L'opera seconda dei Malachai (Gary "Gee" Ealey, il vocalist, e Scott Hendy, il musicista) distilla e perfeziona quella loro miscela un po' freak di brodo di cultura trip-hop e vestigia pop-rock psichedeliche anni 60. Rispetto all'esordio, le chitarre sono meno presenti e invadenti, la scrittura più varia e curata negli orli sampleristici, nel disegno di melodie che rivelano gusto e intelligenza nel pervertire un brit-rock d'estrazione quasi beatlesiana. I brani di "Return To The Ugly Side", a tratti, sembrano compattare in una stringente forma canzone (mai più di due/tre minuti l'una) la lezione di Dj Shadow. Si potrebbero, infatti, rileggere come un unico flusso di raccordi e dissolvenze incrociate lungo 35 minuti, pur restando nitidamente distinguibili.
Il retaggio portisheadiano (Geoff Barry è stato il loro primo mentore e produttore), specialmente quello di "Third" , traspare ancora in brani come "Monster", sospesa fra rullate stagliate e sferzanti e brevi frasi orchestrali, la spigolosa e martellante "The Don't Just" e la conclusiva "Hybernation". Le campiture sonore, tuttavia, si allargano fino a contemplare il Beck di "Odelay" in "Let Em Fall" (bassi slabbrati e funky decomposto) e nella bellissima "My Ambulance" (base garage beat e contorte coralità merseybeat), la Swinging London liquefatta e denaturata di "Anne". Assumendo forme cinematiche nell'intro "Monsters" o nel noir-pop con deflusso fischiettato "all'italiana" di "How You Write", oppure frantumandosi in singoli episodi di rilievo come nel riff magnetico e ribassato dell'ottima "Mid Antarctica (Wearin' Sandals)", nell'intermezzo femminile (di Katy Wainwright) stile girl-pop anni 60 di "Rainbows" e nella serenata acida al passo d'hip-hop di "No More Rain No Maureen".
Con "Return To The Ugly Side" i Malachai ribadiscono le potenzialità messe in luce fin qui, incanalandole in un taglio più sfumato e minimale, che gli si addice. È questo il bello del loro celebrato lato peggiore.
(15/04/2011)


