Black Heart Procession

Black Heart Procession

Notturno californiano

di Michele Mininni, Claudio Fabretti

Originale ibrido di folk-blues e spleen gotico-decadente, la band di San Diego ha oscurato tutti i cliché sulla California solare. "The Spell" è il nuovo capitolo di una storia quasi decennale. Abbiamo incontrato Jenkins e Nathaniel per questa intervista esclusiva
I Black Heart Procession sono il cuore di tenebra dell'indie-rock americano. La loro musica, cupa e desolata, è l'altra faccia del rock spensierato californiano: una sequenza di ballate suggestive, dalle tinte fortemente oscure, che affondano le radici nella roots music e che superano le tradizioni country e blues trasformandole in forme espressive più moderne e contaminate, nel segno del gotico americano. Una sorta di "Calexico delle tenebre", come sono stati efficacemente definiti. Ma le storie asciutte e senza tempo dei Black Heart Procession sfuggono a qualsiasi stereotipo. "Suona strano che un gruppo di San Diego, una città così solare, faccia una musica tanto oscura. Non dico che lo stupore non sia legittimo, ma vorrei che il centro delle attenzioni fosse più centrato sulla nostra musica", dice Pall A. Jenkins, che con Tobias Nathaniel costituisce il nucleo centrale della "processione".

Curiosamente, Black Heart Procession nasce come un side-project a cui Jenkins e Nathaniel hanno dato vita nel 1997, a San Diego, durante una pausa dell'attività dei Three Mile Pilot, la band in cui i due militavano da tempo e che combinava furia post-punk a contaminazioni elettroniche, in pieno clima pre-grunge. "Io e Toby sentivamo di non appartenere più a quel genere e avevamo un istinto di ribellione nei confronti di quella scena, così ci siamo messi a scrivere canzoni che suonavano in modo assolutamente diverso, con un metodo di lavoro più immediato e naturale, partendo dai suoni per cercare di creare atmosfere immaginarie su cui poi costruire una canzone vera e propria".

A Jenkins (voce, chitarra) e Nathaniel (piano) si aggiunge Mario Rubalcaba (ex Clikitat Ikatowi) alla batteria per dare vita al disco d'esordio, Black Heart Procession 1. Un album nel solco del miglior cantautorato "noir", da Nick Cave a Smog, da Leonard Cohen a Tom Waits, ma che attinge anche alla new wave britannica (Joy Division su tutti), al folk nero e ai Black Sabbath. Nell'album compare anche il suono della sega elettrificata, strumento da cui Jenkins trae suoni acuti e strazianti: "Qualcuno mi aveva detto che suonata con l'archetto poteva produrre un suono particolare e io ero incuriosito dalla cosa. Abbiamo provato, ricavando esattamente ciò che cercavamo".

