Alan Parsons Project

Alan Parsons Project

L'orchestra dietro la consolle

di Michele Camilḷ

Passato alla storia come l'ingegnere del suono del bestseller floydiano "The Dark Side Of The Moon", Alan Parsons ha costituito il suo personale "progetto" attorno a un rock sinfonico, in grado di unire strumenti classici alle più moderne tecnologie elettroniche, sfornando alcuni album interessanti e fornendo un notevole impulso alla evoluzione delle tecniche di registrazione
The Alan Parsons Project non fu affatto una band, ma un vero e proprio progetto musicale che trovò la propria concretizzazione grazie all'ingegno e la creatività del suo artefice: Alan Parsons. Tecnico del suono, produttore, compositore, arrangiatore e musicista, Parsons diede vita a un poderoso rock sinfonico attraverso il quale, grazie al connubio di strumenti classici e apparecchiature d'avanguardia, ha contribuito notevolmente alla modernizzazione del rock tradizionale, anticipando l'avvento della musica elettronica contemporanea, e fornendo un notevole impulso all'evoluzione delle tecniche di registrazione.

Nato a Londra il 20/12/1949, Alan inizia in tenera età a suonare la chitarra, il piano e il flauto. Inizialmente non immagina di intraprendere la carriera di musicista e compositore: una volta finita la scuola, lavora in un laboratorio di ricerche per lo sviluppo delle telecamere, passando al reparto di produzione di nastri magnetici. Qui comincia a sviluppare il suo interesse per l'alta fedeltà, unito alla passione per la musica. E' proprio l'ascolto di "Revolver", album dei Beatles, la scintilla che lo spinge a scrivere una lettera al responsabile degli studi di Abbey Road; dopo dieci giorni, Parsons inizia a lavorare proprio nello studio dei Fab Four, anche se come fattorino. Presto, però, sarebbero nate le prime importanti collaborazioni come sound engineering, in "Abbey Road" (1969) e "Let It Be" (1970), gli ultimi album dei Fab Four. Successivamente, curerà le sonorità di due album dei Wings, il gruppo che Paul McCartney fonderà negli anni Settanta insieme alla moglie Linda: "Wild Life" e "Red Rose Speedway", oltre ai singoli "C Moon" e "Hi Hi Hi".

Parsons deve tuttavia la sua fama a "Dark Side Of The Moon", bestseller e capolavoro dei Pink Floyd. Nelle sessioni di registrazione, Parsons introduce il sound multichannel, contrapponendolo alla produzione quadrifonica, anche se non abbandona totalmente tale approccio: in "Money", ad esempio, utilizza un righello per misurare dei segmenti di nastro, ognuno dei quali contiene un particolare effetto (un registratore di cassa, un sacchetto di monete, un foglio di carta appallottolato, ecc.). Il lavoro di Parsons sul suono lascia un'impronta decisiva al disco, contribuendo in buona parte al suo successo. E pensare che la sua paga era di soli 35 pounds alla settimana... Qualche tempo dopo, produce "Year Of The Cat" di Al Stewart, nonché alcuni lavori degli Hollies ("He Ain't Heavy, He's My Brother"), coi quali suona anche Elton John, e degli Ambrosia.

Il punto di svolta, però, è l'incontro con il manager Eric Wollfson, che aveva collaborato con Andrew Loog Oldham, già produttore dei Rolling Stones, e aveva un passato anche in politica. Ai due si aggiunge Andrei Powell, produttore dei primi due album di Kate Bush, nonché direttore della Philarmonia Orchestra e autore della colonna sonora di "Ladyhawke", il film di Richard Donner. Da tale sodalizio, nasce The Alan Parsons Project, che vede Powell in veste di arrangiatore, mentre Woolfson e Parsons si dedicano alle composizioni. Quest'ultimo, poi, funge anche da produttore artistico e ingegnere del suono e, come Woolfson, suona diversi strumenti. Al trio si aggiunge uno stuolo di vocalist, destinati a cantare un sol brano ciascuno in diversi dischi: tra essi ricordiamo l'ex-Zombies Colin Blunstone (amico di vecchia data di Parsons), Chris Rainbow, John Miles, Lenny Zakatek, Arthur Brown e lo stesso Woolfson. Sono da annoverare anche diversi turnisti, come il chitarrista Ian Bairnson e il bassista e cantante David Paton, il quale aveva già suonato con Elton John e aveva militato nei Pilot. Con tale sorta di equipe, si avvia una fervida produzione di concept album musicalmente eterogenei, composti da brani strumentali realizzati con un massiccio impiego di tecnologie avanzate, e da canzoni radiofoniche, spesso melodiche e sentimentali.

