Dopo lo scioglimento dei Beatles, Paul McCartney si trovò a dover dimostrare anzitutto a se stesso di poter ricominciare. “McCartney”, il disco casalingo del 1970, aveva il fascino fragile e disadorno di un artista che si rimetteva in piedi lontano dalla macchina perfetta che aveva contribuito a costruire; “Ram”, inciso con Linda l’anno successivo, era invece più ambizioso, eccentrico e ricco di spunti e intuizioni, a volte anche geniali. Entrambi, però, furono all’epoca accolti con molta diffidenza da una critica ancora abituata a misurare ogni sua mossa sul parametro dei Beatles.
I Wings nacquero dalla necessità di ricostruire un nuovo progetto vero e proprio. McCartney non voleva essere trattato come un ex-Beatle in tournée con un gruppo di accompagnamento: voleva una band vera, imperfetta e mutevole, nella quale condividere il palco con Linda e sperimentare un nuovo equilibrio. Dopo gli esordi incerti di “Wild Life” e “Red Rose Speedway”, il gruppo trovò una forma più convincente con l’ottimo Lp “Band On The Run”, poi consolidata da “Venus And Mars”, “Wings At The Speed Of Sound” e “London Town”. Nel corso degli anni Settanta, i Wings divennero una macchina da singoli, tour e album di successo: per McCartney, il modo più naturale di sottrarsi all’ombra ingombrante dei Beatles senza rinunciare alla dimensione popolare.
L’Lp “Back To The Egg”, pubblicato nel giugno 1979, doveva aprire una fase ulteriore. Invece ne avrebbe rappresentato il capolinea. Dopo “London Town”, avevano lasciato la formazione il chitarrista Jimmy McCulloch e il batterista Joe English; McCartney chiamò Laurence Juber e Steve Holley e scelse Chris Thomas come produttore. Thomas aveva lavorato ai tempi del “White Album” ed era allora reduce dall’esperienza con i Sex Pistols: il suo coinvolgimento segnalava l’intenzione di irruvidire la formula dei Wings, abbandonando le morbidezze soft rock del disco precedente per cercare un suono più compatto, elettrico e aggiornato.
Le session si svolsero prima nella fattoria scozzese di McCartney, poi al castello di Lympne, nel Kent. L’album fu inciso in buona parte dal vivo in studio, con successive sovraincisioni ad Abbey Road. “Love Awake” ricevette un arrangiamento di ottoni di Martyn Ford eseguito dalla Black Dyke Mills Band; fiati vennero aggiunti anche a “Arrow Through Me” e “So Glad To See You Here”. Per quest’ultima e per “Rockestra Theme”, McCartney riunì una vera formazione all-star, la Rockestra, con David Gilmour, Pete Townshend, Hank Marvin, John Paul Jones e John Bonham fra gli altri. In “Arrow Through Me”, uno dei momenti più riusciti del disco, il Fender Rhodes di McCartney conquistò persino Paul Simon, presente in studio durante la registrazione.
L’operazione non convinse però né il pubblico né il suo stesso autore. Il pimpante singolo “Goodnight Tonight”, pubblicato prima dell’album con “Daytime Nightime Suffering” sul retro, riuscì a entrare nelle top ten internazionali, grazie al suo groove funk-disco. Ma l’album non ne seguì le orme: “Back To The Egg” raggiunse il numero 6 nel Regno Unito e il numero 8 negli Stati Uniti, restando in classifica americana appena quindici settimane. Numeri che per molti artisti sarebbero stati più che lusinghieri, ma che apparivano modesti accanto alla serie di risultati ottenuti dai Wings nel decennio.
La critica fu ancora più severa. Molti recensori lessero “Back To The Egg” come un tentativo macchinoso di inseguire il clima della new wave senza assimilarne davvero lo spirito. Timothy White, su Rolling Stone, lo liquidò come “più o meno il più desolante assortimento di robaccia della memoria recente”.
Lo stesso Paul McCartney non fece molto per difenderlo. Anzi… In una conversazione con Reverb, ricordò: “La cosa interessante è che, guardando indietro ad alcuni lavori, a certa roba, è meglio di quanto pensi che fosse, ma siccome ricevette critiche così dure… da parte mia. I critici ci trattarono duramente, ma io fui particolarmente duro con noi. Ricordo di aver guardato un libro: c’era un album che avevamo fatto, credo fosse ‘Back To The Egg’, che non era andato bene, e ricordo di aver pensato: ‘Dio, un disastro completo’”.
Col passare del tempo, McCartney ha ridimensionato quella stroncatura preventiva. Raccontò di aver riscoperto il dato commerciale del disco insieme a David Bowie: “Anni dopo, ricordo di averlo guardato con Bowie in un vecchio libro, uno di quei volumi di classifiche che riportano chi ha fatto cosa, e risultava numero 8 in America. E ho pensato: ‘La maggior parte della gente darebbe il braccio destro per arrivare al numero 8’. Ma era ottavo e io non ero soddisfatto, perché i Beatles erano stati al numero 1. Va bene così, ti mantiene in movimento. Ma sì, molta di quella roba è sottovalutata proprio per questo”.
“Back To The Egg” non fu dunque il disastro assoluto che McCartney aveva immaginato, ma certificò l’esaurimento della parabola dei Wings. La band non avrebbe più inciso un altro album in studio e McCartney tornò rapidamente a rimettersi in gioco da solo. Già “McCartney II”, uscito nel 1980, mostrò un’altra faccia del suo pop, più domestica e sperimentale, sospesa tra elettronica, synth-pop e intuizioni lo-fi. Poi, con “Tug Of War” nel 1982, ritrovò un consenso critico e commerciale molto più ampio, grazie anche alla collaborazione con George Martin e a brani come “Here Today”, il suo commosso saluto a John Lennon. Dopo il passo falso percepito di “Back To The Egg”, McCartney dimostrò così che la fine dei Wings non coincideva affatto con la fine della sua capacità di reinventarsi.