Non erano in pochi i critici che avevano manifestato interesse e buone speranze per l’esordio della band americana Slow Pulp, ma quel che si annunciava come un ordinario tassello dell’ampio panorama contemporaneo ha assunto una valenza singolare, in virtù delle vicende che ne hanno accompagnato la genesi e la definitiva messa in opera.
Durante la realizzazione alla cantante Emily Massey è stata diagnosticata la malattia di Lyme, poi è stata costretta a ritornare alla casa natia per prendersi cura dei genitori coinvolti in un grave incidente, tutto questo prima che la pandemia causata dal Covid 19 creasse altre difficoltà per la definitiva produzione del disco della band.
Quel che ha reso possibile il progetto è stata la tenacia e il forte legame tra i musicisti. “Moveys” non è solo un disco, ma è il manifesto di una lunga amicizia, quella che lega la cantante Emily agli altri elementi della band Henry Stoehr (chitarra), Alexander Leeds (basso) e Theodore Mathews (batteria).
Il dream-pop con venature shoegaze della band di Chicago è contemplativo ed energico, avvolgente e surreale, quanto basta per giustificare l’interesse di (Sandy) Alex G, che ha offerto alla band l’opening act di un suo recente tour.
I continui stop e ripensamenti hanno modificato non poco le intenzioni originali della band, una scelta che ha reso complesso poter calibrare al meglio le diverse anime che si agitano nelle dieci tracce.
Ad aprire le danze ci pensa il pregevole fingerpicking di “New Horses”, che ben presto intercetta tastiere e voci sfuggite al regno dei sogni. Una magia che si rinnova nei deliziosi riff al rallentatore di “Idaho”, una delle esternazioni dream-pop più riuscite della band.
Purtroppo, la prevedibilità attenua gli entusiasmi: l’esordio della band americana scivola in una deliziosa routine che alterna delicatezze e graffi indie-rock che restano in sospeso tra sogno e realtà.
Lo shoegaze in salsa pop di “Channel 2” e il pregevole dream-folk di “Montana” puntellano lo stato emotivo del disco con buone intuizioni armoniche, mentre l’insolito break strumentale per solo piano (suonato dal padre di Emily Massey, Michael) e l’ibrido funky/hip-hop di “Movey” mettono a soqquadro la linearità stilistica del progetto, senza però smuovere le acque di un disco che resta gradevole ma poco incisivo.
Sono molte le tracce che restano preda dei cliché (“Trade It”, “Falling Apart”, “Track”), anche l’iniezione di energia e caos di “At It Again” non va oltre la mediocrità, ma la band è in possesso di tutte le qualità necessarie per mettere a fuoco con più personalità e autorevolezza il proprio stile.
Un discreto esordio.
24/10/2020