Nel 1976, dopo due anni di elaborazione, viene pubblicato il disco d'esordio dell'ensemble, Tales Of Mystery And Imagination Edgar Allan Poe, ispirato ai racconti e alla vita del maestro del gotico americano. Un album che si erige su solide fondamenta classiche, con un impiego quasi nullo dei sintetizzatori, benché pochi anni prima fosse stato introdotto il primo moog synthesizer. Nonostante ciò, "The Raven" è il primo brano in assoluto nel quale si fa ricorso al vocoder, e anche uno dei rari cantati dallo stesso Parsons. Il pezzo è introdotto da "A Dream Within A Dream", con la voce narrante di Orson Welles che afferma: "Tutto ciò che vediamo o appariamo non è altro che un sogno all'interno di un sogno". Il piatto forte, però, è "The Fall Of The House Of Usher": costituito da ben cinque parti, attraverso gli spettrali rumori di sottofondo nel "Prelude" e l'organo in "Arrival", si presenta come colonna sonora virtuale dei racconti e della travagliata vita dello scrittore di Boston.

Il successivo I Robot (1977), ispirato all'omonimo romanzo di Isaac Asimov, cambia però rotta. L'album, che allude alla robotizzazione della società connessa all'incessante progresso scientifico, assume un carattere quasi futuristico, con un alto utilizzo dei sintetizzatori. Ciò si avverte particolarmente nei pezzi strumentali, come la title track, caratterizzata da un ritmo campionato solo leggermente movimentato dove alla suggestiva monotonia del motivo principale si aggiungono arrangiamenti conturbanti, ma carichi di pathos, le due sinfonie misticheggianti e tenebrose di "Nucleus" e "Genesis Ch. 1 V. 32", e "Total Eclipse", l'unico brano composto da Powell, che per i suoi sibili sintetici ricorda vagamente alcuni momenti di "Heroes", il secondo capitolo della trilogia berlinese di David Bowie, pubblicato nello stesso anno.
Da tali standard, si allontana "Don't Let It Show", una dolce canzone pop in cui risalta il suono dell'organo, ma anche la struggente "Some Other Time", dove il connubio tra chitarra e piano viene inizialmente coadiuvato dal flauto e poi dall'orchestra. Non mancano persino frammenti di funky e di disco-music in "I Wouldn't Want To Be Like You".
Album complesso ed eterogeneo, I Robot fissa un nuovo standard di musica elettronica, più cupo e gotico di quello di Jean-Michel Jarre, ma ugualmente melodico e accattivante.

Tra il settembre 1977 e il febbraio 1978, viene registrato Pyramid, che presenta un'atmosfera meno gelida e inquietante del lavoro precedente. Il disco appare come un viaggio all'interno di una realtà tridimensionale, materializzata nelle piramidi egizie. La intro "Voyager" lascia in uno stato di quieta sospensione, preludendo al soft-pop di "What Goes Up…". "Hyper-Gamma-Spaces" concretizza al meglio l'idea del viaggio, ricordando I Robot soprattutto per ciò che concerne l'aspetto timbrico, ma con un effetto più rilassante, nonostante il campionamento ritmico sia più vigoroso. L'apice del pathos, però, viene raggiunto nelle ballad "The Eagle Will Rise Again" e (soprattutto) "Shadow Of A Lonely Man", entrambe introdotte dagli archi e contraddistinte da un'interpretazione vocale impetuosa e sofferta.

Dopo il successo di Pyramid, Parsons si trasferisce a Monaco per la realizzazione del lavoro successivo: Eve. Il titolo si riferisce alla prima donna, simbolo dell'intero genere femminile, ma pullula di infauste predizioni di un'apocalisse prossima ventura. E' l'album in cui per la prima volta nella produzione di Parsons compaiono vocalist femminili: Lesile Duncan canta in "If I Could Change Your Mind", una tenera e malinconica canzone d'amore, mentre "Don't Look Back" è affidata a Clare Torry, divenuta famosa per la sua straordinaria interpretazione in "The Great Gig In The Sky", contenuta nel già citato "Dark Side Of The Moon". Molti anni dopo, la Torry avrebbe citato in giudizio gli stessi Pink Floyd, avendo percepito un esiguo corrispettivo per il suo importante contributo vocale e per non aver ottenuto riconoscimenti sui diritti d'autore. Oltre a questi e altri momenti romantici, come la ballata "You Won't Be There", Eve presenta molti di quei tratti innovativi che connotano buona parte della produzione di Alan Parsons. La strumentale "Lucifer", ad esempio, assume sembianze apocalittiche e sconvolgenti, sia a livello ritmico che armonico, con una melodia iterativa, la cui spettralità viene arricchita da sinistri cori vocali.

