16/11/2017

Arto Lindsay

Locomotiv, Bologna


di Massimiliano Speri
Arto Lindsay

Assistere a un concerto di Arto Lindsay a Bologna vuol dire innanzitutto sentirsi parte di una storia importante e di lungo corso. Il legame tra l’inafferrabile chitarrista statunitense-brasiliano e il capoluogo emiliano affonda le radici nell’età dell’oro artistico-culturale della città: è qui che, nel lontano 1981, fece il suo esordio come produttore nel primo, malatissimo Ep dei mitici Hi-Fi Bros, accoliti no wave della prima ora poi convertitisi a una più rassicurante disco-music. Il Nostro si trovava in città per partecipare alla rassegna “ELECTRA1 - Festival per i Fantasmi del Futuro”, organizzata dal solito Oderso Rubini, in cui si esibì sia con i Dna sia con i Lounge Lizards su un palco che vide avvicendarsi anche Bauhaus, Chrome (il primo concerto dalla loro carriera!), Brian Eno e Peter Gordon, oltre che glorie locali come Gaznevada e gli stessi Hi-Fi Bros, mentre un manipolo di facinorosi capitanati da Helena (all’epoca ancora Jumpy) Velena tentava in ogni modo di sabotare l’iniziativa. Arto, grande studioso della controcultura italiana dell’epoca, rimase così affascinato dal clima che si respirava in città da trattenersi oltre il previsto (fu, tra le altre cose, uno dei fortunati spettatori della leggendaria “Lectura Dantis” di Carmelo Bene), e nel corso degli anni ha mantenuto con il nostro paese un rapporto d’elezione: oltre a suonarci spesso, parla discretamente la lingua e, a quanto pare, è informatissimo sull’attualità che conta.

Che si senta a casa lo capiamo sin dai primi istanti: felpa con cappuccio, jeans strappati e stivalacci accoppiati al fisico smunto e all’andatura dinoccolata, Arto compare sul palco come l’improbabile punk che è sempre stato, imbraccia l’iconica Danelectro a 12 corde e introduce la serata con un soliloquio chitarristico così cacofonico da far dubitare che si tratti di uno strumento musicale convenzionale (o di un esecutore sano di mente). Poco dopo lo raggiungono i due accompagnatori, entrambi brasiliani, impegnati uno alla chitarra samba a sette corde e l’altro alle percussioni: corrispondono rispettivamente ai nomi di Luís Filipe de Lima e Marivaldo Paim, ma il leader giocherà per tutta la sera a presentarli in modo via via più assurdo.
Il primo brano è lo standard “Maneiras”, che funge anche da manuale di istruzioni alla sghemba poetica dell’artista: impeccabile prima parte voce/chitarra con contrappunto percussivo a tratteggiare quella che sembrerebbe una classicissima bossa, poi il cantato inizia a farsi isterico mentre la Danelectro viene grattugiata con accanimento crescente, culminando in un assolo rumoristico simile al surriscaldamento di una macchina in avaria. E’ solo il primo atto di uno show che si dispiegherà in una clima piacevolmente demenziale, con Arto divertito e divertente nell’alternare le sue impossibili giustapposizioni stilistiche a numeri da avanspettacolo, con grande coinvolgimento della platea.
Concluso il brano, saluta il pubblico e domanda se il Link (storico spazio occupato bolognese, ndr) sia ancora aperto, rimanendo molto deluso dalla risposta negativa di una spettatrice. Un incalzante tappeto di percussioni introduce poi “Ilha Dos Prazeres”, tratta dall’ultimo album “Cuidado Madame”, caratterizzata dai morbidi stacchi della classica di de Lima occasionalmente trapanata da un Arto così preso bene da lanciarsi in uno scoordinato balletto.

Ancora le percussioni protagoniste su “Simply Are”, tra i suoi brani più amati, con una formidabile interazione tra i tre e una spericolata coda strumentale deformata dal Whammy. Prima che il brano sia concluso, Arto ruba una bacchetta a Paim e si diverte a menare colpi a caso su uno dei suoi tanti tamburi, dopodiché avvia uno straniante loop di coltellate atonali e attacca “Illuminated”, altro classico lindsayano, con la 12 corde a gracidare acida sopra un’elegante sfoglia fusion memore degli Ambitious Lovers più sofisticati.
Si prosegue con “Imitação”, samba in punta di piedi sostenuto da piccole percussioni e inframezzato da un’ironica pausa silenziosa, Paim a canticchiare nei panoramici e Arto esagitato nel suo corollario di mosse spastiche. A fine brano veniamo informati che si trattava di una rilettura dal repertorio di Oscar Da Penha alias Batinha, “che in italiano vuol dire ‘patatina’… avete presente, no… Rocco Siffredi…”.
Si torna al repertorio recente con “Vau Queimar Ou Botando Pra Dançar”, sostenuta da una batteria quasi dubstep con Arto che, per qualche ignoto motivo, mentre canta fatica a trattenersi dal ridere ma suona comunque come uno psicopatico, prima imitando il ronfare di una bestia nella sua grotta, poi fendendo l’aria fino a strapparci i neuroni. 
“Aren’t they beautiful?”, ci invita a constatare dopo aver presentato per l’ennesima volta i suoi compari con dei nomi non loro, per poi omaggiare il rinomato sambista Cartola con una “Alegria” quasi parodistica, tramutata com’è in un destrutturato pseudo-funk alla Golden Palominos, la chitarra a dettare una ritmica nervosa come la carne di un animale selvatico.

