BRIGHDE CHAIMBEUL - Carry Them With Us

2023 (Tak:til)
drone-music, folk

Era già evidente nell’esordio del 2019, “The Reeling”, che la giovane musicista scozzese usasse la tradizione come punto di partenza per interessanti sperimentazioni e confronti culturali e stilistici.
Brìghde Chaimbeul non solo ha offerto centralità a uno strumento quasi dimenticato, una piccola cornamusa a soffietto chiamata scottish smallpipes, ma ha alterato l’utilizzo dello stesso attraverso modalità tecniche originali, più affini all’inquieta natura della drone-music. Oggetto di tal rinnovo, non solo la musica scozzese ma anche quella bulgara, saccheggiata a piene mani e reinventata con una padronanza culturale più tipica di un’antropologa del suono, un processo creativo consolidato con il progetto condiviso con Ross Ainslie & Steven Byrnes, intitolato “LAS”.

 

Il nuovo album, “Carry Them With Us”, conferma l’attitudine avantgarde della musicista scozzese. Al pari di un vecchio pifferaio magico, Brìghde Chaimbeul crea due drone simultanei, sui quali adagia melodie, fondendo tradizione e modernità con sonorità che più che all’onirico mirano alla trance estatica.
A esaltare forme e ambientazione di alcune di queste nove nuove tracce è un elemento ancor più insolito, ovvero il sassofonista Colin Stetson (l’artista scozzese è altresì presente nell’ultimo disco del musicista americano, “When We Were That What Wept For The Sea“).

La presenza di Stetson sembra aver dato vita alle visioni più ardite della Chaimbeul. “Carry Them With Us” è un album che converte il ronzio della drone music in pura melodia, e il minimalismo armonico in imprevedibili immersioni armoniche. Alcune tracce preservano le loro attitudini etno-culturali, come nei casi della vivace giga di “Banish The Giant Of Doubt & Despair” e della solenne aria gaelica “Pìobaireachd Nan Eun”, ispirata al mondo degli uccelli. In altre Brìghde Chaimbeul rinnova i suoni di un mondo che più che antico sembra irreale. Una sensazione che diventa ancor più mistica e spettrale nella traccia finale, “Bonn Beinn Eadarra (The Haunting)”,  consacrata dal tono inquieto della voce dell’artista scozzese, che regge le fila di una ricerca antropologica e musicale che, nel tentativo di dare confini certi alla tradizione, mescola ulteriormente sacro e profano (“’S Mi Gabhail An Rathaid (I Take The Road)”).

Il respiro, quello naturale del sassofonista e quello artificiale creato dal mantice della scottish smallpipes, è infine l’elemento che rende la musica della musicista scozzese così pregnante e originale, una forma artistica condivisa con Stetson, che, da abile folletto agitatore della tradizione abilmente riesumata da Chaimbeul, diventa così complice di pagine ardite come “Tha Fonn Gun Bhi Trom (I Am Disposed Of Mirth)”, un autentico labirinto creato da un turbinio di melodie e contro-melodie, svolazzi di sax e drone-music.
Culmine di questa sinergia è l’indefinibile “Crònan (I)”, una lunga nota estesa che attinge a strategie avantgarde e sfumature dream-drone, tra harmonium che si travestono da organo a canne, sax che entrano in una dimensione ultraterrena e melodie tanto minimali quanto complete; una straordinaria intuizione artistica che trova sponda in ”Uguviu (II)”: una trance sonora che ha la magia della musica dei dervish e la potenza narrativa della tradizione goth-folk.

L’artista scozzese ha ottenuto non solo le attenzioni di Colin Stetson ma anche della nuova regina dell’art pop Caroline Polachek (suona infatti le scottish smallpipes nel brano “Blood And Butter”), un’ulteriore conferma dell’enorme fascino del potente mix di memorie e sperimentazione di Brìghde Chaimbeul, una musicista che proietta la cultura popolare in un immaginario più ampio e complesso, dove dissonanze e discordanze, luce e oscurità si materializzano in composizioni ambiziose e innovative.

01/07/2023

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