La permanenza a Monaco ispira il concepimento di The Turn Of A Friendly Card, pubblicato nel 1980. Si tratta di una sorta di concept-album sul vizio del gioco, sulle sue implicazioni e conseguenze: c'è un fondo di perversione che si impossessa dell'anima, come viene affermato in "May Be A Price To Pay", canzone pop introdotta dagli ottoni; in "Games People Play", invece, vengono menzionate le velleitarie speranze e le false autopromesse dell'assuefatto giocatore d'azzardo, disilluse poi dalla cruda realtà del perdente. La profondità di tale album, tuttavia, risiede soprattutto in altre tracce. Tra queste, svetta "Time", un lento di eccezionale soavità, in cui la mansueta e calda voce di Eric Woolfson sovrasta un'armonia eterea, enfatizzata dall'apporto degli archi. La sinuosa "The Gold Bug", poi, si giova dell'intervento del sax sui campionamenti ritmici e sul loop dei sintetizzatori. Altro momento coinvolgente è costituito dalla title track, una suite di cinque parti: nella prima e nell'ultima si dispiega il tema principale, in cui la notevole linea melodica viene eseguita vocalmente da Chris Rainbow, e poi anche dal piano e dall'orchestra finale; negli interludi, si passa dal soft rock di "Snake Eyes", al clavicembalo di "Ace Of Swords", mentre la dolce e sognante "Nothing Left To Lose", eseguita dalle chitarre acustiche, diviene presto energica e spedita, con un virtuoso assolo di chitarra elettrica.

Alla fine del 1981, Parsons & company decidono di tornare ad Abbey Road per la realizzazione dell'album che avrebbe garantito loro il massimo successo commerciale: Eye In The Sky. Pubblicato nel giugno del 1982, il disco ottiene ottimi riscontri sia di pubblico sia di critica, aggiudicandosi il disco di platino. Assecondando il suo spirito più "romantico", Parsons traduce sensazioni e stati d'animo in musica, donando anche una più intensa profondità ai testi, velati da un'impronta metafisica e introspettiva. La formula impiegata nei lavori precedenti viene ancora riproposta: la track list, infatti, ha inizio con "Sirius", breve intro strumentale, in cui i sintetizzatori creano un clima sottilmente sinistro, lasciando poi spazio a un assolo di chitarra; con continuità, come se si trattasse dello stesso brano; segue poi la title track, canzone pop dalla melodia orecchiabile, destinata a divenire una delle più famose degli anni Ottanta. Spicca anche "Mammagamma", brano elettronico con venature dance, che ricorda una versione strumentale di "Another Brick In The Wall" dei Pink Floyd: all'incalzare della batteria e del basso, in una ritmica campionata, i sintetizzatori producono un suono ciclico che si ripete anche nei cambi di tonalità. Assai suggestiva, poi, è "Old And Wise", ballata melanconica e autunnale, dove il ritornello si erge su un'armonia discendente, assecondata da un arrangiamento orchestrale in cui emerge anche l'oboe. L'enfasi più alta, comunque, viene raggiunta in "Silence And I", che esordisce dolcemente con un amalgama tra piano e tastiere, in un'atmosfera mesta, che precede una radicale variazione ritmica, nella quale si erge impetuosa l'orchestra di Powell (95 elementi), prima di tornare al punto di partenza. Una sorta di rock-opera, impreziosita dall'intensa voce di Eric Woolfson.

Sulla stessa falsariga, sia nelle melodie che nelle armonie, è la title track di Ammonia Avenue, disco del 1984 che condanna il claustrofobico dominio della moderna società industriale. L'album conquista il disco d'oro e segna un ulteriore passo in avanti quantomeno per ciò che concerne la solidità melodica. Oltre alla notevole title track, infatti, figurano ballad sentimentali e coinvolgenti come "Since The Last Goodbye" e "Don't Answer Me". Viene meno, tuttavia, l'afflato drammatico che aveva contrassegnato le precedenti produzioni elettroniche di Parsons, che ripiega qui decisamente sulla forma-canzone.

