Di Sheryl Crow si erano ormai perse le tracce. Anche perché la cantautrice del Missouri aveva dichiarato nel 2018, a margine dell’uscita di “Threads”, di non voler più pubblicare album. Un ritorno dunque inaspettato per una delle musiciste più entusiasmanti degli anni 90, non solo per hit memorabili come “Run Baby Run” o “If It Makes You Happy”, ma per dischi altrettanto significativi nell’ambito di quel filone revival dallo spiccato richiamo seventies dell’epoca come “Tuesday Night Music Club” e “Sheryl Crow”, rispettivamente pubblicati nel 1993 e nel 1996, con cui la Crow entusiasmò il mondo, rapendo anche i suoi miti. A cominciare da Michael Jackson, che la volle accanto a sé come corista per il “Bad Tour”, fino a Bob Dylan che esclamò parole di stima per lei dopo averle chiesto di fargli da spalla nella tournée del 1994: “Sono trenta anni che canto in giro, abbastanza da potermi rendere conto del talento altrui. Tu possiedi veramente qualcosa”.
Prodotto da Mike Elizondo (Dr. Dre, Maroon 5, Keith Urban, Gary Clark Jr), “Evolution” è stato anticipato dal singolo “Alarm Clock”, scritto in collaborazione con Elizondo ed Emily Weisband, che racconta un bellissimo sogno spezzato dal risveglio mattutino. Una canzoncina pop-rock, eseguita dalla Crow lo scorso 2 novembre al Tonight Show Starring Jimmy Fallon, che evoca, a partire dalla chitarra, in tutto e per tutto il Lenny Kravitz ultra-piacione di “Lenny”. Dunque, una partenza in chiave rock che ammicca alle classifiche, ma che scuote ben poco la pelle. Le cose per fortuna cambiano con la successiva “Do It Again”, ballata da night music club, a evocare gli esordi country dell’ex-diva del pop-rock a stelle e strisce, al netto di una vaga somiglianza con “Stuck In The Middle With You” degli Stealers Wheel, per chi l’abbia dimenticata è la canzone che accompagna il balletto sadico di Michael Madsen nel film cult di Tarantino “Le Iene”.
“Evolution” è un album che sembra uscito proprio dai Novanta, quantomeno dai cassetti della Crow che prova a mettercela tutta, specie nei cosiddetti lenti (dicitura ormai obsoleta, ma tant’è). A volte non ci riesce, ad esempio nel caso della scontatissima title track, mentre altre volte raggiunge l’obiettivo, in particolare quando abbraccia da sola la chitarra, come nella dolcissima “Where?”, con il violino mesto ad assecondarne il passo cadenzato e la melodia che cresce bene nel ritornello. Così come tutto funziona quando è il piano a sorreggere il canto, tipo in “Don’t Walk Away”, brano che pare scritto da Christine McVie, e anche questa è a suo modo una notizia.
Nonostante gli sforzi, tuttavia, è impossibile rimanere impassibili al cospetto di passaggi a dir poco a vuoto come la conclusiva “Waiting In The Wings”, sia per il testo annacquato o stucchevole (a voi la scelta), con passaggi che si commentano da soli (uno a caso: “Don’t let the world change your heart and soul”), sia per la parte strumentale che riporta a galla l’evanescenza degli ultimi dischi di Shania Twain, il che è tutto dire.
Sarà bello poter riascoltare Sheryl Crow dal vivo. Ma solo per riassaporare nuovamente il gusto autentico del suo passato. E non per assaggiare questi nove frutti di “Evolution”, disco da considerare come un incidente di percorso o un tentativo maldestro e, visti i frutti, evidentemente poco convinto di tornare in pista.
P.S. Sul web – incluso il nostro sito – è stata diffusa una cover (stantia) del brano “Digging In The Dirt” di Peter Gabriel e in collaborazione con quest’ultimo che però non è stata inserita nel disco.
29/04/2024