Joy Division

Unknown Pleasures

1979 (Factory) | dark-punk

In una carriera così folgorante durata lo spazio di due anni e poche decine di concerti, i due unici Lp, "Unknown Pleasures" e "Closer", rappresentano per i Joy Division, più ancora che pietre miliari, due macigni colossali, due poli che magnetizzano da 25 anni vecchi e nuovi adepti: il nero e il bianco come le copertine dei due dischi; tesi e antitesi come il suono grezzo del primo e il suono levigato del secondo. E la sintesi di tanta sostanza musicale è il dramma umano, l’immane dramma del vocalist Ian Curtis, che canta la propria lucida disperazione in "Unknown Pleasures" e le sue stesse esequie in "Closer" consegnandoci un testamento di inaudita potenza. Di fronte a tale dramma, non ci resta che restare attoniti, sgomenti e assaliti soprattutto da un senso di abbandono. Perché il luogo dove ci traghetta il suono dei Joy Division prevede un biglietto, quello di sola andata.

C’è qualcosa nella musica dei Joy Division che respinge o cattura: istintivamente, senza mezze misure di ascolto. O il suono ripugna, scatenando un conato simile al riflesso dell’astemio quando viene a contatto con l’alcool oppure trascina, intrappolando l’ascoltatore in un gorgo di disperazione che distrugge ogni difesa immunitaria. Perché la musica dei Joy Division è musica malata, musica pericolosa, come a volte solo la musica rock riesce a essere.

La figura di Ian Curtis rievoca per intensità espressiva quella di due miti assoluti del rock: Lou Reed per lo spessore crudo dei testi (la band omaggerà i Velvet Underground con una cover di "Sister Ray", inserita nel doppio album postumo "Still") e Jim Morrison per l’intensità deflagrante dell’interpretazione vocale. Ma la potenza e lo spessore artistico dei Joy Division non si misurano solo nel carisma di Ian Curtis, ma nella formula musicale nuova che getterà le basi di un intero movimento, il dark.

La nascita del gruppo si inscrive, alla fine degli anni 70, in pieno clima punk e post-punk. Sex Pistols e Buzzcocks sono tra le band a cui i quattro i quattro ventenni di Manchester, Ian Curtis (voce), Bernard Albrecht (chitarra), Peter Hook (basso), Steve Morris (batteria) guardano inizialmente con più interesse modelli dai quali si distaccheranno, smussando, ma solo in parte, la crudezza del suono. Un suono con venature oscure e decadenti, con linee musicali talora rallentate e pesantissime che fisseranno i caratteri tipici e, come spesso succede, forse insuperati, dell’intera corrente dark-wave.

Dopo un primo Ep "An Ideal For Living" uscito nel 1977 e dopo una fallimentare esperienza con la major Rca, per la quale la band registra una decina di canzoni mai pubblicate ufficialmente, a partire dalla seconda metà del 1978 la breve storia della band ha una decisiva accelerazione. L’ingresso in una giovane etichetta indipendente, la Factory, e l’incontro con il produttore Martin Hannett sono gli elementi di equilibrio che permettono ai Joy Division di approdare al suono compiuto e originale di "Unknown Pleasures" registrato nell’aprile del 1979 agli Strawberry Studios di Stockport e apparso nei negozi nel mese di giugno. La copertina, ideata dal grafico del gruppo Peter Faville, è tra le più potenti ed enigmatiche del rock. Solo un piccolo diagramma rettangolare, disegnato con sottili e increspate linee bianche, si staglia sullo sfondo nero, terribile e colmo di funesti presagi.

Lungo i dieci brani del disco si percorre una sorta di rito di iniziazione e "Disorder", la canzone di apertura, detta subito le regole di questo gioco pericoloso e sconosciuto. Una batteria sorda e compressa su cui il basso gira a ritmi vertiginosi senza sosta, come impazzito, ci trascina in una dinamica nervosa, anzi nevrotica. Perché la tensione, nei Joy Division, è sempre sinonimo di mal di vivere portato alle estreme conseguenze, ovvero di patologia.

