Propaganda

Il classico synth-pop "A Secret Wish" rivive in una sontuosa celebrazione

A Secret Sense Of Rhythm, A Secret Sense Of Sin

Ci sono dischi che si limitano a fotografare un’epoca. E poi ci sono i Propaganda, c’è “A Secret Wish”, un album che, quasi inspiegabilmente, ha deciso di anticiparla; un lampo nella notte, un frammento di futuro caduto negli anni 80 sotto forma di monolite elettronico che ancora oggi vibra con una forza intatta, quasi inquietante.
Quarant’anni dopo, quella folgore torna a illuminare il presente con A Secret Sense Of Rhythm, A Secret Sense Of Sin, un ampio box di sei cd – con relative trasposizioni sulle piattaforme digitali - oltre a una ripubblicazione in vinile di una nuova versione dell’album originale mixata da David Kosten (Bat For Lashes, Everything Everything).
Questa pubblicazione non si limita semplicemente a riproporre i brani compresi nella tracklist costitutiva, ne disseziona il corpo, ne rivela le fratture, gli scarti, le porte segrete. È come tornare in un edificio familiare dopo anni e scoprire angoli che non si ricordavano, anfratti che non si erano mai palesati prima d’ora.

Se consideriamo “Wishful Thinking”, l’album di remix pubblicato ad appena quattro mesi di distanza da “A Secret Wish”, come un’appetitosa appendice dell'Lp titolare e, se qualifichiamo “1234” (1990) un lavoro sì marchiato a nome Propaganda ma che vide presente il solo Michael Mertens dalla line-up originale, la domanda inevitabile è: come può una band, con un solo effettivo disco editato, generare un’opera d’archivio tanto vasta e attesa da riempire una pubblicazione che nemmeno l’intera discografia di numerose e note formazioni possono permettersi?

Il pioniere Trevor Horn e il laboratorio ZTT

La risposta, in realtà, è piuttosto semplice. “A Secret Wish” non fu un disco, fu un organismo, una creatura viva, replicante e mutevole; un universo che oggi, come allora, continua a espandersi e che per essere compreso al meglio chiede la pazienza di compiere qualche piccolo passo indietro nel tempo, all’incirca nel 1982, quando i Propaganda, allora poco più di un’idea, un’intuizione, un’ombra, vennero scoperti dal visionario e perfezionista Trevor Horn (Yes, Buggles, Art of Noise), che dopo aver ascoltato alcuni demo ne intuì l’estro, la genialità, le potenzialità da plasmare nel suo progetto più ambizioso: la ZTT Records.
Tutto comincia a Düsseldorf, città che ha insegnato al mondo come la musica possa assumere connotati diversi, patria dei Kraftwerk, dei DAF, dei suoni metallici e dei concetti geometrici, futuristi, città dove il primo nucleo del sodalizio prende vita in terzetto: Andreas Thein, Ralf Dörper, Susanne Freytag, tre anime incompatibili e proprio per questo perfette, che fondono la furia elettronica di Thein, il pensiero concettuale di Dörper e la teatralità vocale di Freytag.
Ma nel 1983 tutto cambia.

