Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 50

di Stefano Bartolotta, Michele Saran

meanzaedeMEANZA&DE - OU (Aut Records, 2015)
ambient-techno

È un esperimento al contempo inusuale e tipico, quello dell’accoppiata tra Michele "Bob Meanza" Pedrazzi (già sperimentatore electro con diversi lavori a suo nome) e il sitarista portoghese Filipe Dias De, entrambi trasferiti a Berlino, nel loro primo “OU”. Vi è il folk digitale dei Books, ma la prospettiva è colta e atmosferica e allo stesso tempo cede, ma non facilmente, al battito dance. Vi sono sempre avvicendamenti di strati sonori e pathos. L’aurorale, sorrentina e fantasmagorica “Spree 1” è solo l’antipasto. “Floyk” è un bordone trascendentale che concerta riverberi astratti e bolle galattiche: quello che si dice musica new age di spessore. “Spree 2” importa l’ebollizione febbricitante di Terry Riley, ritraducendola per la cameretta, ma anche immergendola in percussioni casuali. Più ordinata, ma più efficace, “Nominale Steigung”, tutta poliritmi tribali, mistero equatoriale, fino a una danza marziana dominata da voci deformi e accordi psichedelici. Il sitar assume fisionomia dapprima in “OSC”, lanciato lentamente ma letteralmente in orbita fino a farne un acquarello elettroacustico (con una certa dose di caos), e diventa protagonista in “Puppets”, un vero incubo esoterico, svirgolando vortici attorno a un battito ancestrale ed elettronica velenosa. E in “Età del ferro” si esibisce in uno degli assoli più deliranti che si ricordi, sconfinante in un puro sbatacchiamento (con l’elettronica che, se possibile, lo aumenta) che si riallaccia agli “assoli” per cacofonie dei Red Crayola. Vi è anche la ciliegina sulla torta, “Weg”, un canto “modale” del sitar sovrainciso che accresce poco a poco a saltarello spaziale e indi a canto virginale. Risultato armonico da far inorgoglire l’Eno di fine 70, florido di intuizioni, ricco quello stilistico, mai calligrafico. Anni di prove e lavorazioni (Michele Saran 7/10)


lasuerteLA SUERTE – L’Origine Ep (2015, autoproduzione)
songwriting

Primo Ep di tre canzoni più un remix di Luca Urbani per questa band nata nel 2013 tra Milano e la Brianza e, lo diciamo subito, la proposta si lascia subito apprezzare. Si tratta di un songwriting piuttosto ambizioso, nel quale si cerca di andare al di là della classica forma canzone, per quanto riguarda sia la composizione dei brani che gli arrangiamenti. Dal primo punto di vista, ogni canzone ha sempre delle variazioni sul tema principale a un certo punto, mentre per quanto riguarda il suono, c’è voglia di inserire un gran numero di elementi e di influenze, tra la tradizione italiana, il cantautorato latino e reminiscenze dei Talking Heads. Il rischio di un minestrone senza arte né parte è forte, invece si coglie sempre perfettamente nel segno, dando l’impressione addirittura di un risultato sempre misurato e attento agli equilibri, oltre che bello esteticamente. Anche l’interpretazione vocale gode dei pregi di cui sopra, mentre a non convincere del tuto sono i testi, che appaiono un po’ fini a se stessi. Va benissimo così per ora, l’album è annunciato per ottobre e non vediamo l’ora di ascoltarlo (Stefano Bartolotta 7/10)


stashraidersSTASH RAIDERS - Apocalyptipop (2015, Hopeful Monsters)
alt-rock

Stash Raiders nascono per volontà di Sacha Tilotta, figlio d’arte della coppia degli Uzeda e già batteria dei Three Second Kiss. Il primo “Apocalyptipop” nasce con intenti favolistici e persino ridanciani, ma la sostanza musicale ha un’impagabile serietà di fondo. Già all’inizio, con “Kermit”, la compagine mostra come sa snocciolare, all’unisono, la disinvoltura stralunata dei Pixies e l’indole di “In The Court” dei King Crimson. Anche l’intermezzo di dissonanze casuali in cui culmina il blues-lounge da Cotton Club di “The Mammoth Song” è svolto con una perizia senza eguali. La filastrocca boogie’n’roll di “Talisman” è cantata con fare da musical, ma a lungo andare suona come una martellante, stordente cadenza voodoo. In “Business Call” un misterioso e solenne refrain è trasfigurato da una jam-duello lisergica, mentre gli 8 minuti di “Without Space And Time”, con sitar, tecnicamente l’apice della loro ambizione, si crogiolano in una psichedelia a buon mercato. C’è comunque un bel finale soddisfacente, un sorta di slogan galattico in forma di rap, a tutto volume, “Fish Porn”. Tonico mix, registrato in analogico su un 16-tracce, di revival psichedelico - come lo avrebbero fatto i veri Soft Boys -, e di libera armonia - pur costantemente guidata dall’organetto di Tillotta. La produzione, che punta tutto sulla bassa qualità dell’incisione, povera solo in apparenza, ha un momento più significativo di altri (“He’s a Fisherman”), per come rimpicciolisce le voci rendendole succubi del marasma strumentale. Il resto della brigata: Francesca Giunta (voce e clarino), Luca De Lorio (chitarra), Davide Iannitti (sax, violino, sitar), Davide Toscano (basso), Luca Caruso (batteria), tutti ben referenziati (Michele Saran 6,5/10)


huntingdogsTHE HUNTING DOGS – Out To Hunt Ep (2015, autoproduzione)
pop-jazz, elettroacustico

