La Generazione degli High
Numbers, poi The
Who, prende forma in prossimita' della meta' degli anni
60. E' l'epoca in cui nella Gran Bretagna imperversano il disincantato beat o il
rhythm & blues piu' elettrificato. Gli Who, quattro ragazzotti animati da
furie primitive ed espolsioni ormonali, si dilettano a proporre una musica che
va contro tutte le regole del periodo, anzi, le prende a cazzotti: musica
giovanilistica, ribelle, in senso sia musicale sia sociologico. La band nasce
dall'unione di quattro personalità diversissime fra loro: l'intellettuale Pete
Townshend alla chitarra, l'atletico bullo di periferia Roger Daltrey, il mite ma
carismatico John Entwistle al basso, e il matto per antonomasia Keith Moon alle
percussioni.
La loro energia primitiva si manifesta sotto forma
di una carica sensualmente vorticosa verso un rock diversissimo da quello
dell'epoca; la loro rabbia verso il sistema, verso il perbenismo imperante,
offre una via di fuga dal grigiore quotidiano e un modo nuovo per elevare certi
reconditi sogni adolescenziali. E' musica fatta e pensata per una mente giovane,
una mente a cui fa quasi paura l'eta' adulta. Il mondo degli adulti viene visto
con sguardo intriso di odio e razzistica ribellione, perche' e' esattamente il
mondo da cui i quattro cercano di fuggire.
Fuggire dall'eta' adulta, o per citare un passo
della "Loro Generazione", morire prima di raggiungere la maggiore eta', non e'
altro che uno stile di vita moderno anticipatore di quel movimento punk che di
li' a dieci anni sarebbe esploso in tutta la sua ribollente, sguaiata
fragorosita'. I primi album degli Who sono un pugno allo stomaco per tutto il
mondo musicale e non. "My Generation" e "Sell Out" fanno esplodere il loro mito.
L'ambizioso "Tommy" e' invece la classica prova della
maturità. Ma non finisce qui, perché arriveranno l'altro concept "Quadrophenia"
e, due anni prima, questo "Who's Next" che testimonia il perfetto equilibrio
ormai raggiunto dalla band.
L'inizio è al fulmicotone con "Baba O'Riley". Il
brano, dedicato al santone Indiano Meher Baba e al musicista Terry Riley, prende
forma attraverso una introduzione minimalista a base di sintetizzatore pilotato
da Townshend: una introduzione che e' pura leggenda, un suono rotatorio che si
rincorre infinitamente al fine di ricreare cerchi concentrici sonori; uno stacco
imperioso di Moon introduce il cantato regale di Daltrey, che con
interpretazione enfatica fa letteralmente spiccare il volo della canzone verso
cieli rarefatti contraddistinti dal cantato meditabondo di Townshend. Uno
stacco, e la melodia raggiunge il suo climax attraverso un piccolo e azzeccato
intermezzo chitarristico; gli stacchi sono precisi e potenti, e' un tuono Moon,
e Townshend e' il suo lampo che con i suo squarcianti bagliori sonori illumina e
veglia su tanta bellezza. Il finale e' una chicca che stupisce per genio: un
assolo di violino che nasce timidamente per poi prendere il largo verso un mare
in tempesta fatto di ritmi furibondi.
La successiva "Bargain" e' una canzone traditrice
per il suo inizio dimesso a base di strumenti acustici. Ma e' solo per pochi
secondi: presto, infatti, il suono si impenna in uno scoppio di elettricita'.
Siamo in territorio prettamente hard, con il furioso rullare di Moon e le
"schitarrate" a tutto braccio di Townshend; la parte centrale e' contraddistinta
da un mite intermezzo che serve per introdurre un serrato semi-solo di Moon. Una
potenza che resta inalterata anche in "Love Ain't For Keeping", brano
semiacustico, contraddistinto da richiami di sottofondo da parte di Townshend.
La musica degli Who, come questo brano conferma, non perde mai il suo alto
concentrato adrenalinico: la batteria e' un lento ma potente incedere, il basso
in sottotraccia scava trame incisivamente vigorose, nel complesso la sezione
ritmica procede di pari passo creando quella sensazione di "pesantezza" sonora.