Su invito dell’amica Freytag fa ingresso nella band Claudia Brücken, voce magnetica come una superficie di ghiaccio illuminata dal neon. Non solo interprete, ma co-autrice, presenza emotiva, lente attraverso cui i testi e le strutture prendono forma umana. Con lei entra in campo anche Michael Mertens, percussionista classico, mente analitica, ingegnere del suono. Il suo contributo si rivelerà decisivo: è lui a prendere il materiale grezzo del trio e trasformarlo in strutture elettroniche solide, stratificate, cinematiche. 
La ZTT, fondata nel 1983 proprio da Trevor Horn e Paul Morley, non era una casa discografica in senso tradizionale: era un laboratorio concettuale, un manifesto estetico travestito da etichetta. Ed era alla ricerca di un’identità sonora, una forma, un linguaggio. Lo trovò proprio nei tedeschi Propaganda, in quelle versioni embrionali di brani quali “Dr. Mabuse” e “p:Machinery”, acerbe eppure già pulsanti di un’energia futurista, oscura, intellettuale, nel brano “Disziplin”, un radicale reworking della “Discipline” dei Throbbing Gristle e in un paio di altri episodi spigolosi e affascinanti (“Sünde”, “Radetzky March” e “Doppelgänger”), praticamente mai più presentati al pubblico, se non in alcune sparute esibizioni live e qualche bizzarra pubblicazione postuma, ora ricercatissima dai collezionisti.
Tra quei frammenti circolava anche la misteriosa “Sylvian’s Machine”, una demo del 1983 che presentava addirittura David Sylvian alle tastiere e all’arrangiamento, l’embrione diretto di ciò che sarebbe poi diventata “p:Machinery”: l’indizio prezioso che nei Propaganda tutto era flusso, scambio, alchimia. Lo stesso Sylvian resta comunque il protagonista delle linee di sintetizzatore poste in apertura del brano ufficiale, nonché degli ulteriori interventi prestati su altri brani.
Horn non ebbe dubbi, i Propaganda, con la perfetta incarnazione della loro poetica barocca, concettuale, futurista, sarebbero stati i primi artisti scritturati da ZTT, la pietra fondativa del marchio. E così fu. Il 12 giugno 1983 i Propaganda firmano il contratto, ancor prima dei Frankie Goes To Hollywood che giunsero alla sottoscrizione il 1° settembre.

Il primo frutto tangibile del legame con la ZTT è il brano “Dr. Mabuse”, pubblicato nel luglio del 1984 e concepito in larga parte dalle idee di Andreas Thein. È un debutto monumentale: un noir elettronico in forma di canto, una parabola di ossessioni, ombre e seduzioni. Un’opera che, già da sola, avrebbe assicurato ai Propaganda un gradino piuttosto invidiabile nello scenario del periodo.
Il compianto Thein (morto di cancro nel maggio del 2013) rimane una figura quasi mitologica nella storia dei Propaganda. Membro fondatore, artefice della loro prima identità, mente inquieta di una fase in cui il gruppo era ancora magma in movimento. Se il primo suono dei Propaganda possedeva quell’elettricità ruvida e febbrile, era soprattutto merito suo. È per questo che “Dr. Mabuse” risuona così irripetibile: è un labirinto sonoro impregnato della sua percezione, un’opera che sembra respirare di vita propria.
Con l’arrivo della ZTT, però, il suo spirito istintivo entrò in collisione con la visione altamente strutturata di Trevor Horn. Una divergenza filosofica, prima ancora che musicale. Al termine della lavorazione di “Dr. Mabuse, la tensione esplose. Thein venne invitato ad abbandonare i Propaganda per divergenze artistiche, una decisione in cui si avverte l’ombra elegante, ma ferma, della ZTT. Eppure, senza quella scintilla originaria, senza il suo istinto barbarico ed emotivo, “A Secret Wish” non sarebbe mai potuto nascere.

Mentre la band si ricompone e si consolida nel quartetto formato da Brücken, Freytag, Dörper e Mertens, entra in scena una nuova figura destinata a conformare in profondità l’estetica del disco: Stephen Lipson (Ultravox, Prefab Sprout, Eurythmics), produttore e ingegnere del suono della scuderia Sarm West. Il compito di Lipson non è solo quello di produrre l’eccellente materiale a disposizione, ma di modellarlo e collocarlo all’interno di un proprio spazio, dove l’elettronica antitetica dei Propaganda, vellutata, ma anche spiazzante e oscura, possa sprigionare tutta la propria energia, trasformando le armonie in strutture, i riverberi in volte gotiche, i bassi in fondamenta e le trame di sintetizzatore in travi portanti. Ogni brano è diventato un tempio e ogni mix una stanza alternativa dello stesso luogo di culto. D’altra parte – e questa è un’affermazione oggettiva scritta nei libri di storia - la ZTT non registrava canzoni, progettava visioni. Morley creava cornici concettuali, slogan, rimandi letterari e Horn costruiva universi sonori, sui quali Lipson sembrava muoversi come uno scultore dalla precisione chirurgica.
La prova del pionierismo della ZTT è stata tramandata ai posteri grazie al risultato finale ottenuto, soprattutto, sulle idee dei Frankie Goes To Hollywood, degli Art of Noise, di Grace Jones e nel debutto omonimo di Seal. Insomma, una cornice perfetta per i Propaganda.

