Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 57

di AA.VV.

stanleySTANLEY RUBIK - Kurtz sta bene (2015, INRI)
elettronica, math-rock

Si erano fatti ben notare con l'esordio "Lapubblicaquiete", che già ben tesseva le trame principali della loro musica ma fin troppo si perdeva nell'ombra dei Subsonica. "Kurtz sta bene" musicalmente parte dagli stessi presupposti, ma fa almeno un bel salto avanti rispetto all'Ep di lancio. La band costruisce un'idea dentro al quale tutto viene modellato per adattarcisi alla perfezione: sia il titolo che la copertina e i testi, sono confezionati per mettere in scena un elogio alla consapevole insanità - o a un'incompresa lucidità, a seconda dei punti di vista. La produzione è particolarmente curata, permettendo al gruppo di presentarsi in una forma smagliante. Le dieci tracce si lanciano rimbalzi tra un'elettronica dai toni oscuri e sprazzi di math-rock, passando per momenti di tensione senza scoppio ("Edipo"), tracce pop-rock ("Colla di fibrina") e collage sperimentali (la doppia traccia "10" e ":10", dalla durata totale di 10:10 minuti). Il trio romano dà frutto ai due anni di lavoro incidendo un Lp che per tagli e cripticità ben onora il maestro che portano nel nome - e non solo, anche il titolo è ereditato dal mondo del cinema così come in "Cado" viene esplicitamente citato Romero. "Kurtz sta bene", infatti, è il prodotto di una formazione che in maniera evidente aspira a comporre come se si stesse girando un film e che ben si avvicina, almeno nell'idea e nel concept, agli schemi ripetuti, alle inquadrature geometriche e all'ambientazione chiusa, opprimente e labirintica di "Shining" - che a proposito di lucida insanità ha qualcosa da insegnare (Alessandro Fiorito 7/10)


mottaMOTTA - La Fine Dei Vent'anni (2016, Woodworm)
indie pop rock

E' un attestato di crescita, sia anagrafica che artistica, il debutto solista di Francesco Motta, noto per essere stato il leader dei Criminal Jokers, due album all'attivo fra i quali l'apprezzatissimo "Bestie", risalente al 2012. "La fine dei vent'anni", titolo programmatico dei contenuti del disco, mostra un artista già maturo, che improvvisamente diventa un potenziale protagonista della canzone d'autore italiana. E' pop ("Sei bella davvero"), ma dentro restano i graffi dell'indie rock ("Roma stasera"), racconta la propria generazione, ma in una modalità molto più adulta rispetto a quanto fatto sinora. Motta compone tutto, testi, musiche e arrangiamenti (alcuni dei quali piuttosto elaborati, come nel racconto familiare di "Mio padre era comunista"), affidando la produzione artistica a Riccardo Sinigallia, una sorta di certificazione di qualità. In studio un grosso dispiegamento di forze, con contributi fra gli altri di Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) Andrea Ruggiero (Operaja Criminale) e Giorgio Canali. "La fine dei vent'anni" è un lavoro che merita la dovuta attenzione, dieci tracce inedite che costituiscono il primo tassello di un percorso che lascia trasparire grandi aspettative a notevoli ambizioni (Claudio Lancia 6,5/10)


yellowtrafficlightYELLOW TRAFFIC LIGHT - To Fade At Dusk (2015, WWNBB)
indie-rock

Questo quartetto torinese giunge al secondo Ep e conferma la propria volontà di cercare una strada che stia a metà tra un'attitudine sognante e la voglia di muoversi su ritmiche indie-rock, di quello più adatto per ballare. Abbiamo, così, quattro canzoni dalle melodie e dal timbro vocale volutamente non immediatissimi e dal suono forte e squillante ma anche adatto a trasportare l'ascoltatore in immaginari viaggi in luoghi eterei. L'idea è senz'altro interessante e i quattro mostrano già una certa consapevolezza su come ottenere quello che vogliono, quindi senz'altro varrà la pena seguirli nelle loro prossime mosse; il problema è che, al momento, le canzoni si somigliano un po' troppo, soprattutto dal punto di vista melodico ma anche nella struttura degli arrangiamenti e nel modo in cui si sviluppano tra saliscendi di intensità, per cui sarebbe il caso che i ragazzi cercassero di puntare su una maggiore eterogeneità di stili in futuro (Stefano Bartolotta 6,5/10)


