Massarini Reports

Massarini reports

di Carlo Massarini

Elvis 'King of America' Costello
Villa Adriana
Tivoli (Roma)
18 luglio 2010

Elvis CostelloLa prima anima punk a suonare il r'n'r con l'arguzia di un intellettuale della working class (l'altro, Joe Strummer, non parlava di relazioni sentimentali pericolose). Ma quello era allora, si direbbe, oggi è oggi. Trenta e più anni dopo, il signor MacManus può guardarsi indietro e sogghignare soddisfatto: un percorso così eclettico non lo può vantare neanche David Byrne, per certi versi la sua controparte americana. Un rock anfetaminico e vetriolico prima, e dopo musica in totale libertà. Quel giro lo ha portato nel country americano come alla preziosa partnership con due padri fondatori, quelli che Elvis ascoltava da bambino, McCartney e Bacharach. Fino (e perfino) a un'immersione nella lirica pop con Sophie Van Otter, e ancora musica da camera, per balletto, cinema, operistica, jazz.
Ammazzateahò
, si dice nella città dove Elvis porta l'ultima mutazione, anche se l'amore per questa musica c'è sempre stato: un country-rockabilly elettrificato, molti classici - da Elvis the First a Dylan, dai Grateful Dead agli Stones, più tanto country d'annata e gli immancabili Beatles - in testa una paglietta bianca da cantante di varietà di un'altra epoca, quella evocata quando presenta così una canzone: "Questo è un r'n'r del 1921... o meglio quello che poteva essere allora il r'n'r'". Elvis gioca, da cantautore ormai - senza il trio degli Attractions 'quel' r'n'r svanisce - e attinge un po' dovunque. Con gusto ed energia, è sottinteso. Quella non manca mai, come anche il suo fare nervoso, a scatti - il lupo perde il pelo ma neanche un singolo vizio. Si vede che 'è stato', e che ora è qualcos'altro, per esempio marito Krall e papà dei due gemellini d'oro. Ma sappiamo sia noi che lui che certe canzoni non perderanno mai il loro valore. Da "New Amsterdam" fusa con "You've Got To Hide Your Love Away" di Lennon, fino al bis di "I Want You" (che brivido, come sempre), le emozioni, le nevrosi, il magnifico regista di dettagli sono lì.

Elvis CostelloLa sua duplice ombra proiettata sulle mura di Villa Adriana evoca il profilo di un minstrel americano on the road, uno di quei medicine show raccontati nelle foto in b/n della campagna americana. Ma non solo, perché Elvis in verità è molte cose insieme, e questo scivolare per generi, questo citare continuo è il suo gioco di quest'anno, ‘this year's model' (tanto per citare).
Per chi volesse il vecchio, o ‘altri' Costello, si prega ripassare: questo è la versione di King of America, paglietta e cravatta e giacca sempre abbottonata invece della corona ed ermellino di quella copertina. T-Bone Burnett come ideale fratello di latte, violini e dobro e contrabbasso a dettare il suono. Divertente. Di quello che mi faceva schizzare dalla sedia a NY nel 79 o aggrapparmi ai pali dei Teatri Tenda c'è solo la voce e l'energia, non più la forma o le intenzioni. Giusto così, per carità, il tempo passa per tutti, e mica si può rifare all'infinito il se stesso ragazzo. "Everyday I Write The Book"... il libro si aggiorna sempre, giorno dopo giorno, certo. È per questo che la mia generazione, mentre continua a studiare e a ripassare, si tiene stretta stretta i suoi ricordi, il formato originale.


Crosby Stills Nash
Il giorno della memoria
Cavea dell'Auditorium
Roma
19 luglio 2010