Ma è soprattutto con il successivo Black Heart Procession 2, pubblicato dalla prestigiosa Touch and Go, che la band californiana si consacra come una delle realtà più importanti del panorama rock d'oltre Oceano. E' una processione al suono di "marce funebri" mai così suggestive. Undici brani di straordinario intimismo, capaci di proiettare l'ascoltatore in una dimensione quasi autistica, dove il mondo circostante diventa come eclissato da un sole nero. Musica che va diritta all'anima, insomma.
Le sue radici affondano in anni di country, folk, blues, elettronica, mescolati da un gusto per gli arrangiamenti di grande eleganza. Basta far partire la prima traccia, "The Waiter #2", per rendersi conto della magia di cui sono capaci: un vento cosmico spira tra ululati lontanissimi, detriti di elettronica disintegrata, sino a quando dei rintocchi minori di piano fanno la loro solenne comparsa, scanditi metronomicamente come da un orologio metafisico. Il tema è di una tristezza deflagrante, la musica è scarna, essenziale, buia; un umore gelido avvolge tutti i 4 minuti, rendendo un paesaggio sconfinato e desolato, dove la voce abulica di Pall Jenkins declama meccanicamente un mesto salmo d'amore perduto. Tutto va via così silenziosamente come era comparso, e con la stessa rarefatta eleganza implode in un buco nero...
Da questo spazio profondissimo emerge "Blue Tears", la prima vera "processione" del lotto. Un accordion epico, preso per mano da un organetto a passo di valzer e da una tromba fiera e struggente, si eleva in una marcia capace di far lacrimare sia di gioia sia di dolore. Praticamente impossibile resistere alla commozione, alla voglia di unirsi a questa ondeggiante ballata da orchestrina paesana, elogio funebre o dichiarazione d'amore che sia. Forse, solo uno straordinario inno alla vita. Capolavoro.
Sordi rintocchi in low-fi introducono in sordina la successiva "A Light So Dim", che si impossessa pigramente della scena col suo ritmo da "trip-hop acustico", rinforzato da martellanti note di pianoforte. Sette lunghi minuti che scorrono come fossero la metà, tanta è la dolcezza con la quale culla questa risacca marina, che congeda ancora una volta tra inquietanti nebulose elettroniche.
È il turno del brillante folk di "Your Church Is Red", dove sono le scintille della chitarra a ricamare il sussurro di Jenkins, accompagnate dal tappeto di un organo crepuscolare. Il sole, che seppur al tramonto, faceva qui capolino, viene eclissato totalmente dalla pallida luna di "When We Reach The Hill", secondo capolavoro del disco. Solo il gelido suono di un moog circolare e un giro tristissimo di chitarra acustica. Solo la desolata voce di Jenkins, che canta in un tono dimesso, come il lamento notturno di un bardo prossimo alla fine... Un vento di freddissima elettronica spira tra le scarne trame di un brano che fa dell'essenzialità il suo punto di forza. Se la solitudine potesse suonare, suonerebbe così.
Fortunatamente si torna su toni più rassicuranti nella seguente "Outside The Glass", breve invocazione coccolata dal suono caldo di una tastiera minimale, tra rumori quasi glitch e riverberi ancestrali. Nemmeno il tempo di assaporare questa delicata ninnananna che dal cielo piovono nuovamente accordi minori di piano. E' lui infatti l'indiscusso protagonista di "Gently Of The Edge", coi suoi fraseggi liquidi, sorretti dalla solita elettronica subliminale e dall'impercettibile soffio di una tromba ubriaca. A dominare è sempre l'essenzialità, il gusto raffinatissimo per gli arrangiamenti. Non c'è mai nulla di meno o di troppo, tutto è dosato con grande eleganza.
Il ritmo, ricompare nuovamente in "It's A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes", titolo dolcissimo e chilometrico, per il pezzo forse più energico di tutto il disco. E' sempre il piano ad aprire le danze, questa volta però con più convinzione, stesso proposito seguito dalla batteria, quasi sferzante nel suo incedere. Jenkins si esprime sempre nel solito lamento, ma stavolta dalle sue invocazioni pare trasparire quasi un sentimento di rabbia, una più ferma convinzione.
Come in un gioco di chiaro-scuri i Black Heart Procession sembrano quasi divertirsi nell'accostare in successione brani dal diverso umore. Intendiamoci, le atmosfere si dipanano sempre fra tramonto e notte, il sole nella loro San Diego non albeggia mai, ma questo leggero contrasto contribuisce a rendere meno monotono il lavoro. Esempio di ciò è il ritorno al blu profondo di "My Heart Might Be Stop", contraltare perfetto del brano precedente. Sono ancora i tasti del pianoforte a scuotere il cuore, questa volta picchiati con una forza che incute quasi timore. La coda di vibrazioni dilata e strania il tutto come negli incubi dei Radiohead più acustici.
Segue il pezzo più sperimentale del lotto, la sporca indefinibilità di "Beneath The Ground", infatti, mostra una più stretta parentela con l'elettronica dei Sigur Rós, tra percussioni sintetiche e note ipnotiche di tastiere. La stessa voce di Jenkins è trattata come mai lo era stata in precedenza, ridotta a elemento di disturbo, impersonale, avvolta da una spirale onirica. Il viaggio termina da dove era iniziato, e cioè con "The Waiter #3", una reprise del primo brano con un groove leggermente più accentuato e con Jenkins che pare più stanco, come provato dall'esperienza del dolore. Questa scelta evidenzia la caratteristica "circolare" del disco, e ne fa quasi un concept sulla delusione e la speranza.
La "processione dei cuori neri" è terminata, ma il suo lascito rimarrà per sempre come uno dei momenti più alti di tutti gli anni 90, un angolo buio di tutto il post-rock.

Quelli dei Black Heart Procession sono episodi "noir" costruiti attorno ad ambientazioni scarne, quasi esclusivamente acustiche, con il piano in evidenza e la voce sofferta di Jenkins a intonare melodie sommesse, che infondono sempre un senso di tristezza. "Spero solo che alla fine le persone siano contente, non voglio certo che la gente si rattristi e pensi al suicidio. Io, come tutti, tento di essere felice e lo sono, a momenti", ha spiegato Jenkins. I testi sono storie di amori sofferti e di solitudine, che convergono tutte, in qualche modo, verso la parola "cuore", perché, "è vero che le emozioni nascono dalla sfera cerebrale, ma è più divertente immaginare che sia il cuore a generarle". Il successivo Ep A 3 Songs Recording introduce ulteriori novità, aggiungendo un tocco di ritmo e di blues in più, ammiccando al Tom Waits del dopo "Swordfishtrombones". "Avevamo qualche pezzo a disposizione mai registrato, abbiamo scelto quelli che insieme potevano avere più senso logico ed è stato divertente".

