Those Darlins

Blur The Line

2013 (Oh Wow Dang) | alt-rock

La cosa più incredibile e nel contempo ridicola che vi possa capitare di leggere sul conto delle Those Darlins è che siano una band che si barcamena tra il country – con il suffisso alt- o meno, non fa molta differenza – e il garage. Questo non perché manchi alla marcatura un fondo di verità, sia chiaro, dato che la formazione statunitense ha bagnato i propri esordi nel primo ambito, per poi transitare come una meteora nel cielo del secondo. Di tempo da quando eseguivano cover della Carter Family nelle fiere di provincia in Tennessee – vocine querule, washboard e ukulele baritono nella dotazione di viaggio – non ne è trascorso nemmeno molto, ma la distanza con il presente tende al siderale. La bionda Kelley Anderson, depositaria anche iconica del folclorismo ruspante della prima ora, ha lasciato, rimpiazzata senza colpo ferire dal bassista di Gentleman Jesse, Adrian Barrera. Al drastico rimpasto in squadra (da qualche tempo è entrato ufficialmente nel gruppo anche il batterista di fiducia, Linwood Regensburg) non è corrisposto un effettivo riposizionamento sul piano del songwriting, perché sono ancora le due fanciulle superstiti a tenere il timone creativo e quella delle Those Darlins continua a essere una compagine d’orientamento squisitamente femminile. Dai sensazionali umori rockabilly del primo LP eponimo all’impronta più aggressiva del sophomore “Screws Get Loose”, il rinnovamento è stato significativo. Ancora poco, tuttavia, rispetto a quanto capitato grazie a questo entusiasmante “Blur The Line”, con il lavoro di Roger Moutenot, produttore storico degli Yo La Tengo, fondamentale per conferire al quartetto di Nashville un sound nuovo, bombato, sgrezzato e più classicamente rock’n’roll.

Tante parole che rischiano d’esser bugiarde, visto che l’opener “Oh God” qualche credito alla risibile etichetta di cui sopra parrebbe anche darlo, di primo acchito: una voce che ricorda quella di Ambrosia Parsley (ricordate gli Shivaree?), il cantilenare malinconico in odore di traditional, si presenta più e più volte come un’onda calma, insinuante, ritornante. E ammalia con la lena di un mantra ipnotico, un’ossessione gentile, prima di lasciare la scena a un magnifico assolo distorto che getta un’ombra di lucida disperazione e conquista con la sua bellezza da crepuscolo, dolorosa e pungente. A spazzare via ogni dubbio pensa però il rock quadrato della subentrante “In The Wilderness”, senza belletti ma con quell’eloquenza da riot grrrl che era già delle Sleater Kinney, tra le altre, e una rivendicazione dell’istintualità come forza regina degna di una Neko Case d’annata. Dirette ma mai banali, seducenti dietro ai barbagli di quelle loro nebulose elettriche à la Electrelane, e muscolari quanto basta: sorprende come Jessi Zazu e Nikki Kvarnes abbiano sempre le idee ben chiare e non si lascino guidare dalla cruda irruenza che in simili contesti tende spesso ad avere la meglio, senza che la scelta comporti peraltro un passivo in termini di impatto o genuinità. Non si spiegherebbero altrimenti quei piccoli strappi viscerali come la lacerazione nel canto dell’esile Jessi in “Ain’t Afraid”, che puzza di alcol e blues rovinatissimo a un miglio di distanza, o la relativa accelerazione punk-campagnola in chiave di alleggerimento sdrammatizzante. Lo standard acceso ma ragionato trova conferme in lungo e in largo, mostrando più affinità verso il rock con ambizioni pop di Christina Martinez (ricordate i Boss Hog?) o della più teatrale (e manierista) Melissa Auf Der Maur – di cui sembrano una replica caustica quanto sbarazzina – che non verso lo stereotipo in fondo fine a se stesso delle band garage propriamente dette.

Nell’anno dell’exploit di Savages e Haim, queste ragazze dimostrano di aver trovato la quadra ottimale con un disco che meriterebbe ben altre attenzioni rispetto al sostanziale anonimato della loro nicchia, con pochi estimatori anche negli ambiti considerati, a torto o a ragione, di riferimento. Certo qualche diversivo gustoso non esitano a concederselo: l’irresistibile sconfessione tra power-pop e bubblegum di “Optimist”, per dire, dall’andatura sufficientemente incalzante e dal refrain a elevato coefficiente “canzonettaro”, miscela impareggiabile per sfogare la propria fame di disimpegno e compiacere di conseguenza un pubblico più orientato all’easy-listening. Entra così in ballo uno degli ingredienti cruciali di “Blur The Line”, il suo tono malizioso fatto di ammiccamenti non ruffiani (emblematica anche “That Man”, che pare una versione adulta e meno freak di Shannon & The Clams), quella sensualità esibita a mo’ di incentivo in un intrigante gioco con l’ascoltatore, anziché essere proposta alla stregua di una caricatura grottesca (nella sua licenziosità senz’anima), come capitato appena qualche mese fa nell’osceno esordio delle connazionali Deap Vally. Quelle delle Those Darlins sono piuttosto fascinazioni sottili, alimentate da opportuni cortocircuiti stilistici, come quando una curiosa sdolcinatura yankee fa vacillare la fermezza di una posa che diresti tostissima (“Baby Mae”) o una sorta di desert-folk elettrificato, languido e strisciante, seduce con la forza del vero incantesimo (“Too Slow”), per non parlare della ballata nostalgica con ritornello vizioso, generosa razione di suggestioni tascabili e momenti di maggior irrequietezza (“Can’t Think”), uno strano ibrido dolceamaro di cui è facile invaghirsi, un po’ come di loro.

Cercare cadute di tono o intensità in un lavoro affascinante, magnetico e solidissimo, quale è di fatto “Blur The Line”, appare impresa ardua. Non meno difficile risulta tuttavia inquadrare le Those Darlins in una forma fatta e finita. Forse perché hanno dalla loro l’entusiasmo di chi, cresciuto nel rassicurante alveo della tradizione, se ne sia poi discostato per diletto. Potrebbero allora non essere del tutto inservibili le categorie preliminari menzionate nell’apertura di questa critica. Da prendere con le dovute cautele, si intende, un po’ come quell’ultima apparente verità che stempera nella title track le residue tensioni e infonde calore, svelando in controluce l’umanissima fragilità delle protagoniste.
Tutt’altro che bad girl insomma, ma pur sempre artiste di carattere cui auguriamo ogni bene.

(20/11/2013)

  • Tracklist
  1. Oh God
  2. In The Wilderness
  3. That Man
  4. She Blows
  5. Optimist
  6. Drive
  7. Can't Think
  8. Baby Mae
  9. Western Sky
  10. Too Slow
  11. Ain't Afraid
  12. Silence
  13. Blur The Line




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