Hanno imparato ad alzare la voce, i Trembling Bells, ma lo hanno fatto secondo le proprie regole, ovvero senza rinunciare né alla verbosità lirica frutto della passione di Alex Neilson per Bob Dylan, né alle bizzarrie freak-folk che hanno sempre tenuto lontano il grande pubblico. Non andate in cerca di paesaggi incantati, di sonorità concilianti e bucoliche, sono sesso e morte i veri protagonisti di queste dieci stravaganti ballate. E’ alfine un viaggio in territori oscuri e selvaggi, quello che la band compie a suon di innovative creazioni folk-doom, il cui fascino attirerà più i fan di Chelsea Wolfe o Richard Dawson che i seguaci di Laura Marling o Julie Byrne.
Trasfigurazione e scarnificazione: questo è il linguaggio con il quale i Trembling Bells approcciano le molteplici sfumature di “Dungeness”, tra reminescenze progressive (“Rebecca, Dressed As A Waterfall”), sanguinanti fluidi gothic (“Devil In Dungeness”), slanci heavy-metal (“The Prophet”), folk apocalittici dai tratti psichedelici (“Knockin’ On The Coffin”) e licenziose ballate popolari su sesso e religione orchestrate alla maniera dei Fairport Convention (“I’m Coming”). La voce, quasi da mezzo soprano, di Lavinia Blackwall continua a sorprendere per potenza e versatilità, sottolineando prima con selvaggio ardore le taglienti commistioni di acid-folk e ritmi ossessivi di “Death Knocked At My Door”, poi con poetica profondità le più tipiche trame folk-rock di “Christ’s Entry Into Govan”.
Lo scarso riscontro di pubblico non ha intaccato la qualità della produzione della band scozzese, il folk dissoluto e a tratti criptico dei Trembling Bells è costantemente baciato dall’ispirazione. Non è un caso che la band abbia collaborato con personaggi dall’ascetico profilo artistico (Will Oldham, Mike Heron e Shirley Collins). Questo però è solo uno degli aspetti che dovrebbe stimolare la vostra attenzione: l’altro, il più importante, risiede nella viscerale bellezza dell’album liricamente più oscuro e musicalmente più giocoso della band scozzese.
20/04/2018