Ma con il nuovo lavoro sulla lunga distanza, intitolato - ancora una volta - semplicemente 3, Jenkins e soci ritornano alle atmosfere lente, marziali e solenni di 2, seppur apportando qualche correttivo alla sezione ritmica, con l'aggiunta di campionamenti e batteria elettronica. L'influenza di Nick Cave si fa ancora più forte, in ballate maestose e strazianti, costruite attorno a piano e chitarra: dalla ninnananna ipnotica di "Guess I'll Forget You" alla marcia country di "A Heart Like Mine", dal blues funereo di "We Always Knew" alla tenera melodia di "The War Is Over". Il disco si chiude in maniera apocalittica con "On Ships of Gold", un lungo spiritual segnato da temporali in sottofondo e dalla flebile voce di Kazu Makino dei Blonde Redhead (registrata durante una telefonata con la band). Rielaborando le radici stesse della musica americana, dal country al blues, i Black Heart Procession hanno creato uno stile inconfondibile, tanto notturno quanto emozionante, che è frutto di una produzione elegante e di una tecnica strumentale impeccabile. Un ritratto d'America in bianco e (soprattutto) nero, che richiama alla mente i paesaggi più inquietanti di William Faulkner e Flannery O'Connor.

Molte le novità, invece, nel quarto album dei Black Heart Procession, a cominciare dal titolo: la band di Tobias Nathaniel e Pall Jenkins (ora Paulo Zappoli, cognome materno.) sceglie un titolo in italiano, anche se sgrammaticato, Amore del Tropico. Già dal primo brano, "Tropics of love", si coglie anche la differenza di sound, con ritmi e sonorità latine ai confini con la bossanova. E affiorano presto anche altre sonorità e timbri inediti per il gruppo, come il synth ossessivo e anni '80 di "Sympathy crime" e "The visitor", il rock brioso di "Did you wonder". Non si tratta però di una rivoluzione, dato che non mancano brani dall'atmosfera cupa e crepuscolare (i migliori esempi in "The water #4" e "The invitation"), quanto di un generale arricchimento timbrico nel suono della band, che si rintraccia anche in un uso maggiore degli archi e nell'aggiunta di cori femminili. Sonorità e atmosfere più solari confermate anche in ballate languide come "A cry for love", o nel perseguire la strada del primo pezzo in "Why I stay", con evidenti richiami ai Calexico.
Il cambiamento non solo non ha fatto scadere la qualità della musica dei Black heart procession. Magari non tutti i brani sono riuscitissimi, forse 2-3 pezzi in meno avrebbero realizzato una miglior messa a fuoco del nuovo corso musicale, ma se nel finale si avverte una certa ripetitività e stanchezza, la pazienza viene premiata dalla conclusiva "Fingerprints", che ci riconcilia con le atmosfere già note, un brano crepuscolare e malinconico come nella migliore tradizione del duo di San Diego.

Passano quattro anni prima dell'uscita di The Spell (2006) ma l'attesa non pare spasmodica, forse perché i Black Heart Procession non hanno ormai più nulla da dimostrare. E' emerso qualche imitatore, ma come al solito è l’attitudine a fare la differenza, e l’intensità dell’atto espressivo, che nel caso dei Black Heart Procession è notevole, pur nella composta linearità del fatto compositivo. Ascoltare in proposito"The Replacement", incedere da thriller, con violini a stemperare parzialmente la tensione creata ad arte da una minacciosa melodia di piano e da nervosi stop and go ritmici. Classico pezzo alla Black Heart Procession, direbbe qualcuno, ma in verità qualche piccolissima novità ci pare di scorgerla nell'album, soprattutto in un suono di chitarra più accentuato.
È sempre l’oscurità l'indicatore principale della cifra espressiva dei Black Heart Procession. Lo conferma "The Waiter#5", a sancire quell'ideale continuità con i lavori precedenti. Pezzi come "Gps" e "The Fix" rimandano al Paisley underground degli immensi Thin White Rope, ma anche alla proposta di indie-rock distorto/contorto della precedente band di Pall, i Three Mile Pilot. Dicevamo di "The Waiter#5", come fattore di continuità, ma al contempo ricettacolo di trucchi da mestierante. L'atmosfera cupa, le voci che emergono dalla tenebra, un melodioso violino in lontananza, l'angoscia dentro e fuori… un film già proiettato dai Black Heart Procession, che ne hanno fatto manifesto stilistico. È bene saperlo, che il pezzo affascini, e affascina effettivamente, è tutt'altro discorso. Di ballate ammalianti ve ne sono poi diverse: "Tangled", "To Bring You Back", "The Spell", ad affermare con forza che la creatività è ancora al top.
The Spell si può considerare un album "neutro", nel senso che i Black Heart Procession fanno esattamente i Black Heart Procession. Mancano novità rilevanti, come potevano (in parte) essere quelle di Amore del Tropico: ci sono solo le consuete grandi canzoni che evocano fantasmi e città deserte. E la notte che fagocita i morsi della coscienza che devastano e sfigurano.