Propaganda - A Secret Sense Of Rhythm, A Secret Sense Of Sin


Un viaggio in sei tappe

Il dispositivo narrativo tracciato da questo sontuoso box è suddiviso in sei tappe, sei variazioni sul tema del mistero Propaganda e sei modi per osservare, da angolature diverse, la medesima realizzazione sonora. La ZTT ha scelto di dividere il materiale non secondo criteri filologici stretti, ma secondo un’idea; raccontare la storia di ciò che i Propaganda furono, di ciò che diventarono, di ciò che avrebbero potuto essere.
Non a caso, il primo dei sei cd è intitolato “Secret” e presenta l’album originale in forma mutevole, quasi una sorta d’enciclopedia di “A Secret Wish” suddivisa in due anime. La prima è quella analogica (“Analogue Sequence”), più calda, fisica, pulsante: montata e mixata con meno compressione, pensando al modo in cui un album veniva costruito per vinile e cassetta negli anni 80. La seconda anima è quella digitale (“Digital Variations”), più fredda, nitida, mentale, dettagliata, una ricostruzione totale dell’album, sempre realizzata da Stephen Lipson, utilizzando apparecchiature digitali. Essa non deve essere categorizzata come semplice remix, ma come un montaggio alternativo dell’album e, se vogliamo, più simile ai remix della scuola ZTT/Fairlight CMI.

A titolo esemplificativo, vedasi lo scarto tra le due versioni di “p:Machinery”: la “Analogue Version” appare di chiaro stampo pop-elettronico, mentre la “Digital” presenta lineamenti più duri, ritmici, un vero e proprio spaccato club-industriale.
La ZTT Records aveva una filosofia di produzione esclusiva: non esisteva una sola versione definitiva di un album. Trevor Horn e Stephen Lipson consideravano ogni brano un materiale in continua mutazione, plasmato da tecnologie diverse: la tradizione analogica (nastro, mixer fisici, compressioni naturali) e la nuova frontiera digitale (Fairlight CMI, editing non lineare, montaggi multipli). Il risultato era una sorta di “cinema sonoro”, in cui un album poteva avere un montaggio analogico, più caldo e narrativo, ovvero un montaggio digitale, più sperimentale e nitido. “A Secret Wish” è uno degli esempi più puri di questa filosofia, due album paralleli, complementari, che mostrano due identità della stessa musica.
La rimasterizzazione effettuata agli Abbey Road Studios illumina nuove profondità, come se l’album fosse stato sospeso per quarant’anni e solo ora tornasse a respirare. La cura applicata da Ian Peel, archivista e storico dell’etichetta, è evidente, nulla è lasciato al caso. Ogni traccia presente in questa pantagruelica operazione discografica racconta un frammento dell’evoluzione sonora dei Propaganda, un tassello della relazione tra band e studio, tra idea e macchina.

“Stahlnetz” è il titolo del secondo cd ed è la riproposizione estesa dei contenuti della cosiddetta appendice “Wishful Thinking”, l’album-remix originariamente concepito come una lettura alternativa dell’opera madre, che qui rivive come un’ombra lunga, una danza ipnotica e inquieta, ancor più oscura di quanto gradito in precedenza. Paul Morley lo descrive con una frase fulminante: “Se 'A Secret Wish' assomiglia agli Abba in paradiso, allora 'Stahlnetz' è la sua proiezione infernale”.
Il terzo cd (“Singlette”) ripropone il materiale delle tre audiocassette “Do Well”, “Complete Machinery” e “(The Nine Lives of) Dr. Mabuse”, oggetti semi-leggendari, piccoli laboratori laterali in cui la ZTT e i Propaganda giocavano con sequenze alternative, versioni fantasma, edit irripetibili, ordini di brani costruiti come narrazioni autonome. Ognuna di queste audiocassette possiede o possedeva un proprio senso d’esistenza, ma così raccolte insieme rivelano tutte le vite parallele di “A Secret Wish”, in ciò che accadeva ai lati del percorso canonico, quasi ai margini della storia ufficiale.