Nello stesso anno, tra maggio e luglio, Alan Parsons si dedica alla registrazione di Vulture Culture, al quale non partecipa Andrew Powell, poiché impegnato nella colonna sonora del film "Ladyhawke". Nonostante ciò, l'album, che assume un carattere più marcatamente pop rispetto al passato, si mantiene su livelli accettabili: otto brani orecchiabili che ben compensano la mancanza dell'apporto orchestrale, e dove non mancano momenti intensi, come ad esempio, nel finale assolo di chitarra della ballad "The Same Old Sun", oppure nel vigoroso power-pop di "Let's Talk About Me".

Il successivo Stereotomy (1985) vede il ritorno di John Miles, che canta nella title track. Benché contenga perle come la romantica "Limelight", cantata da Gary Brooker dei Procol Harum, e tratti argomenti fascinosamente riflessivi, come l'introspezione religiosa in "Light Of The World", l'album non suscita quel coinvolgente trasporto emotivo che aveva contraddistinto i precedenti album di Parsons. Anche Gaudi, uscito nel 1987, è ben lontano dalle forti emozioni di Eye In The Sky e The Turn Of A Friendly Card. L'album, ispirato alle grandi opere dell'architetto di Barcellona Antonio Gaudi, si regge solo su pochi brani di discreto livello. Tra questi, "La Sagrada Familia" che, oltre a una toccante parte cantata, sfodera una discreta sezione orchestrale; lo stesso tema viene poi ripreso nell strumentale "Paseo De Gracia", che conclude la scaletta. Da menzionare, è anche "Closer To Heaven", cantata da Woolfson.

Nel 1990, Alan Parsons realizza con Woolfson un musical intitolato "Freudiana": è l'ultimo progetto che i due elaborano insieme. Del resto, lo stesso Parsons non si ritiene soddisfatto dell'opera, che tra l'altro sarà presentata solo in un teatro di Vienna. Durante un'intervista, Parsons afferma: "Non c'è abbastanza musica rock genuina nei teatri: per averne un esempio bisognerebbe tornare a 'Tommy', negli anni Sessanta". Decide così di vendere il suo studio di registrazione, nonché diverse proprietà con l'intenzione di trasferirsi in America con la famiglia, acquistando una fattoria in California. Il progetto, tuttavia, non si concretizza e, tornato in Inghilterra, Parsons costruisce un nuovo studio.

Dopo aver realizzato un cd di testi tecnici per l'alta fedeltà, finalmente nel 1993 pubblica, col solo nome di Alan Parsons, Try Anything Once, aprendo un nuovo capitolo della sua carriera. Il suono tradizionale della Philarmonic Orchestra, infatti, viene preferito agli avanzati strumenti tecnologici del passato; inoltre, Parsons abbandona definitivamente l'elaborazione di concept album. Come in passato, si avvale di collaboratori esterni, ma in prospettiva di esibizioni dal vivo, fino ad allora inesistenti. Tra essi ricordiamo Chris Thompson dei Manfred Mann, Eric Stewart dei 10 c.c., David Park ex-Ambrosia e Jacqui Coplann: vocalist che si alternano nei vari brani, proprio come nei dischi "storici" dell'Alan Parsons Project. "Mr. Time" è una ballad ipnotica, quasi spaziale, con una perfetta simbiosi tra tastiere e chitarre; "Jigue" e "Re-jigue" risentono di influenze folk irlandesi; "Dreamscape" è una instrumental dai riflessi onirici; da ricordare, poi, la delicata "Oh Life". I pezzi sono tutti di Parsons e dell'inseparabile chitarrista Ian Bairnson.

Il 1996 è l'anno di On Air, con il quale si torna al vecchio nome, The Alan Parsons Project, e alla forma del concept album: il disco è ispirato infatti all'epopea del volo, dai fratelli Montgolfier al futuro che verrà, con la fantastica previsione di colonizzazioni di altre galassie e mondi lontani. Ai veterani Bairnson ed Elliott, si aggiunge il bassista John Giblin, ma anche vocalist come Christopher Cross, che canta "So Far Away". La vera novità, però, è nel cd-rom, attraverso il quale è possibile ascoltare i brani e ammirare le gesta dei pionieri dell'aviazione, nonché la missione Apollo. Nella scaletta, da menzionare la malinconica "Brother Up In Heaven" e "Blue Blue Sky II", introdotta da una sezione orchestrale.