Primo Ep per questo duo friulano-croato che è nato dopo un incontro durante studi jazz al Conservatorio. Ascoltando le tre canzoni più un remix, si sente la provenienza da quel mondo ma anche la passione per i suoni elettroacustici. Le canzoni non hanno una forma precisa dal punto di vista compositivo, apparendo più come flussi di coscienza che come brani dalla struttura definita, i suoni e la parte ritmica sono sempre in mutazione con l’idea, qui sì, di incasellarsi all’interno di un andamento logico e coerente, e la parte vocale femminile è pacata e tagliente allo stesso tempo. L’idea è interessante e abbastanza ben eseguita, anche se non si fugge del tutto al problema dell’esercizio di stile fine a se stesso. Il potenziale c’è comunque, va solo messo a fuoco un po’ meglio e comunque l’ascolto è interessante già così (Stefano Bartolotta 6,5/10)


youngerandbetter_01YOUNGER AND BETTER – Take Caare Ep (2015, autoproduzione)
art-electro rock

Avevamo già apprezzato il quartetto milanese con il primo Ep del 2012 e il loro ritorno onestamente spiazza un po’ chi già li conosceva. In queste quattro canzoni, infatti, entrano in gioco una pesante influenza electro e atmosfere cupe e ansiogene. Quando si dice pesante, non si intende solo marcata, ma si vuole sottolineare proprio una caratteristica del suono della band di ora, che già leggero non era ma che adesso è notevolmente appesantito. Il tutto scorre via molto fluido e riesce a dare all’ascoltatore l’idea di ambientazioni in cui l’agitazione e la paura di non farcela la fanno0 da padroni. Purtroppo, rispetto al lavoro precedente, si registra un passo indietro dal punto di vista del songwriting, quasi che i quattro siano stati così attenti alla produzione da sacrificare la composizione in sé. Il giudizio resta comunque positivo, ma c’è da sperare che i quattro tornino più ispirati in fase compositiva con le prossime uscite (Stefano Bartolotta 6,5/10)


attributionATTRIBUTION - Why Not (2015, autoproduzione)
alt-rock

Bergamaschi, gli Attribution sono il classico power-trio blues-rock alla Cream, ma armato della perizia dei virtuosi jazz-rock. Solo dopo anni di prove pervengono a un debutto autoprodotto, “Why Not”. Si tratta d’intrattenimento medio che piega la tecnica e svirgola una serie di jam non sborone, come nei pezzi con ottoni fusion, che anzi annoverano i numeri più spettacolari, “Sleet”, il crescendo di sax nel mezzo di “Cold Turkey”, il rhodes nel blue-collar “Worried Life Blues”, e il triplo assolo della strumentale “Scofunk”. Lo spettro poi si amplia pizzicando i generi tipi dei 70, hard-rock (“Woman”), southern (“Fast”), e acid-jazz (“Sexy Tured”). Sano punto d’approdo di una tendenza tutta italica, le pub band passatiste e i gruppi cover, non a caso la provenienza dei tre (Marco Pasinetti, Sebastiano Pezzoli, Stefano Guidi). E’ perciò ancorato alla forma-canzone, che alla fine trionfa per mezzo degli ultimi due pezzi, due power-ballad che mettono da parte le improvvisazioni. Nonostante l’indole rinunciataria, quest’immersione nel revival ha del totale, passa e filtra per osmosi più che per i padiglioni auricolari. Bonus: “Mal di schiena” (Michele Saran 6/10)


bricklaneBRICKLANE – Dropped Cinema Popcorn (2014, autoproduzione)
brit-pop

Già dal nome si capisce come questa band genovese attiva dal 2009 voglia riprendere l’immaginario brit-pop sia degli anni Novanta che della seconda ondata del 2005. Del primo gruppo di influenze fanno parte “One Girl Two Boys”, “Just A Fad”, “The Girl In The Red Shoes” e “Regular Coke”, mentre nel secondo rientrano “Inside Out”, “Like A Dandy” e “Melancholy Sunday”. Non si deve comunque essere portati a credere che le canzoni dei rispettivi gruppi si somiglino tra loro, ma ognuna si distingue dalle altre in termini di apertura melodica e ricchezza di elementi sonori al proprio interno. Un ascolto senz’altro piacevole per gli amanti del genere, che però difficilmente si innamoreranno di queste canzoni, vuoi perché le melodie sono carine ma nulla più, vuoi perché non si nota una forte personalità della rielaborazione delle influenze (Stefano Bartolotta 6/10)