“Series” è il quarto capitolo, quello rivolto alla stirpe dei 12” delle serie tematiche “Action”, “Incidental” e “Fatal” e cioè il regno della ZTT più iconica e barocca, alla quale anche i Propaganda diedero un importante contributo sperimentando nuovi linguaggi sonori, interludi enigmatici, sequenza concettuali, il tutto assemblato in versioni extended monumentali, tra le quali si stagliano l’elettricità della “Beta” e la maestosità della “Polish” di “p:Machinery”, la completezza della release “Bittersweet” di “Duel”, la sinistra “Unapologetic” di “Sorry For Laughing” e la lunga e articolata suite “Die Tausend Augen Des Mabuse”.
Questa è la parte del box che può essere definita la più “letteraria”, quella più apertamente morleyana, dove il pop elettronico si veste di filosofia e slogan.
In “Studio”, il penultimo volume della serie, sembra di entrare nell’officina della band tedesca, dove lavori in corso, bozze, mutazioni avvicinano l’ascoltatore alla stanza in cui tutto accadde e cioè i Sarm Studios tra il 1984 e il 1985. Qui la musica non è definitiva, è in evoluzione. I brani sono ancora acerbi, in forma di bozze, sequenze parziali, versioni intermedie, idee ancora incandescenti, strutture prima dell’incisione finale, per questo ancor più affascinanti per intendere lo sviluppo di ciò che poi è diventato il prodotto definitivo. Ci sono momenti in cui si sente Mertens costruire impalcature ritmiche, altri in cui la voce di Brücken appare come una figura sfocata che sta prendendo forma, altri ancora in cui si percepisce il passaggio da Thein a Lipson come un cambio di vento. È il disco della verità, quello che mostra che ogni capolavoro è, prima, un caos da domare.

Il disco conclusivo è “(Some Kind Of) Single”, l’ultima eco dell’era ZTT. Il viaggio si chiude con una piccola reliquia, una versione inedita di “Dr. Mabuse” realizzata per il film “Some Kind Of Wonderful” (1987) di John Hughes. Un Mabuse più narrativo, più cinematografico, più “americano”, come se il personaggio fosse stato estratto dal suo mondo notturno e catapultato in un’altra storia.
Accanto ad essa, i mix per tv e video, materiale effimero, creato per essere visto una volta e poi scomparire, riemerso oggi, a testimonianza di quanto fosse pervasivo il linguaggio dei Propaganda e quanto avesse permeato formati e contesti anche inattesi. Una chiusura perfetta, un ultimo respiro dell’era ZTT, la dissolvenza lenta di un mito.
Come accennato in apertura, accanto al percorso storico del cofanetto, la ZTT ha scelto di affidare una nuova versione di “A Secret Wish a David Kosten, come se il disco dovesse verificare la propria vitalità anche nel presente.
Il suo remix non tenta di replicare l’opulenza barocca di Lipson, né il futurismo percussivo degli anni 80: lavora per sottrazione, aprendo spazi, alleggerendo le stratificazioni, dando aria a elementi che nella versione originale erano parte di un mosaico più denso.
Il risultato non sostituisce né altera il mito: lo osserva da un’altra angolazione, come se il disco venisse filtrato attraverso la sensibilità elettronica degli anni 20 del nuovo millennio. È un gesto intelligente, forse meno radicale di quanto ci si potesse aspettare, ma che conferma una volta di più l’elasticità di un’opera nata per mutare.

L'illusione perfetta di "Duel" e le altre hit

Ogni album che si rispetti vive dei propri vertici, nelle loro vette, in quei brani che diventano icone, punti di riferimento passionali, linee guida per orientarsi nell’universo sonoro che li contiene. Sarebbe un grave errore lasciare queste righe senza declinare un piccolo approfondimento ai fari che definiscono l’identità del disco e ne raccontano l’anima, in tutte le sue sfumature: la luce, l’ombra, il sogno, la minaccia, la malinconia, l’estasi.
“Duel” è il brano-ammiraglia: una spirale luminosa, un turbine pop in cui la voce di Claudia Brücken non è solo canto: è incarnazione. È il lato più accessibile dei Propaganda, la loro mano tesa al mondo, il ponte tra l’avanguardia, la radio e le classifiche di vendita. Luminoso ma non ingenuo, melodico ma mai domestico, ”Duel” è l’illusione perfetta, una canzone che sembra sorridere mentre nasconde una frattura viscerale sottile, quasi invisibile. È forse per questo che è diventato il vero successo commerciale della band (in Italia arrivò al terzo posto), la loro finestra aperta, il loro contatto con il mondo. Da registrare la straordinaria presenza di Stewart Copeland alla batteria. 