Crosby Stills NashEntri con un attimo di ritardo, e per un attimo non sai se ridere o sorprenderti, o cos'altro. L'effetto è arcano... è il 19 luglio 2010, chi suona Woodstock a tutta manetta alla Cavea di Roma? Ti giri, e sono lì. Un ologramma? Una cover band? No no, sono proprio loro...
Comincia così un viaggio sonoro, emotivo, festoso, evocativo di due ore. Il primo impatto è visivo: Stills si aggira, nervoso come sempre, sciancato e gonfio e pizzettato. Nash, via i baffetti, sembra un signore inglese in vacanza, di quelli che incontri in fila a un museo, o davanti a una birra al Caffè sulla piazza. Crosby, Lord Tricheco, l'ex Sindaco Alternativo della Città degli Angeli, è immobile come una statua, ha un giro vita che comprende tutte le nostre, ventilatore a gonfiargli di vento i lunghi capelli bianchi. Uno zoppo, un anziano e un ciccione, sembrano tre pensionati, tipo quelli di Aldo Giovanni e Giacomo. Però... se accendi l'audio le cose improvvisamente suonano diverse: la voce di Stills è andata ("Suite: Judy Blue Eyes" in fatti non c'è), è rimasta la parte bassa e un grugnito perfetto per quando faranno "Midnight Rider", ma la mano sulla chitarra si muove ancora magnifica: acida alla Hendrix, o pulita e veloce quando corre lungo l'acustica. Crosby, è vero, è l'immagine di un guru pagano - capelli lunghi, movenze lente, sorriso sornione sotto i lunghi baffi - ma quando canta ha la stessa voce di allora, persino più potente, sembra.

Il rosario si snocciola, una perla dietro l'altra, con momenti sublimi: "Wooden Ships" con il suo alone di folk acido e ipnotico, la lunga jam di "Déjà Vu", chiusa con quella "We Have All Been Here Before" che sale nel cielo stellato con il suo significato esoterico. Ci sono anche gli inciampi, figurarsi, per esempio Stills che tenta di cantare "Long May You Run", lì serve l'ululato stridulo alto e nasale del "long, skinny Canadian" che non c'è.

Ma dopo l'intervallo, si entra nella leggenda. Prima una incredibile, lunga sequenza di cover pescate un po' ovunque: "Girl From The North Country" o "Norwegian Wood" non sono memorabili, ma "Ruby Tuesday" e soprattutto - sorpresona! - "Behind Blue Eyes" (senza la faccia di Roger e il braccio di Pete? Possibile?) è straordinaria.
Poi, la strada diventa a due sole corsie: rivivono Crosby & Nash, e c'è da sciogliersi in un sogno liquido e meraviglioso. David sul trespolo, chitarra tenuta alta come i suonatori di flamenco, a carezzare e pizzicare le corde in punta di dita. Graham, l'amico che anno dopo anno lo ha tirato fuori dai guai, signora con la falce compresa, in piedi, a danzare con le parole e le armonie. Quella "Guinnevere", lady Ginevra, che Crosby considera la sua canzone più bella, tre muse a ispirarla (fra cui la Mitchell in primo fidanzamento e l'amatissima Christine morta in moto andando al supermercato), mi sembra improvvisamente di una bellezza indicibile. Sospesa sulle ali del tempo, dell'amore, del sogno. Un codice dell'anima cantato sottovoce, per ricordarsi che ‘we shall be free' un giorno, e non parliamo di diritti civili. Un respiro da trattenere per cinque minuti di magia tangibile, indimenticabile.