paradosPARADOS - Parados (2015, Costello’s)
alt-pop

Partiti come duo acustico, i lombardi Parados si ampliano negli anni a quartetto, fino a comprendere - nello stile - elettronica e armonie corali. Un’amena dimostrazione di questa loro maturazione si ha nel primo album omonimo “Parados”, o meglio ancora nell’iniziale “Ø”, un tintinnio drum’n’bass e un’agonia canora che prende tanto da Giovanni Ferretti quanto da Lucio Battisti. Gli tengono testa “Alieno verde”, con un po’ di distorsione, e “Venere”, con sovratoni di canto gregoriano e turbolenze elettroniche. Il resto è inutile e ripetitivo. “L’anarchica” prova ad espandere il tardo Battisti dei dischi “bianchi” sciupando i gradi di canto alieno in litanie senza vita, idem per “A distanza”, evocando un Alan Parson dilettantistico, “Toracica” ammicca a Tiromancino impostandosi su un ritmo techno triviale. L’affiatamento dell’ensemble, che talvolta sembra troppo un corollario del solo Alberto Ladduca, voce (anche basso e synth), confeziona comunque momenti di rarefatta, sconsolata perdizione. Testi in raro equilibrio: criptici ma lirici (Michele Saran 5,5/10)


accademiadellescimmieACCADEMIA DELLE SCIMMIE – Soft Ep (2015, La Clinica)
pop-rock

Questa band di La Spezia all’esordio si pone nel più classico filone pop-rock radiofonico italiano. L’iniziale “Noiosa Realtà" vede un suono e un’interpretazione vocale puliti e potenti allo stesso tempo, una grande prevalenza di chitarre, una forte aderenza alla forma canzone. Tutte le altre canzoni vedono strofe dal suono più pacato che cresce poi in intensità e elettricità nei ritornelli: il brano più più fuori dagli è“Natura Criminale” con una strofa quasi parlata, mentre in “Mantice” fanno capolino dei suoni electro e in “Ragno” e nella conclusiva “Sognando” le atmosfere si fanno malinconiche. Insomma, la voglia di provare soluzioni diverse a seconda dei brani c’è e va apprezzata, ma esse appaiono sempre un po’ troppo stereotipate e si nota una mancanza di gusto e di personalità. Sarebbe il caso di trovare un linguaggio musicale più personale e interessante per rendere al meglio le buone intenzioni che comunque ci sono (Stefano Bartolotta 5,5/10)


florestanoFLORESTANO - Noh (Kowloon, 2015)
electro

Leonardo Salvaro, polistrumentista e producer di Verona, approda al suo debutto “Noh” all’attenzione della critica internazionale. Il risultato, nell’insieme, suona eccessivamente indeciso tra suono da club e sperimentazione astratta. I toni thriller delle correnti elettroniche che irrorano il breakbeat di “Broken Mp3” ancora funzionano, spingendo poi in un gioco delle variazioni per loop folli. Purtroppo, i 10 minuti di “7 Of Diamonds” (un beat che è quasi un tic nervoso, e uno spunto melodico introverso), pur arricchendosi di un arsenale di suoni mutanti, non approda ad agganci di alcun tipo, limitandosi a una generica musica di macchine a basso voltaggio, che anzi si arresta di continuo. L’interessante soundscape ambientale per note cupe e sbiadite che apre “Diletantes” e che degenera in una sorta di mantra orribilmente deforme, è quasi del tutto sciupata da un battito odiosamente snervante, fuori posto; analogo, ma ancor più povero e rarefatto, è il saltarello “Ryoma”. Idem per la lunga toccata aurorale dei synth in “Koola”, che incontra una progressione marziale anche esaltante ma che poi si spegne in un non meglio precisato mezzo-piano. Finalmente un momento originale, quasi dadaista, si ha alla fine, nell’accostamento tra piano elettrico funereo, battiti puerili e vocalizzi spersi di “Grizzled” (se non avesse un regime di bassa intensità che rende tutto monotono). Raffazzonato e spesso amatoriale, suona come un grande tentativo di distrarre dalla vera parte prelibata: il trattamento delle voci umane. Purtroppo sono poche (ma le vocals di bimbo marziano in “Tunedless” si fanno ricordare). Non dissimile da Be Invisible Now e dall’elettronica digitale europea dei 2000, dal Dylan Group a Luke Vibert, è però un tentativo senza corpo e senza fascino. Prodotto dalla londinese Kowloon Records (Michele Saran 5/10)

Playlist

MEANZA&DE - OU (Aut Records, 2015)
LA SUERTE – L’Origine Ep (2015, autoproduzione)
STASH RAIDERS - Apocalyptipop (2015, Hopeful Monsters)
THE HUNTING DOGS – Out To Hunt Ep (2015, autoproduzione)
YOUNGER AND BETTER – Take Caare Ep (2015, autoproduzione)
ATTRIBUTION - Why Not (2015, autoproduzione)
BRICKLANE – Dropped Cinema Popcorn (2014, autoproduzione)
PARADOS - Parados (2015, Costello’s)
ACCADEMIA DELLE SCIMMIE – Soft Ep (2015, La Clinica)
FLORESTANO - Noh (Kowloon, 2015)

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