Se “Duel” è luce, “Dr. Mabuse” è tenebra. È il brano che ha dato il via al mito, la prima uscita per la ZTT, la prima folgorazione, la prima vera apparizione dei Propaganda come entità sonora autonoma. Qui l’elettronica diventa teatro oscuro, la voce diventa confessione, il suono diventa spirale ipnotica. È come osservare un criminale metafisico muoversi tra specchi e fumo digitale, una creatura nata dall’incontro tra l’istinto anarchico di Andreas Thein e la scultura artistica degli altri membri, nonché di Trevor Horn e dei suoi sopraffini collaboratori. È il lato notturno del disco, ma con addosso la maschera inquieta e nel corpo un cuore nero. Da gustare assolutamente, tra le tante presenti, la versione “Das Testaments Des Mabuse”, che nei suoi abbondanti dieci minuti di durata coinvolge ogni idea, aspetto e dettaglio pensato dalla band per questo piccolo gioiello.

Spesso trascurata dal grande pubblico, ma amatissima dai fan, “Sorry For Laughing”, obliqua e ipnotica cover dell’omonimo brano del 1981 della kafkiana band post-punk scozzese Josef K, rappresenta la ferita aperta dell’album. È un brano che sussurra dove altri brani griderebbero e nel suo mormorare raccoglie più dolore e più verità emotiva di mille inni epici. Brücken canta come se raccontasse una memoria che si sta consumando, mentre la produzione rimane sospesa, elegante, vulnerabile. È un inno alla fragilità ed è anche una delle cose più intime che i Propaganda abbiano mai inciso.
“Dream Within A Dream” è l’apertura dell’album, basata su un elaborato di Edgar Allan Poe; una dichiarazione poetica e concettuale, un brano che non appare come mera introduzione, ma sembra quasi supplicarne l’incarnazione. Qui i Propaganda mostrano ciò che li differenzia da qualsiasi altra band del periodo, la capacità di unire la letteratura visionaria, la produzione elettronica più audace e una teatralità quasi rituale, come un ingresso, un portale dove la band tedesca sembra avvisare l’ascoltatore dell’arduo e imminente processo che l’attende.

Come non coinvolgere nell’analisi anche “Frozen Faces”, traccia dalla quale è stato estratto il titolo del box (da un verso del testo), enigmatica e sottilmente inquietante, costruita su un battito elettronico rigido e glaciale, in cui schematici sintetizzatori e asciutte percussioni creano un paesaggio sonoro quasi industriale. La voce di Claudia Brücken vi scivola dentro come un’eco distante, più evocativa che narrativa, rendendo l’atmosfera fredda, ipnotica, quasi rituale, senza ricercare alcun gancio melodico, ma solo la suggestione: un piccolo manifesto della sensibilità dark-articolata del gruppo, che nel box viene ampliata attraverso numerose varianti, tra le quali si staglia la take “A Secret Sense Of Rhythm”, dal cd 5 “Studio”, che più esalta l’idea originaria del brano: pulsante, più stratificato, con un lavoro ritmico più profondo, che mette in risalto le texture elettroniche e il senso di “loop mentale” che ne rappresenta il marchio inconfondibile. 