Nel 1999 esce The Time Machine, nel quale intervengono personaggi di differente estrazione musicale, come Tony Hadley degli Spandau Ballet, Maire Brennan dei Clannad, Beverly Craven e, dulcis in fundo, il vecchio amico Colin Blunstone. Stavolta Parsons si limita esclusivamente al ruolo di produttore e ingegnere del suono, mentre Bairnson ed Elliott compongono i pezzi. The Time Machine è stato considerato dai critici il lavoro più "etereo" dai tempi di Eye In The Sky, con le sue liriche mistiche e i suoi viaggi nel tempo. La versione giapponese contiene la strumentale "Beginnings", in cui Parsons è il narratore.

Il 2004 è l'anno di A Valid Path, un album totalmente rivoluzionario nei suoni e nel team: non c'è più l'intervento di Bairnson ed Elliott, suoi collaboratori da una vita; si tratta ora di un disco solista in tutti i sensi, del quale Parsons è l'artefice indiscusso. Tra i collaboratori figurano grandi esponenti della musica elettronica, come Chrystal Method, Nortec Collective, Shpongle, ma anche musicisti storici, come David Gilmour dei Pink Floyd. Il contributo dell'elettronica è qui dominante: "Chomolungma", oltre ai sintetizzatori e alla ritmica campionata, si avvale dell'apporto del vocoder; "L'Arc En Ciel" si fonda su suoni ambientali che ricordano vagamente le sonorità di Jean-Michel Jarre; in "We Play The Game", Parsons canta e suona la chitarra; "Tijuaniac" rappresenta un bizzarro incrocio tra la musica elettronica e la tradizione messicana del mariachi; è presente, infine, una nuova versione di "Mammagamma", registrata con la collaborazione del figlio, Jeremy Parsons, valido programmatore. L'unico pezzo che risente della nostalgia del passato, è "A Recurring Dream Within A Dream", che riporta alla mente i suoni di "Pipeline" (inclusa in Ammonia Avenue) e i temi esoterici degli esordi.

Il declino dell'ultimo periodo ha solo lievemente appannato l'immagine di un musicista, tecnico e compositore di indubbio talento. Durante la sua lunga carriera, Alan Parsons ha venduto milioni di dischi, ricercando continuamente nuove soluzioni di sperimentazione: nella sua poliedricità, sia come sound engineer, sia come musicista, ha realmente segnato un'epoca nell'evoluzione dell'elettronica applicata ai suoni, dimostrando di non essere semplicemente "l'ingegnere del suono di 'Dark Side Of The Moon'".

Alan Parsons Project

L'orchestra dietro la consolle

di Michele Camilḷ

Passato alla storia come l'ingegnere del suono del bestseller floydiano "The Dark Side Of The Moon", Alan Parsons ha costituito il suo personale "progetto" attorno a un rock sinfonico, in grado di unire strumenti classici alle più moderne tecnologie elettroniche, sfornando alcuni album interessanti e fornendo un notevole impulso alla evoluzione delle tecniche di registrazione
Alan Parsons Project
Discografia
 THE ALAN PARSONS PROJECT

 

  

 

 Tales Of Mystery And Imagination: Edgar Allan Poe (Mercury, 1976)

 

I Robot (Arista, 1977)

 

Pyramid (Arista, 1978)

 

 Eve (Arista, 1979)

 

The Turn Of A Friendly Card (Arista, 1980)

 

Eye In The Sky (Arista, 1982)

 

 Ammonia Avenue (Arista, 1984)

 

 Vulture Culture (Arista, 1984)

 

 Stereotomy (Arista, 1985)

 

 Gaudì (Arista, 1987)

 

The Definitive Collection (doppio cd, antologia, Arista, 1997) 
 Days Are Numbers (triplo cd, antologia, Sony Music, 2006) 
 

 

 ALAN PARSONS

 

  

 

 Try Anything Once (Arista, 1993)

 

 On Air (Digital Sound, 1996)

 

 The Time Machine (Miramar, 1999)

 

 A Valid Path (Artemis, 2004)

 

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ALAN PARSONS PROJECT

I Robot

(1977 - Arista)
Il poliedrico progetto dell'ingegner Parsons nel suo capolavoro, ispirato da Asimov

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