Crosby Stills NashPoi tornano tutti, e quando Crosby urla "Almost Cut My Hair" i capelli e i peli ti si rizzano con una scarica che viene da lontano. Sapori, e parole, e inni di una controcultura da c'era una volta... ma siamo proprio sicuri che valeva solo una volta? Ok, Vietnam e Nixon sono preistoria, ma... l'essenza del mondo degli affaristi, della politica malsana, delle guerre, del razzismo, delle restrizioni personali sono ancora qui, con noi, mica ce ne siamo liberati. Allora forse quella controcultura, di cui CSNY sono stati una voce importante, era contro cose e culture che sono eterne. Sono parte dell'uomo, ahimè. E quelle canzoni, che i più giudicano reperti archeologici, forse sono ancora attuali e universali. Come un libro o un film riadattato a tempi moderni, vanno solo riaggiornate. Bisogna solo "cambiare i nomi". E i luoghi. "What Are Their Names" Crosby la introduce dicendo: "Non so quale sia la situazione della politica qua (fischi in crescendo), ma in America la politica è fatta dalle grandi Aziende..." ("here ours IS a corporation!", gli urlo...). Quali sono i loro nomi? Nel giorno di Borsellino, già... racconta forse qualcosa che non c'è più? Quando, alla fine, il nobile, molleggiato, luminoso signore inglese che scelse di abbandonare Manchester in favore di Joni e di una nuova Costa d'adozione, si avvicina al piano elettrico, e dice "questa cantatela con me" capisci che lui ancora ci crede, agli ideali, e li urla a squarciagola: "We Can Change The World!", yes we can. Il pretesto temporale era Chicago, la Convenzione Democratica del 69, certo. Ma quell'idea moltissimi la portano ancora dentro, e se non si riesce a rifare il mondo come Giustizia vorrebbe è davvero colpa nostra? Diciamoci la verità: solo il Padreterno potrebbe raddrizzare un mondo creato in maniera diabolica, non facciamoci illusioni. Eppure, pensare di non poter cambiare in meglio è la morte di ogni speranza, sogno, ideale, processo evolutivo. Di tutto. E chi ha voglia di morire su questa scommessa?
Non loro tre. Sì, ci sarà anche il business, i divorzi, le spese. Ma questi tre, che portano addosso visibilmente le cicatrici della loro vita non stanno sul palco solo per questo. Li muove la voglia di sentirsi vivi, certo. E non solo, però: sanno di avere qualcosa di universale da raccontare. Sono anziani, lo sanno, ma non si tingono, né si palestrano, non portano parrucchini. Sono se stessi, sanno che il loro valore aggiunto è tutto lì. Nel non essere mai cambiati. Forse non tutti i giorni sono di sole. Crosby la sera prima si era fatto tre flebo, dopo essere crollato. Stills si trascina come un mendicante a un semaforo. Nash è leggiadro e magrissimo, ma anche lui fa fatica a volare su quelle note alte come la sua "Winchester Cathedral". Ma quando le armonie si fondono, quando le parole evocano, quando il suono è potente - non necessariamente nel volume - questi tre ti portano al piano di sopra. Esattamente come una volta.

Sigillo finale un coro gioioso, "Teach Your Children", raccontatelo ai vostri figli che musica era questa, che mondo era quello sognato. Io mi sono portato avanti col lavoro, il primogenito l'ho portato direttamente. Gli è piaciuto, senza capire tutto, per carità. Ha anche abbassato (di niente) l'età media.
Ma poi, quello che conta è come esci, alla fine. Come ti senti, se nella pancia si è mosso qualcosa. Se il cuore è leggero. Se l'anima sorride. Secondo me, e non credo di sbagliarmi di molto, tremila persone sono uscite nella calda notte romana con una lucina dentro. Déjà vu...


Erykah Badu
New Amerikan woman part one, and two, and three, and four...
Cavea dell'Auditorium
Roma
20 luglio 2010


Erykah BaduUno di quei concerti che non si farà dimenticare mai. Questo è sicuro. Mi metto nei panni (cioè, i miei panni) di uno che di Erykah Badu non sa tanto: insomma, i dischi sì, ma che non conosce fino in fondo il personaggio. Anche se chiunque ne mastichi un poco sa della sua importanza nel panorama di quello che, con tutti i limiti delle etichette, viene definito nu soul. Musica nera dell'anima per i nipoti di quelli che il soul lo definirono, cioè Otis e Aretha, Marvin e Stevie, e Reverendo James e Milady Diana, e Betty Davis, e tutti gli altri.
Erykah è un insieme di tante cose, tante radici. C'è un riconoscimento del rastafarianesimo di Marley e una coscienza hip-hop che la pone vicina ai nuovi gruppi r'n'b-rap, The Roots in primis. C'è una iconicità da Faraona nel volto regale e nelle vesti africane che la avvolgono; ma anche un portamento da vera soul sister, sculettando con naturalezza o ballando mentre dà il ritmo a se stessa e alla super-band con una batteria elettronica o sfiora con nonchalance da dj il touch pad del Mac, la cui mela mangiata si nota nei momenti di buio, icona quanto e più di lei.