Murder Of Love” è, invece, il brano che più di altri rappresenta la duplicità emozionale dei Propaganda. Un ritmo che invita alla danza, una melodia che accarezza, un titolo che pugnala. È un equilibrio perfetto tra pop sofisticato e inquietudine sotterranea. È come sorridere mentre si è consapevoli che qualcosa si sta spezzando. La struttura è impeccabile, il suono è ampio, la voce di Brücken è un filo d’acciaio rivestito di seta, elegante, ma tagliente. È il brano che tiene insieme tutte le anime del disco: l’estasi e il dolore, la leggerezza e il peso, la seduzione e il pericolo.
Da sempre si è mitizzato sul fatto che “Murder Of Love” avesse i gradi per essere elevato a singolo, per questo motivo è da molti fan considerato il vero brano cult dei Propaganda. A dimostrazione dello spessore assoluto dei contenuti artistici e dei protagonisti coinvolti, anche in questo brano c'è l'ospitata con t'aspetti: Steve Howe alle chitarre.

Resta “p:Machinery”, un qualcosa che supera la semplice appartenenza a un album, una forza magnetica, una solennità ipnotica, un movimento che non assomiglia ad altro. La sua ricchezza non è ostentata, è un cerimoniale elettronico, un fluire maestoso in cui la pulsazione diventa uno schema, le tastiere diventano varchi, la voce di Claudia Brücken diventa guida, spettro, promessa.
A differenza degli altri brani cardine, “p:Machinery sembra inghiottire mediante la propria forza che nasce da un cortocircuito perfetto tra musica e significato. Il testo – una meditazione metaforica su individui trasformati in ingranaggi, su sogni installati dall’esterno, su vite condotte come procedure – non è separato dal suono, è un tutt’uno. La produzione, con la sua marcia inesorabile e il suo respiro metallico, pare incarnare esattamente ciò che le parole suggeriscono: una società che plasma, dirige, trascina. E tuttavia, dentro questa meccanica, si apre uno spiraglio, una scintilla di desiderio, di volontà, di resistenza. È un brano che ti porta dentro di sé come un vento potente, che ti trascina senza violenza, che ti guida come se sapesse esattamente dove devi andare. Un equilibrio raro tra freddezza concettuale e calore emotivo, una danza magnetica, un rito in movimento. Per questo, fra tutte le forme sonore dell’album, “p:Machinery sembra avere un battito differente, un battito che continua molto dopo la fine della canzone, come se avesse lasciato una parte di sé a vibrare dentro chi l’ascolta.
Nelle versioni extended questa sensazione prende corpo ancor più evidentemente nei quasi undici minuti della mini-suite “βeta Wraparound” (cd 2), che oltre a essere la versione preferita dai fan storici, è costruita spingendo al massimo la macchina su un ricco motore ritmico, vibrante e avvolgente. La struttura viene dilatata con eleganza, senza appesantirsi, grazie a un groove più profondo e spigoloso, dinamiche strumentali più aperte e un uso degli effetti più visionario, donando alla canzone un fascino cinematografico irresistibile, una forma in cui il brano sembra finalmente divincolarsi senza i freni imposti alla versione ristretta pubblicata sul Lp. Oltre alla già citata presenza di David Sylvian alle tastiere, nel brano è presente un'altra figura di spicco, quella di John McGeogh dei Magazine alla chitarra.

"A Secret Wish" 40 anni dopo

Per trovare un piccolo neo a questa sfarzosa e fondamentale diffusione discografica, occorre accennare al mancato inserimento del live “At The Value Of Entertainment – Repetition Plus Variation”, disponibile separatamente, sulle piattaforme digitali e registrato a Londra nel 1985. In quella performance viene eseguito praticamente tutto “A Secret Wish”, con l’ausilio di alcuni collaboratori fuoriclasse quali Derek Forbes (Simple Minds) al basso e Steve Jansen (Japan) alla batteria: una dimostrazione lampante del fatto che queste complesse e stratificate strutture sonore potevano essere riprodotte dal vivo con grande impatto e con una qualità intatta.

“A Secret Wish” è la perfetta fusione tra glacialità tedesca, melodie dolorose, teatralità vocale e produzione enfatica, sfornato da un gruppo che formava una miscela instabile e altamente esplosiva.
Ascoltato oggi, l’album non suona come un disco degli anni 80 e questo giudizio rende inerte ogni altro supplemento. La sua influenza è stata lenta, sotterranea, ma progressiva, tanto da essere considerato una delle manifestazioni più importanti del pop elettronico europeo. Questo cofanetto non è nostalgia: è uno strumento critico. Ritrovare oggi due versioni parallele dell’album significa osservare il momento esatto in cui la musica pop si trasformò in arte del montaggio sonoro.
“A Secret Wish” esce da quest’opera più vivo, più coerente, più visionario che mai. È questo il paradosso dei Propaganda: il loro unico vero album è ancora il futuro di molti altri.

