Alle spalle una serie impressionante di lavori di ottima fattura, manciate di pezzi indimenticabili e una continua sperimentazione sonora, gli Wilco si concedono un doppio live per festeggiare il decennale di attività, ventitré pezzi per un totale di due ore estratte dai concerti tenutisi lo scorso Maggio a Chicago. Il titolo richiama l’omonima outtake delle sessioni dell’ultimo disco, originariamente pubblicata in un mini-cd allegato alla riedizione dello stesso per il mercato europeo.
Coloro che hanno avuto la fortuna di vederli dal vivo sanno benissimo quanto i loro brani trovino nella dimensione live una dimora ideale, grazie soprattutto alla concretezza che la presa diretta conferisce alle liriche sofferte di Tweedy e alle doti strumentali di Stirrat, Kotche, Jorgensen, Cline e Sansone.
Questa testimonianza ci regala un assaggio caleidoscopico di dolcezza, acredine, malinconia, leggerezza, sofferenza e rabbia, veicolate dalla ben nota miscela di blues e pop, rock’n roll e folk, immediati nel trasmettere emozioni forti alla maniera dei maestri del gruppo: Neil Young, Woody Guthrie, Bob Dylan. Il cuore, ferito da una solitudine irrimediabile in cui a volte sembriamo svanire, trova conforto nelle melodie e nei riverberi di una chitarra, un piccolo cesello d’organo lontano, un rutilare incendiario di batteria, un caldo giro di basso.
La dialettica acustico-elettrico, melodia-cacofonia, ombra-luce tipica del gruppo si amplifica ulteriormente incarnata com’è nella realtà tangibile di un suono vero e intimo che colpisce lo stomaco prima della testa.
“Misunderstood” da “Being There” apre le danze, simbolicamente, quasi a rappresentare l’intera poetica del gruppo, la tendenza cioè a far emergere l’ordine dal caos, come l’arte, quella vera, fa da sempre; ci immergiamo poi in un lungo viaggio che pesca prevalentemente dagli ultimi due album, “ Yankee Hotel Foxtrot ” (2002) e “ A Ghost Is Born ” (2004): lo sculettante dimenarsi ubriaco di “I Am Trying To Break Your Heart”, l’infuocata cavalcata di “At Least That’s What You Said”, il pianto dolce dell’amore di “Jesus etc.”, la desolazione epica e quasi pinkfloydiana del capolavoro “Ashes Of American Flags”, la discesa negli inferi della follia di “Spiders (Kidsmoke)” – undici minuti di adrenalina pura, come se l’energia soffocata in studio fosse finalmente scatenata in tutta la sua potenza, onore a Kotche per la potenza con cui pesta sulle pelli.
Nel mezzo una serie di regali splendidi del repertorio passato, tra cui “Via Chicago” (“Summerteeth”, 1999), aperta verso l’infinito da un tappeto di tastiere sognante che riemerge quando, attraversata la buia foresta della perdizione, si sta finalmente tornando a casa.
L’imperfezione (la drum machine di “Heavy Metal Drummer” che inizia a funzionare solamente al termine del pezzo) rende il lavoro ancora più autentico, come la vita che le canzoni dei Wilco cercano frammentariamente di descrivere.
L’emozionante viaggio rappresentato da “Kicking Television” è impossibile da trasmettere con le parole, ciniche e senz’anima di fronte alla musica che contiene, l’unico consiglio che si può dare è quello di ascoltarlo, perdendosi nei suoi dettagli (quelli che, a fronte di un’Essenza inesistente, compongono la realtà), nelle morbidezze acuminate partorite dalla mente inquieta di Jeff Tweedy, attraverso un lungo giro sulle montagne russe al termine del quale ci si sente un po’ più vivi.
30/04/2026
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