Con la successiva "Day Of The Lords", lenta e pesantissima, si entra nella stanza del dark più cupo e desolato. Dal buio le tastiere sparano fasci di luce, ma è luce tagliente e lancinante, una pura visione apocalittica. La chitarra ruvida e grezza risuona come ferraglia abbandonata ai margini di una periferia industriale come quella di Manchester, dalla quale provengono i quattro musicisti. L’andamento ritmico di "Candidate", che in un altro contesto ci avrebbe cullato, si trasforma in una danza macabra, una ninnananna atroce. La voce carica di effetti suona ostica, filtrata da una patina fastidiosa. Sull’andirivieni ipnotico della ritmica, la chitarra sputa scintille come una fiamma ossidrica e le tastiere sporcano l’insieme sonoro con interventi sinistri e carichi di angoscia. Il basso di "Insight" disegna i binari sonori sui quali scorre la melodia scarna e lamentosa di Curtis. Poi, all’improvviso, si abbatte una pioggia di note che brulicano fastidiose come insetti che invadono lo spazio della mente minandone l’equilibrio.

Capolavoro assoluto del disco e dell’intera musica dark, "New Dawn Fades" tocca gli abissi più profondi e impenetrabili dell’uomo. Dopo le prime e già intense note di basso, la chitarra inanella due riff memorabili, taglienti come la più spaventosa delle lame che al contempo provoca in profondità sussulti dell’io e in superficie tende un agguato alla nostra pelle. I riff dei Joy Division, ora di chitarra ora di basso, ora di entrambi a rincorrersi o sovrapporsi, sono una delle chiave di lettura della forza della loro musica. Una semplicità assoluta, poche note, ripetute implacabilmente, che distruggono ogni resistenza come gocce d’acqua che nella loro caduta inesorabile e sempre uguale intaccano ogni materia, corrodendola.

Contrastando l’effetto cristallino dell’arpeggio di chitarra, l’interpretazione vocale di Curtis già intrisa di fatalismo, cresce a dismisura sino a esplodere e a superare i limiti dell’umano. Il grido si leva così alto da lasciarci senza fiato: di fronte a tale potenza le corde dell’anima non vibrano, tremano. "She's Lost Control", un altro classico del disco, è sorretta dal dinamico riff di basso e da una batteria ovattata, così compressa da sembrare elettronica. La voce di Curtis, anch’essa straripante di echi, crea un effetto ipnotico quasi marziale, mentre la chitarra quadrata e più vicina al rock canonico incastra una semplice sequenza di accordi.

"Shadowplay" è rabbiosa, con una introduzione di basso al limite della distorsione. Il solo di Albrecht è come un riff dilatato e mantiene una leggibilità melodica che stempera momentaneamente la tensione del brano. La saltellante "Wilderness", con il basso strascicato e pulsante di Hook e l’irruenta "Interzone" che richiama il combat-rock dei Clash se non addirittura venature zeppeliniane, portano verso l’ultimo capolavoro del disco "I Remember Nothing". Lenta e pesantissima, la canzone si sviluppa in sei minuti che rappresentano il tassello finale di questo percorso iniziatico alla musica dark. La batteria costruisce il tappeto ritmico su pochi, inesorabili colpi; il basso è di una cupezza insostenibile con singole note pesantissime. I tempi dilatati e le sovraincisioni permettono a Curtis di esprimere l’angoscia interiore rincorrendo la propria stessa voce. Il tappeto di tastiere crea una permanente tensione da thriller che non riesce a trovare sfogo e in questo impasto sonoro cupo, l’infrangersi improvviso di oggetti provoca sussulti alla coscienza di chi ascolta. E sono fustigate esistenziali che lasciano piaghe aperte, per sempre.

Il dramma esistenziale di Curtis ha in "Unknown Pleasures" ancora la forza di trasformarsi in rabbia, in forza devastante che esplode verso l’esterno. Ma è l’ultimo grido, disperato, verso una realtà dalla quale Ian andrà in pochi mesi inesorabilmente allontanandosi. Con il successivo monumentale "Closer" il passo è infatti compiuto, verso l’eterno.

(31/10/2006)

  • Tracklist
  1. Disorder
  2. Day of the Lords
  3. Candidate
  4. Insight
  5. New Dawn Fades
  6. She's Lost Control
  7. Shadowplay
  8. Wilderness
  9. Interzone
  10. I Remember Nothing
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