29/11/2025

Discografia











Cd1 - Secret

A Secret Wish (Analogue Sequence)
1.1 Dream Within a Dream
1.2 The Murder of Loves
1.3 Jewel
1.4 Duel
1.5 p:Machinery
1.6 Sorry for Laughing
1.7 Dr. Mabuse (First Life)
1.8 The Chase
1.9 The Last Word (Strength to Dream)

A Secret Wish (Stephen Lipson's Digital Variations)
1.10 Dream Within a Dream
1.11 Jewel
1.12 Duel
1.13 Frozen Faces
1.14 p:Machinery
1.15 Dr. Mabuse

Cd2 - Stahlnetz
2.1 Disturbdance One
2.2 Abuse (Here)
2.3 Machined
2.4 P:Machinery (The βeta Wraparound...)
2.5 Laughed
2.6 Sorry for Laughing (Alvin Clarke 12" Mix)
2.7 Loving
2.8 Jewelled
2.9 Loved
2.10 Abuse (There)
2.11 Im Stahlnetz des Mabuse
2.12 Thought
2.13 Frozen Faces (The Echo Of...)
2.14 Machined (Nowhere)

Cd3 - Singlette
3.1 Dr. Mabuse (A Paranoid Fantasy)
3.2 Dr. Mabuse der Spieler (An International Incident)
3.3 Das Testaments des Mabuse
3.4 Femme Fatale (The Woman With the Orchid)
3.5 Dr. Mabuse (The Ninth Life Of...)
3.6 The First Cut
3.7 Duel (Voiceless)
3.8 Jewel (Cut Rough)
3.9 Wonder
3.10 Bejewelled
3.11 Introduction
3.12 p:Machinery (Connected)
3.13 Separation
3.14 Frozen Faces (βeta)

Cd4 - Series
4.1 Die Tausend Augen des Mabuse
4.2 Testament One
4.3 Duel (Bittersweet)
4.4 Testament Two
4.5 p:Machinery (Polish)
4.6 Testament Three
4.7 Frozen Faces (αlpha)
4.8 Testament Four
4.9 Sorry for Laughing (Unapologetic)
4.10 Testament Five
4.11 The Murder of Love (Murderous Instrumental)
4.12 Testament Six
4.13 p:Machinery (βeta)
4.14 Testament Seven
4.15 Dr. Mabuse (Special Instrumental Mix)
4.16 Testament Eight

Cd5 - Studio
5.1 Dream Within a Dream (Within a Dream)
5.2 p:Machinery (αlpha)
5.3 Dr. Mabuse (Outtake 24.04.85)
5.4 Strength to Dream (Outtake 04.02.84)
5.5 Dream Within a Dream (Noise and Girls Come Out to Play)
5.6 Frozen Faces (A Secret Sense of Rhythm)
5.7 Frozen Faces (A Secret Sense of Sin)
5.8 p:Machinery (Goodnight 32)
5.9 The Chase (The Goodnight Mix)
5.10 Femme Fatale (The Orchid)
5.11 Jewel (Rough Cut)
5.12 Lied
5.13 The Lesson
5.14 p:Machinery (Passive)
5.15 P:Machinery (The Voiceless βeta Wraparound Edit)

Cd6 -(Some Kind Of) Single
6.1 Disturbdance Six
6.2 Dr. Mabuse (Some Kind of Wonderful)
6.3 Disturbdance Five
6.4 Duel (Top of the Pops Mix)
6.5 Disturbdance Thirty-Three (Parts One and Two)
6.6 Dr. Mabuse (Anton Corbijn Video Mix)
6.7 Disturbdance Seven
6.8 p:Machinery (Zbigniew Rybczyński Video Mix)
6.9 Disturbdance Fourteen



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