Dopo aver provato a convincerci che Paim sia in realtà Seu Jorge, inizia ad accennare la prossima canzone in scaletta, “Seu Pai”, ma è costretto a fermarsi perché de Silva lamenta una batteria scarica in uno dei suoi pedali; dopo averlo deriso in tre lingue, si decide a chiedere l’aiuto di un roadie e intanto intrattiene il pubblico con lo strumentale dadaista “Um Por Um”, facendo impazzire Paim con le ripetizioni del delay; presto però si stufa e prova a ricominciare il brano precedente, ma proprio in quel momento si palesa il roadie con l’ambita batteria; “after the song!” gli urla Arto, poi ci ripensa e si interrompe; il poveraccio inizia a smontare il pedale mentre Arto scambia qualche parola in portoghese con de Silva, e a fine operazione ci comunica che in realtà era tutto uno scherzo: poche volte ho assistito a un siparietto così lungo e delirante, degno del Mark Kozelek più ispirato.

Sarà per l’alto tasso surreale che ormai regna incontrastato, ma “Invoke” suona più stramba che mai, tra un’introduzione ultra-noise, suoni acquatici, calde carezze di chitarra classica, ritmica sincopata e un assolo somigliante a una manciata di chiodi strofinati su una lavagna, mentre Paim getta i mallet addosso alle pelli quasi fosse contagiato dalla follia del frontman, e in tutto ciò la voce tira dritta imperturbabile, come se nulla stesse accadendo.
“A Volta Do Malandro”, classico di Chico Buarque splendidamente condotto da de Silva, sembrerebbe riassestarsi su binari più decifrabili, ma appena Paim inizia a maltrattare le congas con le bacchette, è chiaro che qualcosa di stranissimo stia per accadere e subito giunge puntuale il rantolo spaziale della Danelectro, sventrata dalle onde fotoniche del Whammy fino a trasformarsi in un elastico tirato allo spasimo.
Una serrata ritmica di charleston & cajon ci trascina dentro “Combustivel”, dove il contrasto tra l’energico solo di Paim e il martirio chitarristico di Arto suona quasi comico, fungendo da paradossale sigla di chiusura al set principale.

Richiamati sul palco, ci ipnotizzano con la trasognata serenata di “Uncrossed”, in cui le pur corrosive secchiate di acquaragia della Danelectro non riescono a dissolvere il finissimo assolo à-laTill There Was You” di de Silva. Dai gesti d’intesa che si scambiano sembrano molto soddisfatti della loro performance, e va forse interpretato in ottica goliardica il furto del plettro di de Silva da parte di Arto, enigmatico saltimbanco situazionista.
Ancora tanta delicatezza in “Beija-me”, in prestito da Paulinho Da Viola, così traboccante di saudade che Arto per una volta limita al minimo le sue rasoiate, immergendosi nella malinconia tropicale con una performance vocale di pacata intensità, perfetto sottofondo per i titoli di coda.
Arto è un intrattenitore così adorabile che il pubblico fatica a separarsene, e il baccano è tanto da convincerlo a tornare ancora una volta sul palco: prima da solo, deliziandoci con un loop scricchiolante che ricorda una stampante difettosa o un vecchio modem a 56k, poi di nuovo affiancato dai suoi fedeli scudieri. Chiede se ci siano richieste dal pubblico: “Simply Are” è quella più gettonata e lui accetta di risuonarla, felice come un bambino, mentre strapazza per l’ultima volta la sua povera chitarra. Inchino collettivo, e poi giù il sipario.

Se riuscire a far coesistere in modo così brillante linguaggi musicali quasi antitetici è già di per sé un’impresa, riuscire a farlo imbastendo uno spettacolo assolutamente godibile è un mezzo miracolo. Arto Lindsay è uno di quegli artisti che hanno fatto dell’imprevedibilità la loro cifra, ma vedendolo dal vivo ci si rende conto di come questa inesausta ricerca non si traduca in seriosità, ma al contrario si innesti su uno spirito naif che è in fondo la quintessenza del rock’n’roll. Dal canto suo il Locomotiv, ancora una volta, si è dimostrato all’altezza di un’esibizione tecnicamente non facile da amministrare, ma filata liscia dall’inizio alla fine.
A fine concerto, com’era immaginabile, lo troviamo a bordo palco, desideroso di interagire con gli astanti. Ne approfitto per chiedergli ragguagli sul suo set-up, e lui si lascia interrogare volentieri. Andando via ripenso alle sue risposte, e mi viene il sospetto che mi abbia deliberatamente mentito, e che forse tutta la serata, tutta la sua carriera, tutta la sua vita sia consistita in una costante burla da prestigiatore ai danni degli ingenui fessi che si arrovellano sui suoi trucchi. Dubbi legittimi, ma destinati a rimanere inviolati: quando si ha a che fare con simili rompicapi viventi, i conti non possono e non devono tornare.

(Un grazie dal profondo del cuore ad Arto e al suo tour manager Tommaso per l'aiuto nel ricostruire la scaletta)

Setlist

(intro)
Maneiras
Ilha Dos Prazeres 
Simply Are
Illuminated 
Imitação
Vau Queimar Ou Botando Pra Dançar
Alegria
Seu Pai 
Um Por Um 
Invoke 
A Volta Do Malandro
Combustivel 


Encore:
Uncrossed 
Beija-me


Encore 2:
(strumentale)
Simply Are

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