aftercrashAFTER CRASH - #Lostmemories (2016, Collettivo HMCF)
dance

Bolognesi ma spesso in trasferta a Londra, Francesco Cassino e Nicola Nesi debuttano a nome After Crash con #Lostmemories. I riferimenti agli M83 delle cartelle stampa sono più che altro pubblicitari (a parte lo shoegaze electro di "Organic Summer"): il duo va ben oltre l'epigonico e dimostra di saper evitare lo spreco di risorse, pur in un ambito a rischio ridondanza. Un tocco di prezioso sinfonismo e un tocco di triviale disco french-touch, avvicendandosi, avviano il contrappunto luccicante di "We Leave". Con buon sforzo eclettico gli succedono un bozzetto post-rock adornato dal cicaleccio dei synth, "Texture in Pectore", e più avanti una breve jungle nevrotica e semi-tribale, "Overrated". I numeri che utilizzano le voci ("Don't Change For Me", "Timeless Room"), pur morbidamente ballad, sono comunque a distanza di sicurezza dal mainstream. Sono anzi parte integrante del loro programma sperimentale, con un cut-up del canto in puri vocalizzi astratti. "Leica" (voce di Mark Borgazzi), dopo una citazione quasi esplicita dell'attacco di "Pyramid Song" dei Radiohead, si dà invece a un più convenzionale soul-step. Prodotto da Andrea Sologni dei Gazebo Penguins, co-edito con Museek. Leccato qua e là, ma anche spettacolare, monco però di un gran finale che capitalizzi le loro intuizioni (la progressione funerea dronante e quasi batucada di "Transports" fatica a ergersi) (Michele Saran 6/10)


talcoTALCO - Silent Town (2015, Kasbamusic)
ska-punk

Forti di una carriera decennale e di un rispetto guadagnato anche ben al di fuori dai confini nazionali, i Talco tornano con il loro sesto album in studio. "Silent Town" chiude il cerchio avviato con "La Cretina Commedia" e proseguito da "Gran Galà", e narra la visita della città silenziosa da parte di un gruppo di naufraghi sulla via di casa. Le dodici tracce scorrono abbastanza velocemente (ben cinque sono sotto i tre minuti e nessuna supera i quattro) accompagnate da ritmi molto accesi. Il gruppo, infatti, porta in scena il proprio suono tipico senza grandi variazioni ma con grande fermezza. Per l'intera durata quindi a farla da padrone è lo ska, che è accompagnato dal timbro vocale di Dema e dai testi fuori dal tempo i quali danno un particolare tono piratesco all'intera narrazione. Una proposta interessante specialmente per gli amanti del genere - e che siamo sicuri conquisterà ancora di più dal vivo - ma che non porta grandissimi sorprese musicali e non scende ad alcun tipo di compromesso con l'ascoltatore. Il risultato è che, a seconda dell'orecchio, l'ascolto potrebbe scatenare un colpo di fulmine o stancare nella sua staticità. Ma i Talco non fanno altro che ricalcare la loro importanza facendo trasparire tutta la loro esperienza, e la forza con cui lo fanno basta per dargli ragione (Alessandro Fiorito 6/10)


