il genere. Questa selezione si concentra su dieci Ep usciti negli
anni Novanta. Ogni stagione successiva ha reinventato la grammatica del genere: la minimal sboccia nella claustrofobia del
club nottambulo, là dove lampi di luce creano il perfetto retroscena per un attacco epilettico.
È un'esperienza tessiturale, non melodica, fatta di
dj set dai passaggi morbidi; un incantesimo scandito da bassi sismici e una predilezione viscerale per le frequenze sottocutanee, punteggiate da sintetizzatori che variano con lentezza pachidermica. Il tempo è sospeso e spalanca l'accesso a nuove percezioni. Ma nei
Duemila questa struttura si fonde col passo sincopato della tech house e con la leggerezza della
microhouse.
Nella decade seguente la trama si dissolve in una nebbia
industrial ambient e dub techno, la cui miscela in gergo è stata battezzata
deep techno. Si tratta di forme non sempre fedeli al Dna originario. Il nuovo millennio, infatti, la spoglia di riverberi. Gli
anni Dieci, con la rinascita del Berghain e del Tresor, esaltano la catalessi della ripetizione tramite echi brumosi e sintetizzatori modulari da cataclisma, eredità del
mindset darkwave.
Sia chiaro che a questa categorizzazione esistono le dovute eccezioni, come la scuola italiana: fondamentale grazie a nomi come
Donato Dozzy, Brando Lupi e Giorgio Gigli, che già dagli
anni Zero declinavano un riduzionismo dal taglio mentale, anticipando con lucidità scientifica il revival del periodo successivo. Negli stessi anni, troviamo anche Diego
Hostettler e Holger Flinsch, firme di punta dell'
underground tedesca.
Qui, però, l'intento è quello di ripercorrere l'alba del movimento attraverso una selezione che, come accaduto per l'
approfondimento sulla deep house, pone attenzione a ciò che germoglia nel sottobosco. Lungi dal voler offrire una disamina storica, questa raccolta propone una via per comprendere i codici della minimal tramite dischi forse meno celebrati di
Sandwell District,
Basic Channel o
Plastikman, ma capaci di stregare.
Baby Pop - Deep Techno - 1995
Tecnocrate di
Chicago, Damon Lamar è uno dei primi mutanti minimal: vissuti gli albori della scena house statunitense, è stato tra i primi a intuire il potere immersivo dell'ostinato. Con "Deep Techno", uscito sotto l'
alias Baby Pop, scolpisce un dodici pollici incentrato sul
kick della Roland. È la
drum machine a essere protagonista: sopra di essa, accordi di scuola Chicago house, strappati al contesto e degradati a servi del
loop,
bleep e glissati, privi di ogni retaggio melodico.
Il
diktat è una pulsazione stridula di durata multiforme: "Gary In" è pura scossa sismica atonale, e "U Know What I'm Saying" incarna appieno il
sound minimal del primo periodo: concreto e scarno, oscuro nel
corpus sonoro ma non nelle intenzioni che, per quanto minacciose come una martellata sulle gengive, sono disegnate per il
party.
Compass - Compass - 1995
Compass è la prima forma dei Cab Drivers, storico duo
minimal tech tra i più prolifici e seminali, nonché
owner di Cabinet Records,
label che accompagna il grosso delle loro uscite. Quella dei Compass è una geometria squisitamente europea, dove inquietudini e angosce prendono forma nella reiterazione di segnali radio dissonanti. Il disco è una fornace di
hardware organici, un'incursione sintetica che deforma la tech house e la dipinge su una tela minimal di oppressione e catarsi.
Sono passati solo tre anni dall'euforia cheesy dei rave inglesi per arrivare a un surrogato da bad trip, come se in mezzo alla pista da ballo uno spirito maligno ci sparasse in vena ansia e attacchi di panico: ne racchiude lo spirito "Cab Driver", che nelle sue dissonanze si muove verso lande urbane e metafisiche. A chiudere il cerchio, un beat programming complesso e magistralmente strutturato: la formula perfetta per una stregoneria alchemica in grado di polverizzare anche la sala più temprata.FBK - Knobs & Switches - 1997
Il suono minimal si costruisce su un tema sintetico continuamente scolpito tra le manipolazioni elettroacustiche: filtri, riverberi, variazioni nel decadimento del loop. L'efficacia nasce da sottili mutazioni che, ripetizione dopo ripetizione, modulano intensità, volume e parametri d'ogni sorta. Forse è questo il principio racchiuso nel titolo "Knobs & Switches": una volta disegnati un solo accordo e la ritmica che lo sostiene, il cuore si affida a un ottovolante di inviluppi, al continuo armeggiare su manopole e
fader.
