Guido Harari, 50 anni di fotografie da guardare ad alto volume

11-04-2026

Guido HarariSe c’è un fotografo dall’animo “rock”, quello è proprio Guido Harari. Non solo perché in 50 anni di attività ha contribuito a plasmare l’immaginario della musica rock, ma soprattutto perché il suo approccio alla persona da fotografare è sempre stato “rock”: è fatto di vicinanza fisica, assenza di gerarchie, ascolto reciproco. La mostra non vuole dunque essere l’autocelebrazione di una carriera certamente lunga e brillante; è semmai una dichiarazione di principio di una pratica secondo la quale fotografare è, prima di tutto, incontrare l’altro.
Le foto di Guido Harari sono speciali perché sanno cogliere quel preciso momento in cui il soggetto da ritrarre abbassa le difese, smette di recitare e svela qualcosa di inedito di sé, al di là degli stereotipi del personaggio famoso. È come un gioco che richiede complicità da entrambe le parti.

Non è la prima volta che Harari espone la sua opera con questo criterio: l’ha già fatto, a partire dal 2022, ad Ancona, Ferrara, Milano e Alba. La mostra di Vicenza, però, ha una peculiarità distintiva originalissima: la sede espositiva. La Basilica palladiana con i suoi volumi rinascimentali ha offerto agli architetti Giorgio e Giulio Simioni l’opportunità di allestire un percorso decisamente spettacolare, diviso in sette sezioni.
Il bello è che lo spazio è perfettamente funzionale al racconto, è come una partitura musicale che si sviluppa a partire dalla cameretta dai colori vivaci di un adolescente della fine degli anni Sessanta in cerca di ispirazione. Le pareti della stanza sono tappezzate di poesie di Allen Ginsberg e scritti di Pasolini, poster, foto, autografi, copertine dei dischi dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who… e dei Rokes. Harari aveva infatti una vera passione per il frontman dei Rokes, Shel Shapiro, e ama raccontare che all’età di 12 anni, durante una vacanza al mare a Jesolo, andò a intervistarlo con quella presunzione e ingenuità che solo un adolescente può avere, dando così il via alla professione di fotogiornalista; pertanto si è voluto rendere omaggio a Shel Shapiro, figura importante di musicista e produttore discografico, invitandolo alla presentazione della mostra come ospite d’onore.

Patti Smith


Nella sezione successiva, intitolata Fronte del palco, il visitatore si trova immerso in un’installazione che permette di ripercorrere i primi passi, e i primi scatti, di Harari diciassettenne durante i concerti rock. Il volume è al massimo, il pubblico scalpita e il giovane fotografo si insinua “nelle retrovie” e si fa apprezzare dai committenti. Finché dopo qualche anno arriverà a ritrarre i musicisti anche dietro le quinte: tra le immagini memorabili della mostra ci sono quelle della Pfm nel celebre tour con De André nel 1978-79. Grazie al rapporto di complicità che si era instaurato con Faber, oggi possiamo ammirare con un certo stupore l’immagine del ‘79 in cui De André dorme per terra di fianco a un calorifero, nel backstage del palasport di Bologna. Sempre in tema “dietro le quinte”, degna di nota è la foto di Peter Gabriel, col volto truccatissimo, prima dell’esibizione al Festival di Sanremo del 1983 con “Shock The Monkey”.

David Bowie


Poiché i palchi negli anni Settanta erano piuttosto bui - racconta Harari - l’attenzione del fotografo si concentrava sui musicisti, sulla loro fisicità, più che sulla scena complessiva. In effetti, progressivamente il focus si è spostato sempre di più sui ritratti, sui volti, capaci a suo parere di cogliere la vera natura dell’artista nel momento in cui “molla la presa” e svela sé stesso. C’è un’intera sezione dedicata proprio ai ritratti, realizzati spesso in poco tempo e con poco spazio, negli hotel e nelle location dei concerti, addirittura per strada, per mezzo di una sorta di “studio portatile”: alcune immagini sono straordinarie per il modo in cui sanno far parlare gli occhi delle persone, come nelle foto di David Crosby e di Bob Dylan; altre fanno emergere i volti dal buio più nero, come per Nick Cave e Bob Marley; altre infine rivelano un’energia esplosiva, come nel coloratissimo ritratto di Iggy Pop, o un calore straordinario, come nell’abbraccio di Lou Reed e Laurie Anderson. Quest’ultima, peraltro, ha affettuosamente definito Guido Harari un kamikaze per la sua straordinaria capacità di improvvisazione.