heathensHEATHENS - Alpha (2016, Irma)
electro-pop

Di Feltre, gli Heathens ideati dall'elettronica dei fratelli Lorenzo e Mattia Dal Pan e completati dalla chitarra di Federico Dallo e dal sound design di Matteo Valt, dopo qualche prova su uscita breve s'impongono con "Alpha". Il loro debutto contiene dunque i primi anthem, "Empty House", "Parallel Universes", "Our Happiness", "In Limbo", "To The End Of The Night", e arcane fantasie da dance-club come "Bertrand Russell". "Empty House" è uno scuro soulstep (anche la voce è notevolmente abbassata di pitch, seguendo i dettami della "If I Had A Heart" di Fever Ray). Uno dei migliori, "Parallel Universes" suona come un remix minimal-techno dei Dead Can Dance. "Our Happiness" è arrangiato per risonanze ribattute e poi è sventrato da una voragine di synth Wendy Carlos-iano. Il coro mortifero di "In Limbo" si specchia in una corsa danzante di piano elettronico. La più lunga, "To The End Of The Night", attacca come una sorta di "Adagio" di Albinoni e poi si lancia in una trance salmodiante alla Underworld. A queste si aggiungono senz'altro una strumentale "Bertrand Russell" che importa sia stimoli industrial che un'indole alla Badalamenti, e - ancor più all'avanguardia - l'ode elettronica, fiabesca e misteriosa con canto femminile, di "The Dust". Altre sono anonime o proprio acerbe. I quattro votano tutto o quasi all'atmosfera, evitando sia la canzone pop che l'approccio gioviale, con un disco che fa - con qualche eccezione - della sua ambience sinistra una verace calligrafia. Aiuti di Nicola Manzan, Anna Carazzai (seconda voce), George Koulermos dei Technogod. Masterizzato da Tommaso Mantelli (Michele Saran 6/10)


neroNERO - Lust Soul (2016, autoprodotto)
gothic-rock

Dopo aver avviato il garage-punk di Detonators e Doggs, il milanese Marco "Nero Kane" Mezzadri debutta solista a nome Nero con "Lust Soul". L'intro, "Death In June", è d'effetto sia nel titolo sia nella base d'arpeggi che nelle invocazioni incendiarie. Il corpo del disco è comunque costituito da dub-rock zombie in parte debitrici dei tardi Smashing Pumpkins, discretamente acidi: "No Sense Of Crime", "In My Town" e i più densi "Spirits" e la draculesca "Tomorrow Never Comes", con canto robotico-cadaverico e tastiere nascoste tra le distorsioni. La parte del leone la fa però un glam lancinante d'altri tempi come "Bleeding", mentre più sotto rimane la ballad-rosario "Old Demons". La buona chitarra di Mezzadri regge il peso del disco, una cattiva produzione, grezza e troppo ingessata d'elettronica a buon mercato (Dario Vergani) invece la scredita. Qualche furberia e un plagio, "I'm The Sin" (ruba gli accordi della "All World Cowboy Romance" dei Mission Of Burma) (Michele Saran 5,5/10)


lovetheunicornLOVE THE UNICORN - A Real Thing (2016, WWNBB)
noisy indie-pop

Nonostante siano passati ormai 8 anni dalla sua formazione, "A Real Thing" suona un po' come "l'album", l'esordio vero e proprio della band romana, nonostante l'esistenza del più interessante "Sports", di tre anni fa. Nel sound dei Love The Unicorn si ha sempre l'impressione di qualcosa che non va, qualcosa sia riprodotto male, sembra uno shoegaze ottenuto abbassando i volumi di certe parti invece che alzandole (difficile capire il trattamento sulla voce) - anche al netto dei riferimenti all'indie-pop più offuscato, qualcosa suona strano, imprendibile al limite dello stomachevole, nei battiti nudi e nei riverberi alla Brothers In Law di "Hate Forever". Più che appunto i Felt, sembra di sentire un tentativo indie-pop di un Mac DeMarco ("Sunny Day In Rome", "Acid Rain", "Running Daze"), con una serie di melodie sarcastiche, per canzoni slabbrate. Conscia scelta estetica, sciatteria derivativa? Si può anche lasciare il beneficio del dubbio, ma rimane un lavoro molto discutibile sia nella scrittura che nell'esecuzione (Lorenzo Righetto 5/10)


maenifestoMÆNIFESTO - Veni Vidi Vici (2015, Royal Musik Commettee)
industrial-dance