Dopo tre anni di assoluto silenzio, Pall A. Jenkins e soci tornao a farsi sentire con il loro sesto lavoro, intitolato semplicemente Six, quindi con un esplicito ritorno alla numerazione progressiva degli album, interrotta dopo i primi tre. Per quanto si tratti di un elemento meramente esteriore, il suo carattere simbolico, come una sorta di ponte gettato verso quei lavori e dunque oltre i due mediocri album precedenti.
E così è infatti, poiché nelle tredici ballate di Six si manifestano più che discreti sprazzi di una classe non scalfita dal trascorrere del tempo, ma anzi gestita con padronanza e convogliata in un'ampia galleria di brani che rimandano ai loro momenti più fulgidi ma altresì a quell'attitudine a melodie più easy dimostrata nel recente passato.
Ne risulta un lavoro equilibrato, nel quale anche i pezzi dall'impatto più immediato, quali "Witching Stone" e l'indovinato singolo "Rats", non mancano di riassumere tutti gli elementi essenziali di Black Heart Procession in andamenti melodici semplici e vagamente corali.

Benché sia ancora presente qualche retaggio dell'incertezza degli ultimi due album, Six rivela gradualmente una lunga serie di "appunti dal sottosuolo", che seguono il canovaccio di atmosfere torbide, melodie fluide e arrangiamenti venati di un'oscurità decadente e raffinata. Sono in particolare i tre pezzi che vedono la preponderante presenza del piano a sfiorare le vette raggiunte dalla band, che torna a evocare demoni al solito tutti racchiusi nelle profondità dell'animo umano: così, l'iterazione in crescendo delle note pianistiche e quella del mantra "don't say a word, just disappear with me" dell'iniziale "When You Finish Me" suonano quasi come un'invocazione, un manifesto programmatico, o piuttosto un avvertimento che l'antico spirito non è ancora scemato. La sensazione viene poi confermata dalla speculare piéce pianistica del brano conclusivo, che non raggiunge tuttavia la intensità tenebrosa e malata di "Drugs" (non a caso sesta traccia del lavoro), ballata accorata e struggente come dalla voce di Jenkins non se ne sentivano da tempo. Ora che la numerazione è ripresa, resta da augurarsi che la band non smetta nuovamente di contare.

Contributi di Paolo Sforza ("Amore del Tropico"), Antonio Ciarletta ("The Spell") e Raffaello Russo ("Six")

Black Heart Procession

Notturno californiano

di Michele Mininni, Claudio Fabretti

Originale ibrido di folk-blues e spleen gotico-decadente, la band di San Diego ha oscurato tutti i cliché sulla California solare. "The Spell" è il nuovo capitolo di una storia quasi decennale. Abbiamo incontrato Jenkins e Nathaniel per questa intervista esclusiva
Black Heart Procession
Discografia
 1 (Headhunter, 1998)

6

2 (Touch & Go, 1999)

9

3 (Touch & Go, 2000)

7,5

 Amore del Tropico (Touch & Go, 2002)

5,5

 In The Fishtank 11 (In The, 2004)

5

 The Spell (Touch & Go, 2006)

6,5

 Six (Temporary Residence, 2009) 6,5
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

BLACK HEART PROCESSION

Six

(2009 - Temporary Residence)
Sotto il segno del numero sei, le nuove ballate tenebrose di Pall A. Jenkins e soci

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The Spell

(2006 - Touch And Go)

BLACK HEART PROCESSION

2

(1999 - Touch & Go)
Anni di country, folk, blues, elettronica, mescolati da un gusto per gli arrangiamenti di grande eleganza ..

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