Eels

The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett

2014 (E Works) | songwriter, alt-folk-pop

Facile dire che l’importante è imparare dai propri errori. Anche un po’ consolatorio, tutto sommato. Il fatto è che, con il passare del tempo, si finisce per costruirsi forme di autogiustificazione sempre più impenetrabili. Tanto da non essere nemmeno più capaci di guardarli negli occhi, i propri errori.

Ecco perché, una volta tanto, l’uomo chiamato E ha deciso di mettere la sua faccia in copertina, con tanto di nome e cognome: “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” è il suo modo di mettere da parte le scuse e di assumersi in prima persona la responsabilità degli sbagli della vita. Ripartendo dalla verità dell’esperienza per restituire gli Eels alla loro vena più essenziale.

 

Gli Everett erano dei tipi un po’ particolari, come genitori: avevano deciso di non dare ai figli nessuna regola. Di lasciare che fosse la vita a insegnare loro come cavarsela. “È come se fossi cresciuto allo stato brado”, ricorda E. “Ho dovuto imparare tutto nella maniera più difficile: andando per tentativi ed errori”. Ed è proprio al racconto di questi errori che è dedicato il nuovo album targato Eels. Per fare da monito agli altri, ma prima di tutto a sé stessi.

Volti e luoghi sono i medesimi del precedente “Wonderful, Glorious”: The Chet, P-Boo, Kool G Murder e Knuckles impegnati a suonare tra il vecchio scantinato di E ed il suo studio di registrazione nuovo di zecca. Le similitudini tra i due dischi, però, si fermano qui. Il suono di “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” (compreso il consueto corredo di bonus track offerto nella deluxe edition) prende nettamente le distanze dal classicismo rock del predecessore per puntare alle atmosfere acustiche più spoglie di “End Times”, coniugate con il timbro cameristico degli Eels With Strings del 2006. O, meglio ancora, con le fantasie della Eels Orchestra del 2000 (quella del tour di “Daisies Of The Galaxy”), come mostra subito l’ouverture per pianoforte, fiati e flauto traverso che introduce il disco.

 

Tra orchestrazioni intrise di romanticismo (“Lockdown Hurricane”) e soffici tessiture di arpeggi (“A Swallow In The Sun”), il marchio di fabbrica degli Eels si fa davvero ingombrante solo nell’andamento risaputo di “Kindred Spirit”. Certo, le coordinate restano quelle inconfondibili delle canzoni di Mr. E, dal sapore di fiaba gotica della celesta di “Series Of Misunderstandings” agli archi in perfetto stile “Blinking Lights And Other Revelations” di “Answers”. Eppure, stavolta le variazioni sul tema riescono a sfuggire alla scontatezza: basta sentire il modo in cui “Gentlemen’s Choice” vira verso una teatralità alla Randy Newman o il recitativo funereo su cui si dipana “Dead Reckoning”.

In realtà, le canzoni di “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” sono nate addirittura prima di quelle di “Wonderful, Glorious”. Ma per E mancava ancora qualcosa: “Riascoltarle mi faceva sentire a disagio, ma non abbastanza a disagio. Se non mi sento a disagio, vuol dire che le canzoni non sono abbastanza vere. Dovevo scavare più a fondo”.

 

Una riscrittura che di brano in brano acuisce il senso del rimpianto: in “Agatha Chang” è il pensiero di avere voltato le spalle all’unica capace di lenire la propria solitudine, in “Where I'm From” è la consapevolezza di avere scoperto troppo tardi l’importanza del luogo da cui si proviene, mentre un folk svelto riunisce ancora una volta i fantasmi di famiglia sul divano di casa. Più alla radice, è il rimorso di avere ferito chi si amava, di avere perso l’occasione di afferrare la felicità.

Mr. E rivede il sé stesso ragazzino vagare in sella alla propria bici nel video di “Mistakes Of My Youth”, attraverso il grigiore di una periferia senz’anima: l’ennesima gemma che va ad aggiungersi al campionario di sognanti pop song degli Eels, ma soprattutto l’imperativo di spezzare la catena di recriminazione per gli errori del passato. “All the stupid things I said/ The people I hurt and let down/ Well, I hope that it’s not my fate/ To keep defeating my own self/ And keep repeating yesterday”.

 

Per riuscirci occorre una semplice certezza: la certezza che, da qualche parte, la vita abbia ancora in serbo qualcosa per noi. Del resto, non era stato proprio Everett senior a teorizzare la possibilità di un’infinita serie di universi paralleli? Proprio dal riflesso del padre E prende le mosse in “Parallels”, ballata agrodolce capace di dare del tu alla speranza: “Something down inside me makes thing there’s something more/ And I don’t have any proof but I’m sure/ And I know you’re out there somewhere/ And I know that you are well/ Looking for an answer but only time can tell”.

L’ouverture iniziale si trasforma così nelle note dell’epilogo. Ma non è il chiudersi di un cerchio: piuttosto, è la retta misteriosa di una strada che si perde all’orizzonte. Dove sono, da dove vengo, dove vado. “I can't say if the flowers will keep on growing/ But I've got a good feeling about where I'm going”.

Come ogni cautionary tale che si rispetti, anche la favola di Mark Oliver Everett ha insomma la sua morale. Potremmo riassumerla così: l’esperienza coincide con il giudizio. Perché non possiamo sottrarci dal chiamare gli sbagli con il loro nome. Ma non possiamo sottrarci nemmeno dall’intuizione che ci sia qualcosa di più, là fuori.

(28/04/2014)

  • Tracklist
  1. Where I'm At
  2. Parallels
  3. Lockdown Hurricane
  4. Agatha Chang
  5. A Swallow In The Sun
  6. Where I'm From
  7. Series Of Misunderstandings
  8. Kindred Spirit
  9. Gentlemen's Choice
  10. Dead Reckoning
  11. Answers
  12. Mistakes Of My Youth
  13. Where I'm Going
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