Un tempo (“Cryptograms”), i Deerhunter erano indecisi se suonare psichedelia ambientale in versione garagista (!) o psych-pop senza troppe pretese; oggi, virano almeno in maniera più decisa verso lidi popedelici, con piglio dimesso e sognante che tiene ovviamente conto della recente prova in solitaria del leader Bradford Cox a nome Atlas Sound (basterebbero le sole “Calvary Scars” e “Twilight at Carbon Lake”).
A conti fatti, “Microcastle / Weird Era Cont.” (inizialmente, pensato come un unico disco, poi arrivato in versione “doppia” sul mercato dopo un “incidente” telematico di Cox…) è un’opera piuttosto deludente, nonostante sia ruffiano quanto basta (la “Intro”, per dire, è puro Todd Rundgren–style) per entrare nei cuori di molti. Ci sono momenti in cui sembra che la strada intrapresa non sia, poi, quella veramente desiderata: e, allora, via a ritroso nel tempo, scorrazzando verso le origini con lo sguardo fisso sul “grigio fluorescente” (“Never Stops”, in cui lo shoegaze veste panni post-punk), inciampando nei “crittogrammi” di “Nothing Ever Happened” (Neu!-pop carinissimo, ma già sentito e ampiamente digerito) o lasciando che il passato prenda il sopravvento (i Jesus & Mary Chain nello spazio di “Operation”).
Ma sono, in verità, attimi di respiro che il disco sembra concedersi così, giusto il tempo di rendere meno monocromatiche queste tavolozze di grazioso candore pop imbevuto di vaghezze dreamy (“Little Kids” e la title track bifronte: metà mielosa svenevolezza, metà volo distorto), ricolme di imperscrutabili nostalgie (“Green Jacket”, “Focus Group”) o, ancora, assediate da grumi garage (“Backspace Century”). Deviando, quindi, s’incrociano languidi idilli (“Vox Humana”), onirismi free-form (“Cicadas”) ed esperimenti, in fondo, buttati lì a casaccio, incapaci di sollecitare davvero gli ascoltatori più scaltri (“Slow Swords”, “Weird Era”).
Eppure, parliamo di ipotesi, tentativi poco riusciti di cucirsi addosso una pelle nuova, definitiva. Un disco che ha un non so che di “generazionale” per il modo superficiale con cui affronta svariati registri stilistici. Scalfirne la superficie, allora, significherà fare i conti con una band che procede a tentoni e che, anche con un crescendo epico come quello di “Calvary Scars II / Aux. Out”, non riesce a togliermi la profonda convinzione che questo lavoro non sia, poi, così importante come qualcuno va sostenendo…
19/12/2008
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