È esattamente ciò che accade in "Rollin' On A 6/4":
banger capace ancora oggi di innescare la
trance del
clubber, dove l'incantesimo è ripetuto dalla stessa dissonanza per sette minuti, mentre la
drum machine rincorre forsennatamente le mutazioni di un sintetizzatore ormai fuori controllo. È un suono distorto, segnato dall'esperienza di Detroit, dove il
beat programming, con i suoi echi bionici, regge l'intera architettura sonora, fino a costruire tracce prive di sintetizzatori, mosse da un pure codice ritmico.
Function - F(Q): Function Of Bandwidth - 1996
I
Sandwell District sono tra gli
act techno più riconosciuti da pubblico e critica. Tra le menti del progetto, c'è
Function,
alias di David Sumner. Artista cerebrale e metodico, Sumner vede nei
Kraftwerk, negli
Afrika Bambataa e negli
anni Ottanta di
Human League e
Depeche Mode i suoi principali trascorsi: sono influenze che trasuderanno soprattutto dagli anni Dieci. Una delle sue qualità più spiccate è quella di essere stato in grado di rinnovarsi decennio dopo decennio, a tratti anticipando le correnti e rendendosi sciamano di un universo sub-frequenziale. "F(Q): Function Of Bandwidth" è il suo esordio, e forse uno degli episodi più intensi e mesmerici della sua carriera.
Il
setup è essenziale: pochi
hardware, un synth acquatico in secondo piano,
bassline profonde e percussioni
taglienti, vere protagoniste. L'amalgama è codificata attraverso distorsioni e sporcizia che strizzano l'occhio all'estetica
lo-fi, e una codifica ritmica progettata al millimetro. La sublimazione arriva con "F3", dove allo sbraitare ritmico si intrecciano sospiri grezzi e un
pad etereo che, pur richiamando l'essenzialità del genere, fluttua tra correnti emotive ed eleva l'ascolto verso una dimensione ascetica.
G-Man - Quo Vadis / El Jem - 1999
Quella di G-Man, all'anagrafe Gerrard Varley, è una carriera devota alla divinità minimal, pur contaminandosi di correnti oblique: che sia il verbo
dub o il ritmo puntiglioso della tech house, ogni disco di Varley è sobrio, asciutto, matematico. L'Ep contiene uno degli inni techno degli
anni Novanta: nei suoi quasi nove minuti, "Quo Vadis" ripete le stesse tre note, liquide e scanzonate, su una batteria digitale essenziale. La frase ritmica è costruita su elementi ridotti all'osso, eppure magnetico.
Questo è reso possibile dal miracoloso utilizzo delle sottili inflessioni e dei riverberi. Se "Quo Vadis" anticipa l'estetica riduzionista e positiva che avrebbe dominato gli anni Zero, "El Jem" disegna invece una geometria dub minimal per piste insonni, una litania che si intreccia con le movenze dell'ascoltatore immerso tra le nenie del dj-set. A contornare il tutto, quattro
remix: Gadgets, Acid Jesus e i napoletani Gaetano Parisio e Marco Carola, tra i nomi di spicco della scena techno italiana del periodo.
J.S. Zeiter - JS-03 - 1999
Negli anni Dieci la minimal techno rinasce secondo magheggi introspettivi, meno segnati dall'
hi-hat lancinante e più ispirati al gesto
zen: una cornice dove sprazzi di dub techno e ambient techno vengono rimpastati secondo i canoni riduzionisti. Rinominata
deep techno, questa nuova forma di minimalismo trova in James Zeiter una delle sue fondamenta: sciamano liquido di un ascetismo sobrio, Zeiter abbandona l'edonismo ma anche l'irrequietezza dei primi Compass o l'anima da festa di Baby Pop.
La sua è una
intellighenzia per scienziati, psiconauti ed esseri alieni: una musica per menti erranti che cercano la quiete. Le sue prime
release sono tutte senza titolo, ribattezzate postume con il numero di catalogo. "JS-03" è il perfetto
soundscape per un nuovo ordine cosmico: civiltà terrestri e marziane riunite sotto il segno dell'ipnosi. Le due lunghe tracce (dieci minuti ciascuna) sono un abbraccio gentile di accordi vellutati, capaci di aiutare a ritrovare tramite una scansione ritmica costante e tenui variazioni che non attraversano il corpo, ma si insinuano nella mente. Quella di Zeiter è una chillout mutata in danza notturna, l'eco nostalgico di una notte infinita.