Laurie Anderson - Lou Reed


Una particolare attenzione è rivolta ai musicisti italiani: Vasco Rossi, Gianna Nannini, Franco Battiato, Eugenio Finardi, il già citato Fabrizio De André, Pino Daniele, Ivano Fossati. Con molti di loro si è creato un rapporto di fiducia e amicizia che si è mantenuto nel tempo: è quello che Harari chiama “il buon tempo della fotografia”. Un esempio lampante di quest’attitudine è la collaborazione tra Harari e i CCCP-CSI: in mostra c’è la foto di gruppo, risalente al 1994, del Consorzio Produttori Indipendenti, in cui i musicisti hanno sguardi mutevoli, c’è chi ride, chi è imbronciato e chi fissa serio o curioso l’obiettivo; potremmo intuire l’indole e l’umore di ciascuno di loro. Più di 30 anni dopo la produzione bretone di “Ko de mondo”, Harari è letteralmente di nuovo In viaggio con i CSI, ormai uomini e donne maturi, per il tour che prenderà avvio a Marzabotto tra qualche mese.
Ricordiamo altre due collaborazioni prestigiose di lungo periodo: quella con i Simple Minds della seconda metà degli anni Ottanta, da “Once Upon A Time” a “Street Fighting Years” al leggendario live “In The City Of Light”; e quella con Kate Bush, che ha richiesto la presenza di Harari dal 1982 al 1993 per ben tre album consecutivi: “Hounds Of Love”, “The Sensual World” e “The Red Shoes”, oltre a un ampio reportage sul set del film “The Line, The Cross & The Curve”.

Vasco Rossi


È nella sala dei Cinquecento della Basilica palladiana, dal soffitto carenato alto 24 metri, che si dispiega la parte più scenografica dell’esposizione: dopo un percorso sostanzialmente chiuso, è come se si aprissero le quinte di un teatro. E si rimane a bocca aperta davanti a 24 pannelli sospesi, ciascuno dei quali porta un ritratto di grandi dimensioni. Il colpo d’occhio non lascia indifferenti. Il visitatore può poi percorrere questo spazio esploso a suo piacimento e “incontrare”, a partire da un’immagine che non è mai stereotipata, tra gli altri, Frank Zappa, Kate Bush, Jeff Buckley, Tina Turner, Leonard Cohen, David Bowie, Lou Reed, Dario Fo, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Può guardarli negli occhi e girare intorno a loro.

Potremmo fermarci qui, nell’universo dei tanti musicisti che Harari ci ha fatto incontrare; bisogna tuttavia precisare che il suo obiettivo a partire dagli anni Duemila ha esteso il raggio di azione, soffermandosi sempre più su attori, registi, filosofi, artisti, stilisti, scienziati e attivisti, italiani e non. Tutte persone eccezionali del nostro tempo che hanno raccontato storie e sollevato domande: a voi l’occasione per scoprirli.
In fondo, anche loro sono tutte rockstar: le loro fotografie, anch’esse presenti nel salone dei Cinquecento accanto a quelle dei musicisti, sono tutte, direbbe Guido Harari, da guardare… ad alto volume.
Per la presentazione alla stampa abbiamo avuto una guida d’eccezione: Guido Harari in persona! Va segnalato che per tutti i visitatori è disponibile in mostra l’audioguida con la sua voce: una scelta decisamente non scontata e appropriata, considerando lo sguardo prettamente d’autore della mostra.

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