Progetto del multistrumentista romano Augustus Gregorio Rossi, Mænifesto debutta con un Ep, "I" (2014), cui fa seguito il disco lungo "Veni Vidi Vici". I suoi synth-pop gotico-decadenti, "Neon Cleopatra", "The Emperor's Lament" e "Prodigal Son" (qui con qualche grado d'atmosfera in più) scadono nel procedimento in Ebm rozzamente amatoriali come "Pantheon" e una trance-core dal gusto tetutonico più allucinata e quasi delirante come "Minerva", comunque allungata inutilmente a 8 minuti. Un più calibrato pugno nello stomaco è la techno Underworld-iana "Oderint", pur sempre raffazzonata e grezza, ma almeno dirompente (e la più breve). Una ballata acustica folkeggiante e piana, "For All Eternity", anche se sovraccarica di fastidiosi effetti-riverbero, svetta paradossalmente sul resto. Disco per buona parte inascoltabile, pesante perché incentrato da capo a piedi sul canto filtrato e gorgheggiante dell'autore. Sciocchino, o comunque ingiustificato, anche il concept latino che lo regge (Michele Saran 4,5/10)


morningtea_01MORNING TEA - No Poetry In It (2016, Sherpa)
alt-folk

Non riesce a rompere lo scetticismo che circonda il suo progetto, Mattia Frenna, già chitarrista dei Motel 20099 e in campo come Morning Tea con l'esordio del 2014. Rimane il punto fondamentale di una scrittura facile facile: Mi minore, Sol, La minore, con la linea vocale che segue nel modo più prevedibile le storie di mestizia periurbana di Frenna (le spossanti, testualmente improponibili "What'd You Want Me To Say" e "The Lack That I Feel"), alla perenne ricerca di un'intimità con l'ascoltatore che non si può conquistare semplicemente filtrando la voce o abbozzando arrangiamenti folktronici (la smozzicata "Your Hands In Mine", i Farmer Sea/Subsonica di "Nothing But The Truth"). La quasi totalità di "No Poetry In It" (in cui in effetti i momenti di vero lirismo non abbondano, rispetto a una ordinaria malinconia post-prandiale) ha la pesantezza e la self-conciousness di qualcosa, come spesso succede in Italia, che non si è confrontata a sufficienza con l'esterno. Così, in un disco di un semi-esordiente (se non anagraficamente, almeno come progetto), spesso la sensazione è di un Chris Martin invecchiato che prova maldestramente a ritrovare il feeling coi fan in versione solista (la title track), o di un Noel Gallagher in svolta "bedroom" da crisi di mezz'età ("Love The Game"). A parte gli episodi più urticanti, il disco presenta comunque, nel bene e nel male, il minimo sindacale richiesto dalla classica uscita "folk" della scena indipendente nostrana, quello che serve per stare a galla (i Simon And Garfunkel di "Sad Song", l'emo acustico "10 Past 8"), anche se le prove vocali di Frenna tendono sempre a far affondare la - a suo modo - tracotante e pericolante baracca (Lorenzo Righetto 4,5/10)

 

Playlist
STANLEY RUBIK - Kurtz sta bene (2015, INRI)
MOTTA - La Fine Dei Vent'anni (2016, Woodworm)
YELLOW TRAFFIC LIGHT - To Fade At Dusk (2015, WWNBB)
AFTER CRASH - #Lostmemories (2016, Collettivo HMCF)
TALCO - Silent Town (2015, Kasbamusic)
HEATHENS - Alpha (2016, Irma)
NERO - Lust Soul (2016, autoprodotto)
LOVE THE UNICORN - A Real Thing (2016, WWNBB)
MÆNIFESTO - Veni Vidi Vici (2015, Royal Musik Commettee)
MORNING TEA - No Poetry In It (2016, Sherpa)
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