Selway - Selway - 1997
Owner di Serotonin e CSM Records, John Selway è stata una delle voci più intense dell'
underground techno
anni Novanta. Veterano della scena
clubbing, all'esoterismo del
less is more contrappone un'organicità a tratti melodica, a tratti selvaggia. "Selway", noto anche come "untitled" o "CSM-1", è composto da tre anime eterogenee. Sul lato A abbiamo "Shimmerdown", lunga litania ambient techno che scandisce la ripetizione nella successione di accordi da organo Rhodes, nella
bassline acid sfilacciata su una pioggia sintetica onnipresente; è deep house, ma privata di ogni orpello, ripulita da ogni strato e mostrata in un copia-incolla su un ritmo sghembo.
"Solas" torna ad appropriarsi della corrente
mnml e lo fa nella sacralità mistica del tecno sciamanesimo: la sala
club diventa il rituale su cui bere un'
ayahuasca empatogena in grado di distillare allucinazioni e fratellanza; è il
banger della notte più buia, su cui risplendono
delay e
drum machine strutturate su una camera acustica opprimente. "Recollet" chiude il cerchio con l'oscurità e le inquietudini del post-droga, in una danza per zombie con il dj necromante a tingere fosche trame lisergiche.
Sunpeople - Sunpeople - 1998
Ironico chiamare Sunpeople un progetto simile. Parliamo di Baby Ford e Thomas Melchior, qui fautori di una visione antesignana del
sound techno contemporaneo. Perché "Lovers Eyes" ancora oggi può risuonare fresca nei
dj set meno anacronistici; si tratta di un macigno di basse frequenze su cui si articolano vacue inflessioni granulate, simili ai grafici disegnati dai rilevatori di terremoti; per adornare, deboli glitch e un coro inintellegibile, oscuro, che compare e si perde nell'etere delle ripetizioni.
Quella dei Sunpeople è una
texture articolata, dove tutto ruota attorno ai
golem di basse frequenze. Come entità sismiche su cui sopra sono edificati discorsi evanescenti, "Check Your Buddha" pare tratta direttamente dal catalogo di Baby Ford, con quella voce pigra che si perpetua su
bassline e progressioni da sogno lucido. "Make It Right" si perde nella forma poliritmica tra campionamento vocale, proveniente da una dimensione a noi ignota, e giochi sintetici, in un'alchimia che delinea l'attitudine tech.
The Wise Caucasian - Night Fever - 1996
Quando si parla di minimal, è difficile non citare Steve O'Sullivan: che poi sia techno o house ha poca rilevanza, e anche se ci sono influenze dub, è altrettanto superfluo puntualizzarlo. Quel che importa è la devozione al culto del
less is more, creare movimento dal vuoto tra un battito e l'altro, disegnare percussioni filtrate e scolpite nel silenzio. L'epopea di O'Sullivan, ancora oggi operoso come non mai, comincia con "Night Fever", prima
release della sua Mosaic Records.
The Wise Caucasian è solo uno dei suoi numerosi
alter ego e progetti paralleli: Low-Life, Variant,
Bluetrain, Blue Spirit e chi più ne ha più ne metta. Apre "Inner Sanctum", statica e monolitica ma capace, con i suoi 136 Bpm e oltre, di sfrecciare in un futurismo perfetto da
intro track. "Celestial Empire" è un
tool funzionale quanto un
banger per l'utopia collettiva di
ecstasy, e "Heavy Soul" definisce le coordinate della poetica del
producer: tra accordi sfocati e costruzioni ritmiche sbilenche, perché pochi artisti come O'Sullivan hanno nella minimal un loro marchio altrettanto distintivo, una costruzione del suono che qui, in sole tre tracce, trova qui le sue basi più solide.
Timeblind - Verticle Disintegration - 1996
Timeblind è uno dei nomi non così tanto conosciuti perfino nell'
underground, un
moniker che è stato lentamente ripescato negli ultimi anni con il mare di
reissue volto alla riqualifica delle uscite techno semi-dimenticate. Attivo dalla seconda metà fino al decennio successivo, fino ad abbandonare ogni velleità artistica per dedicarsi al mondo IT. Di lui è impossibile non citare "Verticle Disintegration", quartetto sintetico modellato tramite
loop techno magnetici, un
industrial techno percepito tramite le fluttuazioni.
Matematica e sintesi trovano qui il sodalizio per una tensione muscolare virtualmente infinita. Le variazioni sono poche: una volta delineato l'innesto, questo è talmente potente che non c'è poi così bisogno di farci molto altro. Che si tratti della
title track o della voce bionica e frammentata di "Charred", le quattro incursioni vantano un dettaglio impossibile da ignorare: un'immediatezza assassina; per quanto possa essere non-musica per umani o sinfonia per robot, ogni pezzo è un resoconto ossessivo.