Per la verità, tutto questo lo scopri un poco alla volta, quando sua MaestàlaBadù si presenta avanzando dal buio al proscenio con lo sguardo fisso e lontano, flashosi occhi blu (lenti a contatto), padrona di un mondo africano ancestrale dove sembra regnare la deità degli antenati. Lo sai che è teatro, ma fa un certo effetto. Raggiunge il microfono e i primi pezzi hanno questa alterigia, anche funky ma pur sempre frenata, di chi non si è (ancora) lasciato andare. Poi (sempre per il fan un po' ignorante come me) comincia la scoperta del mondo del Baduizm. La Faraona, il cui capoccione di riccioli afro tinti biondi è fasciato da un velo biancoazzurro che lo eleva come una forma Dogon, o un copricapo egizio, si leva prima lo scialle di cotone senegalese, e rimane con un top rossonero (grazie dell'omaggio, baby, non dovevi...). Poi anche la gonna viene aperta, slacciata e lasciata indietro, e il top diventa un vestitino che rivela due bei fiancotti da mama golosa. Via i tacchi, si torna a terra, mentre il tono generale si fa sempre più funky. Che band! Con quattro coriste in jeans e top nero sul loro sgabello che si muovono al rallentatore, schioccando le dita o danzano unite in rapidi controcanti, come fossero sul palco di un juke joint pieno di fumo. Invece, siamo alla Cavea, luna quasi piena e tutto esaurito per partecipare, più che a un concerto, a una fantastica messa in scena del mondo del soul, del funk, del jazz, gospel, afro rythms, rap, ho ancora un sacco di sigle ma basta così.
Come compositrice sua Maestà Baduista è più concettuale che accessibile, più cerebrale che sanguigna, più letterata della nuova era che diva-pour-danser. Non cerca il singolo di successo, è evidente su disco e dal vivo, cerca di creare un clima, una atmosfera di complicità col pubblico (e ci riesce, nonostante chi non parla inglese si perde inevitabilmente una bella fetta della torta). Poi, mette in scena il suo film. Fatto di tante scene e canzoni imprevedibilmente diverse. Quello che percepisci, che sia vestita da eccentrica mama africana o da eccentrica casalinga in uscita il venerdì sera, è un senso di perfezione stilistica. E poi il senso di comando che Erika esercita - sul gruppo, sul pubblico, sui loro pensieri. Te lo chiedi, tu fan non evoluto, se una così a casa sarà easy, o piuttosto parecchio impegnativa. Uhmm... dà l'aria di una difficile, ma poi vai a sapere. Insieme magnetica e vulnerabile (appena appena, eh), un sorriso che può gelare ma anche sciogliere, Erykah sa che ha preso la tua attenzione, e non ti lascia più andare. Non con ritmo frenetico, come una soul revue in cui si pompa sempre più forte, ma con un gioco di stop and go, di giochi di ritmi e canzoni che scivolano una nell'altra. È come una notte di sesso in cui invece di sfondare il materasso (ho esagerato...?) ti fermi, parli, giochi, riparti, ti abbandoni, ti riprendi, te la godi consapevolmente. Lenti o veloci, sconosciuti o ben orecchiati, i brani compongono un quadro, non una playlist. Cantati con quella voce, quel tono un po' da bambina cresciuta in una donna di potenza impressionante. Il paragone con Billie Holiday, 40 anni dopo, ci sta tutto. A un certo punto fa una cosa tipo versione soul di Mina in "Brava", e lo fa così, di passaggio, con una naturalezza totale. Apperò.

Erykah BaduGuardi lei, che non ha un solo momento di non-intensità (quasi una Marley al femminile, un sogno per un fotografo lasciato libero, cosa ormai inconcepibile), ascolti, batti il piede batti le mani dondoli la testa, ma soprattutto riguardi lei, che sta al centro della scena come fosse a casa sua. Chissà se fa anche le pulizie così, o come fascia i capelli alla bimba prima di andare a scuola. Sei a casa sua (anche se lei nega, dice che sta a Roma, e le piace molto) e il gioco lo conduce lei, dal principio alla fine, che arriva come un fuori programma: viene verso il pubblico in piedi davanti e invece di fare ciao con la mano, andare/tornare e vai coi bis, comincia a cercare un abbraccio di folla. Una stretta qua, una carezza là, uno sguardo una, due, cento foto digitali, sorrisi e mani che si tendono. A un certo punto, si accuccia di fronte a una sorella d'anima italiana e si abbracciano. A lungo, teneramente, sorridendo. Dolce e intenso. Bellissimo. Poi, sorridendo, se ne va. Se ne va e non torna, intendo. I tecnici salgono, un musicista torna indietro a prendersi una cosa, si accendono le luci e fine dello show, tutti di ritorno sul pianeta Terra. Giusto così, comunque, la recita era pensata con finale incorporato, mica potevi cominciarne un'altra... E poi, il finale era quell'abbraccio.
Ciao, sorella, torna presto e la prossima volta mi imparo tutto a memoria, e provo a farmi abbracciare anch'io. Mi riconosci, vengo con la maglietta rossonera...

Foto di Carlo Massarini

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