Chrisma

Hibernation, l'era glaciale della new wave italiana

Non è una novità che il fenomeno Krisma - qui ancora Chrisma - sia a tutt’oggi pressoché sconosciuto nello stivale italiano. A metà tra il nichilismo lancinante degli Ultravox, l’approccio futurista dei Kraftwerk e la curiosità sconfinata per gli sperimentalismi della Neue Deutsche Welle, durante gli anni Ottanta lo storico duo new wave milanese formato da Maurizio Arcieri e Christina Moser ha rappresentato, e non poco, una nuova scena alternativa che, in un paese dominato dai cantautori e dalle “canzonette”, si è discostata e non poco dall’irritante monotonia delle classifiche, proponendo un sound energico, moderno e stratificato, seppur ripreso dalle già citate influenze dell’epoca. La rivoluzione attuata, o suddetta tale, verrà in seguito riconosciuta esclusivamente negli Stati Uniti e in Europa. Ovunque fuorché in Italia.

L’estraniante esordio “Chinese Restaurant”, rilasciato nel 1977 per la Polydor, vede l’impronta di Niko Papathanassiou, fratello del compositore di colonne sonore greco Vangelis, il quale crede sin da subito nel concetto di ipnosi portato avanti dagli arrangiamenti d’avanguardia presenti nel disco: tra il complesso kraut-rock di “C-Rock”, il romantico space age pop di “Lola” e l’ammaliante dance-punk di “Black Silk Stoking” – la traccia più amata del duo – i nostri riescono a ritagliarsi uno spazio considerevole nella scena alternativa italiana di fine anni Settanta.
Chinese Restaurant” vien fuori come un album di evasione dalla montagna di stereotipi del pop rock, un ennesimo schiaffo in faccia all’“eccoti servito”, all’appoggiarsi sugli allori, nonché alle vette alte e irraggiungibili. Passa un anno e mezzo circa prima di mettere in pratica un secondo album in studio.

Chrisma - Hibernation


Registrato a fine 1978 e rilasciato l’anno successivo, “Hibernation” non raggiunge sicuramente il coordinamento e la perfezione stilistica della precedente pietra miliare, ma semina delle perle che non è possibile omettere.
L’abrasivo riff di chitarra elettrica in “Calling”, eseguito da Ezio Vevey del gruppo progressive sinfonico La Locanda delle Fate, introduce grandiosamente il secondo lavoro in studio del duo milanese. La lunga mano della musica cosmica tedesca, presenza costante all’interno del concept, incute timore e ci rende partecipi di un’ottima emulazione dei canoni kraut dell’epoca. 
A seguire la sensuale anti-hit “Aurora B.”. Erede spirituale di “Lola”, nonché tra i brani più celebrati del duo, la composizione si distende sui synth ben amalgamati tra di loro e sulla vellutata voce di Moser. Indimenticabile il videoclip del brano, nel quale i due musicisti amoreggiano in un sottofondo di synth caldi e mai banali.



L’approccio musical-sintetico si concretizza nell’evasiva “Rush ‘79”, attorniata da un tornado di synth che rapiscono psichicamente l’ascoltatore come un aracnide con le proprie ragnatele. Su movimenti synth-pop/zolo, la buffa e distopica satira di “Hibernated Nazi” vede come protagonista un nazista bloccato dentro una cella frigorifera che – scongelato dopo mezzo secolo – si ritrova di fronte a una realtà non tanto differente da quella nella quale era abituato.
Il synth-punk circolare di “Gott Gott Electron” ruota attorno a una melodia vivace e a un refrain a suo modo riconoscibile. Non da meno è il post-punk minimale di “We R.”, arricchito dall'ingegnosa esecuzione di violino del polistrumentista Lucio Fabbri, nome non indifferente tra i fan del rock progressivo italiano (Piazza delle Erbe, Pfm, Demetrio Stratos, Eugenio Finardi, Claudio Rocchi). Dai ritmi ossessivi e rabbiosi, “So You Don’t” si districa tra un post-punk adirato e dei movimenti minimal wave a dir poco radicali.
A concludere il disco è la traccia “Vetra Platz”, nella quale spicca particolarmente il cantato di Arcieri, ignaro – assieme a Mosier – del suo imminente passaggio alla new wave di stampo più canonico con il progetto Krisma, dove un disconosciuto Hans Zimmer si presterà a suonare i sintetizzatori per il disco “Cathode Mamma”, rilasciato per la Polydor nel 1980.

Così come accadde per chiunque trattasse il tema, i Krisma vennero declassati a nazisti, dalla critica di sinistra italiana, per la presenza della già citata traccia a sfondo satirico. Il passaggio radicale a un suono più semplice e meno sperimentale determinò, durante gli anni Ottanta, la maturità di uno stile raffinato ma non più sorprendente come nei precedenti storici lavori. Tuttavia, se i Krisma dovessero risorgere oggi, continuerebbero a dettare, e non poco, le regole nell’emulazione stilistica e performativa.

06/12/2025