In una carriera così folgorante durata lo
spazio di due anni e poche decine di concerti, i due unici Lp, "Unknown
Pleasures" e "Closer",
rappresentano per i Joy Division, più
ancora che pietre miliari, due macigni colossali, due poli che magnetizzano da
25 anni vecchi e nuovi adepti: il nero e il bianco come le copertine dei due
dischi; tesi e antitesi come il suono grezzo del primo e il suono levigato del
secondo. E la sintesi di tanta sostanza musicale è il dramma umano, l’immane
dramma del vocalist Ian Curtis, che canta la propria lucida disperazione in
"Unknown Pleasures" e le sue stesse esequie in "Closer" consegnandoci un
testamento di inaudita potenza. Di fronte a tale dramma, non ci resta che
restare attoniti, sgomenti e assaliti soprattutto da un senso di abbandono.
Perché il luogo dove ci traghetta il suono dei Joy Division prevede un
biglietto, quello di sola andata.
C’è qualcosa nella musica dei Joy
Division che respinge o cattura: istintivamente, senza mezze misure di
ascolto. O il suono ripugna, scatenando un conato simile al riflesso
dell’astemio quando viene a contatto con l’alcool oppure trascina, intrappolando
l’ascoltatore in un gorgo di disperazione che distrugge ogni difesa immunitaria.
Perché la musica dei Joy Division è musica malata, musica pericolosa, come a
volte solo la musica rock riesce a essere.
La figura di Ian Curtis rievoca per intensità espressiva quella
di due miti assoluti del rock: Lou
Reed per lo spessore crudo dei testi (la band omaggerà i Velvet Underground con una
cover di "Sister Ray", inserita nel doppio album postumo "Still") e Jim Morrison per l’intensità
deflagrante dell’interpretazione vocale. Ma la potenza e lo spessore artistico
dei Joy Division non si misurano solo nel carisma di
Ian Curtis, ma nella formula musicale nuova che getterà le basi di un intero
movimento, il dark.
La nascita del gruppo si inscrive, alla fine degli anni 70, in
pieno clima punk e post-punk. Sex
Pistols e Buzzcocks sono tra le band a cui i quattro i quattro ventenni di
Manchester, Ian Curtis (voce), Bernard Albrecht (chitarra), Peter Hook (basso),
Steve Morris (batteria) guardano inizialmente con più interesse modelli dai
quali si distaccheranno, smussando, ma solo in parte, la crudezza del suono. Un
suono con venature oscure e decadenti, con linee musicali talora rallentate e
pesantissime che fisseranno i caratteri tipici e, come spesso succede, forse
insuperati, dell’intera corrente dark-wave.
Dopo un primo Ep "An Ideal For Living" uscito nel 1977 e dopo
una fallimentare esperienza con la major Rca, per la quale la band registra una
decina di canzoni mai pubblicate ufficialmente, a partire dalla seconda metà del
1978 la breve storia della band ha una decisiva accelerazione. L’ingresso in una
giovane etichetta indipendente, la Factory, e l’incontro con il produttore
Martin Hannett sono gli elementi di equilibrio che permettono ai Joy Division di approdare al suono compiuto e originale di
"Unknown Pleasures" registrato nell’aprile del 1979 agli Strawberry Studios di
Stockport e apparso nei negozi nel mese di giugno. La copertina, ideata dal
grafico del gruppo Peter Faville, è tra le più potenti ed enigmatiche del rock.
Solo un piccolo diagramma rettangolare, disegnato con sottili e increspate linee
bianche, si staglia sullo sfondo nero, terribile e colmo di funesti presagi.
Lungo i dieci brani del disco si percorre una sorta di rito di
iniziazione e "Disorder", la canzone di apertura, detta subito le regole di
questo gioco pericoloso e sconosciuto. Una batteria sorda e compressa su cui il
basso gira a ritmi vertiginosi senza sosta, come impazzito, ci trascina in una
dinamica nervosa, anzi nevrotica. Perché la tensione, nei Joy Division, è sempre
sinonimo di mal di vivere portato alle estreme conseguenze, ovvero di patologia.
