Nel 1973 con l'uscita di questo album si completo' uno dei
periodi piu' luminosi del progressive rock. Dopo lo
straordinario lavoro d'esordio dei King Crimson
("In the Court Of The
Crimson King"), l'altrettanto stupendo e classicheggiante esordio degli
EL&P con il disco omonimo e il sinfonismo di "Close to the Edge" degli Yes, arrivo' questo "Selling England by
the pound" a suggellare l'era di massimo splendore vissuta in quegli anni da uno
dei generi piu' elaborati e suggestivi del rock.
I Genesis, con le
loro sonorita' romantiche e barocche, molto piu' levigate e dolci dei tre lavori
sopracitati, avevano gia' in precedenza dimostrato di avere raggiunto la
maturita'. "Nursery Crime", "Foxtrot" e, in tono leggermente minore, "Trespass"
erano lavori destinati a rimanere pietre miliari di un certo tipo di rock. Ma fu
con questo disco che Peter
Gabriel e compagni realizzarono il loro lavoro piu' rappresentativo, il
disco da consegnare ai posteri con l'orgoglio di chi sa di aver concepito un
corpo sonoro i cui cromosomi non sarebbero mai stati scalfiti dallo scorrere del
tempo.
La musica dei Genesis del "periodo d’oro" era caratterizzata da
una impalcatura sonora complessa e articolata: come in un grande puzzle, ogni
strumento innescava una azione e reazione di un altro strumento, generando un
intersecarsi di suoni e melodie sia in sottofondo, sia in completa evidenza.
In questo grande mosaico di suoni, tutto era concepito ad arte per vivere di
vita propria. Si potevano ascoltare le tastiere fare da filo conduttore al
brano, e in sottofondo tre secondi di ricamo chitarristico; ma quei tre secondi
erano talmente fondamentali che se non fossero esistiti tutto il brano ne
avrebbe risentito e l'intera architettura sonora sarebbe crollata.
Era
musica "colorata", quella dei Genesis, mai uguale a se stessa: un trionfo di
idee fervide, che sprizzavano fuori in maniera tangibile e fantasiosa. Una
musica che immergeva l'ascoltatore in un mondo diverso, che come una macchina
del tempo proiettava verso epoche remote, grazie al suo particolare
"barocchismo", mai pacchiano o speculativo. Ascoltando queste melodie ad occhi
chiusi, ci si cala idealmente in un mondo popolato da draghi e fate, castelli e
giardini verdissimi, come testimonia in modo incisivo la stessa copertina.
Oltre ai testi, sempre misteriosi e intriganti, è anche la tecnica della
band a risaltare: il sapiente cantato di Peter Gabriel, che come un folletto
saltella da un brano all'altro con la sua particolare grazia interpretativa, le
tastiere mai spettacolari o strabordanti di Tony Banks, i ricami di Steve
Hackett che disegnano orpelli sonori in completa liberta', per non dimenticare
lo stile ritmico di Collins, che come un cuore palpitante riusciva sempre a
calarsi nel fulcro emotivo del brano.
L'inizio dell’album e' folgorante: "Dancing With The Moonlit
Kinight" si apre con un canto enfatico di Gabriel, accompagnato dalla chitarra
di Hackett che riesce subito a creare un'atmosfera medievale, fino all'entrata
in scena di tutti gli strumenti. In breve, il ritmo diventa incalzante e
furibondo, e la chitarra elettrica prende il sopravvento con autentici guizzi;
ma e' solo un momento: come in una staffetta, la chitarra lascia il passo alle
tastiere di Banks, di stampo prettamente progressivo, con in sottofondo le
vorticose rullate di Collins. All'improvviso tutto si calma, il brano non sembra
piu' lo stesso e ci si trova proiettati in una dimensione nuova e riflessiva: su
queste note, il brano si congeda.
In "I Know What I Like", e' invece Collins
a dettare le regole: inizio parlato con suoni ritmici echeggianti fra loro in
sottofondo, pochi istanti, e il brano "esplode" in una melodia accattivante, con
un ritornello che e' un autentico inno alla gioia; fra stacchi e riprese della
melodia portante, il brano prosegue leggero e orecchiabile. E’ il pezzo piu’
facile del disco e sara’ destinato a diventare un cavallo di battaglia nelle
esibizioni dal vivo.
Una introduzione pianistica sapiente da' il benvenuto
alla successiva"Firth Of Fifth", capolavoro del disco e composizione tra le piu’
memorabili del repertorio-Genesis. Stacco, il piano scompare e il gruppo si
produce in un suono unico, nel quale gli strumenti sono tutti in completa
armonia fra di loro. Gabriel, come un attore da Oscar, interpreta maestosamente
la melodia principale, quando improvvisamente tutto diviene silenzioso, e in
sordina prende campo un dolce flauto che ritmicamente accompagna il brano, fino
alla deflagrazione dello splendido assolo di Banks, pronto a lasciare subito il
testimone a Hackett per un lirismo supremo di chitarra. Un capolavoro assoluto.
In "More Fool Of Me", invece, un inizio acustico - con un Collins
cantilenante alla voce - conduce verso atmosfere piu' semplici e agresti: qui
non vi e' la tipica orchestrazione di marca Genesiana, ma toni piu' intimi e
sfumati. Un piccolo grande brano, pervaso da una innocente dolcezza. Quindi, una
marcetta iniziale ci conduce in un sanguinoso campo di battaglia: quello di "The
Battle Of Epping Forest". La voce di Gabriel si fa incalzante, supportata da
intermezzi chitarristi ed "entrate" pianistiche, fino a quando, come in un
infuriare di urla e grida di guerra, il brano si erge in un vortice di
tecnicismi veloci e raffinati. Ma e' Gabriel a cantare, e soprattutto a recitare
le gesta di cui va raccontando con stile, a seconda dei casi, drammatico,
ironico e sbeffeggiante. E' un brano, questo, altamente progressivo, forse il
piu' elaborato e complesso dell'intero album. Una suite fatta di galoppate
sonore frenetiche in cui gli strumenti sembrano duellare, o meglio simulare le
gesta stesse dei personaggi che affollano il testo del brano.
Il successivo
"After The Ordeal" è un pezzo strumentale, dal sapore evocativo e dalle
atmosfere rinascimentali. Hackett fa sfoggio di ricami suadenti, la batteria lo
asseconda con un sereno tappeto ritmico, mentre un flauto prende coraggio e
melodicamente porta a termine la canzone.
Altra pietra miliare del disco e'
"The Cinema Show", dove tutto inizia in maniera tenue e sognante: un egregio
Gabriel viene assecondato in sottofondo da un ripetitivo, e proprio per questo
sinuoso, arpeggio di chitarra. Fra sonorita' improvvise e repentine, che
accrescono il clima di attesa, l'ascoltatore viene trasportato in un panorama di
suoni epici, dove una nervosa irruzione di Collins alla batteria detta ritmi e
cadenze piu' marcate. Il lavoro di Banks alle tastiere impreziosisce la
struttura della canzone con arie barocche. L'album si conclude sulle note di
"Aisle Of Plenty", una melodia che, in una sorta di percorso circolare, ci
riporta all'inizio del disco, come a volerci indurre a non cessare mai l'ascolto
di questo leggendario lavoro.
