E’ fin troppo noto che “non si giudica un libro dalla copertina” e lo stesso dovrebbe valere pure per gli album musicali, anche se bisogna ammettere che il primo approccio visivo alla cover di “Ad Astra” (stesso titolo del film di fantascienza a firma James Gray) con i membri degli Ash in tuta spaziale, un razzo a forma di chitarra elettrica sullo sfondo, il tutto incorniciato una grafica fluorescente e pseudo retro, qualche perplessità potrebbe sollevarla; poi quando parte la grandeur kubrickiana dell’iniziale “Zarathustra” il timore di un terribilmente pomposo concept sci-fi che non dovrebbe essere troppo nelle corde della band inizia a farsi palpabile. Fortunatamente i vari indizi non fanno una prova e ritroviamo gli Ash a macinare brit-power-pop come ci hanno abituato, tra alti e bassi, dal 1996.
Ovviamente non è semplice per la band conservare lo smalto degli esordi come non è lecito dagli ascoltatori attendersi delle nuove “Girl From Mars” o “Goldfinger” (una delle “arie” più memorabili dell’era britpop) e in effetti qualche piccola crepa inizia a manifestarsi nel songwring: gli intrecci chitarristici di scuola Johnny Marr nobilitano in parte una “Which One Do You Want?” il cui refrain fa rimpiangere fin troppo amaramente band forse non di primissimo piano come i Gene, mentre le dosi di thrash iniettate dalla chitarra suonata da Graham Coxon in persona cercano a tutti i costi di alzare la tensione una “Fun People figlia di un (Iggy) Pop abbastanza innocuo per quanto divertente; ma forse ancor più discutibile risulta la versione stile corporate punk di “Jump In The Line” (Harry Belafonte) che pur adatta ad infiammare qualche dj set senza troppe pretese sconfina pericolosamente in zona guilty pleasure.
Per fortuna non è andato perso il talento melodico di Tim Wheeler e soci, ancora capaci di diffondere dolci armonie stile Teenage Fanclub (“Give Me Back My World”), quanto una raffinata delicatezza che i Gallagher versione solista difficilmente raggiungeranno in una “My Favourite Ghost” degna peraltro di figurare in una raccolta dei migliori brani dei Travis, e nel frattempo riuscendo a non perdere del tutto lo spirito pop-punk degli esordi che qua e là ritorna prepotentemente (“Hallion”).
Se il pregio del trio nordirlandese rimane ancora la capacità di confezionare brani pop catchy, in certi casi si cerca di andare oltre attraverso costruzioni più articolate grazie al perfetto interplay tra una robusta sezione rimica e una chitarra tintinnante debitrice di The Edge in “Deadly Love” o giocando sulle dinamiche quiet-loud della a tratti travolgente “Dehumanised”, pezzi questi meno solari e radiofonici nonché dalla struttura più complessa, che danno un quadro più ampio allo spettro sonoro del nuovo corso della band.
Al netto di qualche (presunta?) caduta di tono “Ad Astra” testimonia la discreta forma per Tim Wheeler e soci, anche se questa nuova giovinezza britpop difficilmente sarà altrettanto fulgida quanto quella di formazioni più quotate (su tutte i Suede).
08/03/2026