Con "My Wife", è la chitarra sugli scudi, con
accordi grezzi e potenti; lo schema ritmico è tambureggiante, ed è un saggio di
come Moon fosse capace di improvvise e veloci rullate, a volte anche prolungate,
senza mai perdere il filo del discorso del brano stesso. E' un brano tipicamente
rock, carico di feeling, ma che non aggiunge niente di particolarmente nuovo ai
precedenti. "The Song Is Over" si apre con una timida introduzione pianistica a
cura di un grande Nicky Hopkins; su tale leggiadro tappeto sonoro si adagia la
voce nasale di Townshend in un cantato tra il sognante e il malinconico; ma
basta solo un momento, e il brano si incendia in una esplosione di energia ben
supportata da un sempre magistrale Moon; la chitarra elettrica e' ben mixata fra
sonorita' in piena distorsione e suoni filtrati molto anni 70. La parte
centrale, il cuore della canzone, si ripiega su stessa rileggendo le atmosfere
rarefatte di partenza per poi procedere speditamente verso lo scoppiettante
finale, in cui sintetizzatori di fondo immergono la canzone in una ricchezza di
suono intrisa di molteplici colori, talvolta vagamente psichedelici.
"Getting In Tune" inizia con una delicata intro
pianistica in cui Daltrey si prodiga in un cantato che recupera molte atmosfere
di "Tommy", specie per quel clima particolare di "resurrezione". E' un inno
potente e coinvolgente, brano tipicamente da stadio, inframezzato da continui
cambi di tempo. A tratti il brano mostra venature blues, ma attraverso un
concentrato molto "sanguigno"; il finale, invece, e' un vortice tempestoso dove
tutti gli strumenti vengono "spremuti" e lasciati correre in piena liberta' al
fine di creare un clima da jam in studio.
Atmosfere gioiose e disincantate segnano invece
"Going Mobile": Townshend riesce a impreziosire la melodia con un cantato a
volte innocente, a volte sottilmente ironico; il ritmo si innalza in un inferno
percussivo e sublime di Moon, la chitarra acustica si intreccia con quella
elettrica, riuscendo a convivere egregiamente. Townshend diventa stellare in
"Behind Blue Eyes": stellare e' quel suo arpeggio acustico che proietta la
canzone fra le piu' belle struggenti ballate che la musica moderna abbia mai
salutato. Dolcezza infinita che corre veloce e leggera sul filo della pelle,
malinconia e commozione nella "docile" voce di Daltrey che si specchia negli
occhi blu di una musa ispiratrice talmente potente da generare una melodia
struggente. Il resto della band, invece, si produce in favolose e insperate
(fino ad ora) armonie vocali, con quei controcanti talmente angelici da
risvegliare tutti i santi in paradiso. Il lato gentile e agreste dei Who.
Lunari introduzioni a base di sintetizzatore
introducono uno spettacolare Moon nell'epilogo del disco: "Won't Get Fooled
Again". Il cantato e' un insieme di tutto quel viscerale, canagliesco modo di
fare di cui Daltrey e' maestro; il ritmo e' una immersione tribale verso
poliritmie selvaggiamente e meravigliosamente ben bilanciate fra loro. La
chitarra nella parte centrale "svisa" attraverso unghiate laceranti e
profondissime. Il basso e' complice in tanto ritmo, dipingendo linee pulsanti in
modo da far apparire che lo strumento stesso stia per perdere il "filo della
ragione" allontanandosi da tutto il contesto musicale, per ricongiungersi ad
arte in seguito. "Won't Get Fooled Again" e' il manifesto musicale degli Who e
il simbolo di una generazione leggendaria che alberga in questi suoni, rivive, e
si rivitalizza, in ogni rullata, in ogni riff o vocalizzo. Potenza di musicisti
e di momenti, che non ci sono piu' ma che mai moriranno. Bastera' posare un cd o
un vinile sul piatto, e la magia si riprodurra' all'infinito.


