Ty Segall

Manipulator

2014 (Drag City) | psych-rock

Da dormiente a manipolatore in una mossa soltanto. Ty Segall è tipo che alle deviazioni repentine ha abituato da tempo, per quanto i suoi anguilleschi accorgimenti di stile somiglino più a circonvoluzioni di pura facciata che non a rivoluzioni con tutti i crismi. L’occasione per un ripensamento significativo il Nostro l’ha avuta recentemente, a seguito di alcuni cambiamenti importanti (la morte del padre, il cambio di città), ma non c’è stato margine per più prolungati approfondimenti.
La parentesi di “Sleeper”, forse il suo disco più sincero, si è chiusa senza particolari strascichi alla stregua di una semplice pausa sabbatica. Convinto di reggere alla grande l’ennesimo gioioso bluff, il ragazzo ha scelto di indossare maschere nuove, almeno in apparenza, e la giostra è ripartita come se nulla fosse, più spedita che mai.

Con quello scaltro organetto a fare gli onori di casa, “Manipulator” si presenta – album e title track – con addosso una bella patina polverosa, quasi si trattasse di un gustoso avanzo dalla mitica compilation “Nuggets”, dimenticato da Lenny Kaye senza un vero perché. Il revival di seconda mano di “The Singer”, recupero delle stimmate bolaniane dopo l’abiura poco credibile degli ultimi due lavori, rafforza la piega passatista di questa nuova fatica, e poco importa se la Fender del biondo di Laguna Beach pare aver barattato l’esplosività delirante di ieri per una giustezza un tantino ruffiana. Il sound si è irrobustito ma non nega cittadinanza a una frequente impressione di “non finitezza”, di approssimazione da foglio di brutta, da demo. Non si tratta più, tuttavia, della noncuranza del lo-fi degli esordi, né dell’indolenza slacker di quel garage-rock chitarroso che in un lustro o poco più ha reso il suo nome un lucente marchio di fabbrica. L’esperto Chris Woodhouse orienta verso derive psych più pronunciate questo undicesimo capitolo dell’avventura segalliana e bada a conferire una fisionomia molto più corposa alle architetture sonore del golden boy della Bay Area, un po’ come fatto ultimamente al servizio dei Thee Oh Sees. E proprio come per la band di John Dwyer, vanno registrati in questo caso il mito dell’uomo solo al comando (i fidati Charles Moothart, Emily Rose Epstein e Mikal Cronin limitano i loro contributi a sporadici camei) e un numero di revisionismo folk-psichedelico vagamente barocco (“Stick Around”). D’altro canto appare però ipersemplificata, rispetto a loro, la scrittura, stilizzata e tutta giocata su automatismi di facile presa.

Se il songwriting si è fatto più agile, banalizzandosi con furbizia e stabilendo un bel contrasto con la stoffa più lambiccata della veste espressiva, a limitare il disco è più che altro il suo carattere pletorico, ridondante, la pesantezza di certi passaggi fin troppo prevedibili oltre alla sua ragguardevole prolissità di doppio Lp (diciassette titoli per un’ora circa, francamente uno sproposito). Poi beh, anche solo a livello di sollecitazioni epidermiche, i momenti godibili non mancano certo. Disinvolto anche in chiave pop, tra prepotenti ritorni di fiamma per il glam e i seventies, Ty va a caccia di nuovi proseliti con un album felicemente populista e reazionario.
Altra suggestione innegabile, accreditata dalla stessa nota stampa, è che “Manipulator” voglia suonare come una sorta di omaggio all’epopea grunge e a Cobain in particolare: l’irresistibile “It’s Over” o il tourbillon in coda a “Feel” ne sono solo le più dirette testimonianze. Scampoli d’ironia (“Who’s Producing You?”) alleggeriscono ulteriormente una proposta d’intrattenimento che ribadisce a più riprese quest’occhio di riguardo per i primi anni Novanta, ma un’analoga datazione è suggerita dai rari passaggi angosciosi o sinistri (i gorghi elettrici malatissimi di “The Feels” riportano agli Smashing Pumpkins di “Silverfuck”). Aggiungendo a mo’ di provocazione (ma neanche troppo) che il passaggio più beatlesiano del lotto (“The Faker”) sembra più che altro una (buona) imitazione degli Oasis degli anni d’oro, dovrebbe essere chiaro come Segall abbia gioco facile in quanto a impatto ma non possa lasciare del tutto soddisfatto chi, in tema Fab Four, lo abbia amato soprattutto per “Goodbye Bread”.

Languido e persino mellifluo nelle sue pose miagolanti, lo statunitense non commette errori marchiani, è ordinato, ma non sanguina come forse vorrebbe. Il Ty performer smentisce anzi il paroliere di “The Singer”, perché più che cantare louder come da asserzione eccede nei falsetti, sempre troppo frenato dalla sordina, disinnescato per eccesso di autodisciplina, ben al di sotto del suo potenziale di lussuoso primitivista. Con un accompagnamento d’archi particolarmente equilibrato e accattivante, il brano in questione è peraltro tra i più belli della raccolta, anche se non gli è da meno l’implicito omaggio ai Love (“The Clock”) che fa tesoro degli arrangiamenti di Cronin e di nuove festonature di viole e violini. E’ in queste soluzioni ibride, nel dinamismo garantito dagli inserti acustici, che “Manipulator” riesce più convincente.
Nei frangenti esclusivamente elettrici, al contrario, c’è forse troppo controllo, il fuzz non è sudicio e abrasivo come potrebbe e, per non scontentare nessuno, si insiste nella ricerca di un giusto compromesso tra cattiveria e accessibilità che, di fatto, resta solo sulla carta: dove pure fanno capolino la sporcizia e il movimento che ci si aspetta dal personaggio (“The Crawler”, ad esempio) si è comunque più prossimi ai farraginosi esercizi del progetto Fuzz che non alla pirotecnia hard dell’inarrivabile “Slaughterhouse”.

Gli spunti interessanti, insomma, ci sono, ma le buone idee finiscono col somigliarsi un po’ tutte, come le canzoni. Ed è inevitabile che si arrivi al traguardo un po’ provati e col fiato corto, oltreché tediati dopo qualche buona sensazione iniziale. Il singolo belloccio “Susie Thumb”, con il suo refrain paraculo, si erge a emblema dell’intero “Manipulator”.
La critica si sbilancerà a definirlo il miglior lavoro firmato da Segall, così come siamo pronti ad azzardare che questo si rivelerà per lui l’album della definitiva consacrazione (ma “sdoganamento” rende meglio l’idea). Che si tratti di opera ambiziosa è fuor di dubbio, i quattordici mesi di gestazione sono inequivocabili (considerato il curriculum di Ty). Difficile però liberarsi dalla convinzione che il Nostro, perfettamente consapevole del proprio talento, abbia scelto la via più facile per affermarlo, e che (si) diverta molto meno di una volta.
Potremmo sbagliarci, ma restiamo convinti che non tutte le ciambelle ipercaloriche del manipolatore californiano siano riuscite col buco, anche questa volta.

(09/09/2014)

  • Tracklist
  1. Manipulator
  2. Tall Man Skinny Lady
  3. The Singer
  4. It's Over
  5. Feel
  6. The Faker
  7. The Clock
  8. Green Belly
  9. The Connection Man
  10. Mister Main
  11. The Hand
  12. Susie Thumb
  13. Don't You Want To Know (Sue)?
  14. The Crawler
  15. Who's Producing You?
  16. The Feels
  17. Stick Around
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