Con la successiva "Day Of The Lords", lenta e pesantissima, si
entra nella stanza del dark più cupo e desolato. Dal buio le tastiere sparano
fasci di luce, ma è luce tagliente e lancinante, una pura visione apocalittica.
La chitarra ruvida e grezza risuona come ferraglia abbandonata ai margini di una
periferia industriale come quella di Manchester, dalla quale provengono i
quattro musicisti. L’andamento ritmico di "Candidate", che in un altro contesto
ci avrebbe cullato, si trasforma in una danza macabra, una ninnananna atroce. La
voce carica di effetti suona ostica, filtrata da una patina fastidiosa.
Sull’andirivieni ipnotico della ritmica, la chitarra sputa scintille come una
fiamma ossidrica e le tastiere sporcano l’insieme sonoro con interventi sinistri
e carichi di angoscia. Il basso di "Insight" disegna i binari sonori sui quali
scorre la melodia scarna e lamentosa di Curtis. Poi, all’improvviso, si abbatte
una pioggia di note che brulicano fastidiose come insetti che invadono lo spazio
della mente minandone l’equilibrio.
Capolavoro assoluto del disco e dell’intera musica dark, "New
Dawn Fades" tocca gli abissi più profondi e impenetrabili dell’uomo. Dopo le
prime e già intense note di basso, la chitarra inanella due riff memorabili,
taglienti come la più spaventosa delle lame che al contempo provoca in
profondità sussulti dell’io e in superficie tende un agguato alla nostra pelle.
I riff dei Joy Division, ora di chitarra ora di basso,
ora di entrambi a rincorrersi o sovrapporsi, sono una delle chiave di lettura
della forza della loro musica. Una semplicità assoluta, poche note, ripetute
implacabilmente, che distruggono ogni resistenza come gocce d’acqua che nella
loro caduta inesorabile e sempre uguale intaccano ogni materia, corrodendola.
Contrastando l’effetto cristallino dell’arpeggio di chitarra,
l’interpretazione vocale di Curtis già intrisa di fatalismo, cresce a dismisura
sino a esplodere e a superare i limiti dell’umano. Il grido si leva così alto da
lasciarci senza fiato: di fronte a tale potenza le corde dell’anima non vibrano,
tremano. "She's Lost Control", un altro classico del disco, è sorretta dal
dinamico riff di basso e da una batteria ovattata, così compressa da sembrare
elettronica. La voce di Curtis, anch’essa straripante di echi, crea un effetto
ipnotico quasi marziale, mentre la chitarra quadrata e più vicina al rock
canonico incastra una semplice sequenza di accordi.
"Shadowplay" è rabbiosa, con una introduzione di basso al limite
della distorsione. Il solo di Albrecht è come un riff dilatato e mantiene una
leggibilità melodica che stempera momentaneamente la tensione del brano. La
saltellante "Wilderness", con il basso strascicato e pulsante di Hook e
l’irruenta "Interzone" che richiama il combat-rock dei Clash se non addirittura venature
zeppeliniane, portano verso l’ultimo capolavoro del disco "I Remember Nothing".
Lenta e pesantissima, la canzone si sviluppa in sei minuti che rappresentano il
tassello finale di questo percorso iniziatico alla musica dark. La batteria
costruisce il tappeto ritmico su pochi, inesorabili colpi; il basso è di una
cupezza insostenibile con singole note pesantissime. I tempi dilatati e le
sovraincisioni permettono a Curtis di esprimere l’angoscia interiore rincorrendo
la propria stessa voce. Il tappeto di tastiere crea una permanente tensione da
thriller che non riesce a trovare sfogo e in questo impasto sonoro cupo,
l’infrangersi improvviso di oggetti provoca sussulti alla coscienza di chi
ascolta. E sono fustigate esistenziali che lasciano piaghe aperte, per sempre.
Il dramma esistenziale di Curtis ha in "Unknown Pleasures"
ancora la forza di trasformarsi in rabbia, in forza devastante che esplode verso
l’esterno. Ma è l’ultimo grido, disperato, verso una realtà dalla quale Ian
andrà in pochi mesi inesorabilmente allontanandosi. Con il successivo
monumentale "Closer" il passo è infatti compiuto, verso l’eterno.
