Eels

Wonderful, Glorious

2013 (Vagrant) | alt-pop-rock

“Now what?”. Così si intitolava l’ultimo capitolo dell’autobiografia di Mark Oliver Everett, “Things The Grandchildren Should Know”. Ed è questa la domanda a cui l’uomo chiamato E si è trovato di fronte dopo aver realizzato, tra il 2009 e il 2010, una vera e propria trilogia di dischi (“Hombre Lobo”, “End Times” e “Tomorrow Morning”), decisa a ricapitolare stili musicali e filosofia di vita in una sorta di compendio della traiettoria eelsiana.

“Una volta che la polvere si è posata, mi sono ritrovato a chiedermi: e adesso?”, confessa E. “Non avevo una risposta. Ma sono un lottatore e sapevo che non mi sarei arreso facilmente. Alla fine, la risposta l’ho trovata nei quattro tizi che condividevano il palco con me”. The Chet e P-Boo alle chitarre, Kool G Murder al basso e Knuckles alla batteria: ovvero la prima formazione stabile degli Eels in oltre quindici anni di carriera. Ecco il punto da cui ripartire. Dopo oltre un anno di tour insieme in giro per il mondo, la cosa più naturale per Mr. E è stata chiamarli a raccolta con un piano completamente nuovo: non avere nessun piano.

 

A differenza dei suoi più recenti predecessori, “Wonderful, Glorious” nasce così senza un concept definito alle spalle, un po’ come era accaduto un decennio fa con “Shootenanny!”. Ed è proprio questo, esattamente come allora, il punto debole del disco: il fatto di non essere animato da quell’urgenza e da quella forza evocativa per cui gli Eels hanno saputo farsi amare.

A prevalere, stavolta, è piuttosto il gusto della condivisione, dell’affiatamento. Tanto che la scrittura stessa dei brani diventa un processo collettivo, all’opposto del songwriting solitario a cui E era abituato. Anche l’ambiente cambia radicalmente: non più il classico scantinato di casa Everett, ma un vero e proprio studio di registrazione, realizzato da E con l’ausilio del fido The Chet e immediatamente ribattezzato “The Compound”. “Dopo dodici anni a registrare nello stesso scantinato ingombro di strumenti, ho sentito il bisogno di espandermi e concedermi più spazio per respirare e sperimentare”, spiega E. “Dal tetto alle fondamenta, tutto è pensato per realizzare i nostri sogni musicali. È il posto più felice sulla faccia della terra”. Un luogo così entusiasmante, per E, da spingerlo ad assemblare abbastanza canzoni da riempire non solo il nuovo album, ma anche un corposo bonus di inediti e versioni live allegato alla deluxe edition del disco.

 

L’elettricità slabbrata e sinuosa dell’iniziale “Bombs Away”, con l’ombra di Tom Waits a fare da nume tutelare, evoca suggestioni più vicine a “Beautiful Freak” che non a “Souljacker”. Ma la direzione in cui si inoltrano i brani di “Wonderful, Glorious” riporta ancora più indietro le lancette dell’orologio, direttamente al cuore degli anni Settanta: basta sentire gli incastri di tastiere e chitarre dal sapore funky di “Kinda Fuzzy” o il rock-blues contagioso di “New Alphabet”, da qualche parte tra Todd Rundgren e i Fleetwood Mac. Per non parlare della title track, che traccia la morale del disco con un trionfo di ancheggiamenti stonesiani. Un’inclinazione già mostrata dal vivo negli ultimi tour del gruppo e che porta a costruire una manciata di brani dal solido impianto classico. A mancare, però, sono le fulminanti intuizioni melodiche del vecchio canzoniere eelsiano, quelle capaci di conquistare all’istante semplicemente con un paio di accordi.

Gli Eels giocano a combinare all’interno dei brani vampate elettriche e improvvise aperture, rimescolando gli ingredienti più familiari a partire dal singolo “Peach Blossom”, che sembra voler aggiornare gli Stranglers di “Peaches” al presente dei Black Keys. Ma nella scaletta non mancano gli episodi costruiti intorno a poco più di un riff, come nel caso di “Open My Present” e “Stick Together”, che assume il tono di una sorta di inno per i nuovi Eels formato band (“It’s very clear, we make a winning team/ We gotta stick together, that’s right”). Allo stesso modo, sul versante più intimista, “On The Ropes” e “True Original” suonano come ballate-fotocopia, già sentite troppe volte dalla voce di Mr. E.

 

Una volta tanto, non c’è bisogno di scomodare le tragedie familiari di E per rispecchiarsi nelle sue canzoni. “Molti brani del disco hanno a che vedere con il fatto di trovarsi intrappolati all’angolo e lottare per cercare la propria via d’uscita. Così, quella lotta è diventata la storia dell’album”. Sin dal grido di battaglia di “Kinda Fuzzy” (“Don’t mess with me, I’m up for a fight”), è un E più combattivo che mai quello che traspare dalle canzoni di “Wonderful, Glorious”. Risoluto e carico di vitalità proprio come il brillante arancione scelto per la copertina.

Ecco allora il lirismo in chiaroscuro di “The Turnaround” farsi strada su uno sfondo di baluginii, lo sguardo sempre aperto alla possibilità di un nuovo inizio. Fino ad arrivare al vertice dell’album con la solennità vaporosa di “I Am Bulding A Shrine”, erede diretta delle atmosfere di “Tomorrow Morning”. Mr. E torna a fare i conti da par suo con lo spettro della mortalità, dando voce a un’elegia funebre tutt’altro che fatalista: “Deep down in the cold ground, such a sad place to be/ But I’ll be fine with all the little things that I’m taking with me”. La lista delle cose da portare con sé nel viaggio è fatta di parole, di sguardi, della carezza di un sorriso. Ma, alla fine, una cosa sola è quella indispensabile: “All the love that never dies”. Quella scintilla di eternità in fondo al cuore che può rendere la vita una meravigliosa, gloriosa avventura.

(03/02/2013)

  • Tracklist
  1. Bombs Away
  2. Kinda Fuzzy
  3. Accident Prone
  4. Peach Blossom
  5. On The Ropes
  6. The Turnaround
  7. New Alphabet
  8. Stick Together
  9. True Original
  10. Open My Present
  11. You're My Friend
  12. I Am Building A Shrine
  13. Wonderful, Glorious
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