Ho sempre avuto un debole per gli outsider, artisti spesso rimasti nell’ombra o considerati solo per dei brevi momenti di gloria, a volte precursori di musicisti destinati alla notorietà. A riemergere dalle fila della memoria tocca ora ai Mock Turtles, grazie alla pubblicazione di una ricca expanded edition del loro album d’esordio “Turtle Soup”.
La band di Martin Coogan è passata alla storia per un effimero successo, conquistato con il singolo “Can You Dig It?“, che a distanza di dieci anni dalla prima comparsa nei Top 20 riconquistò la classifica inglese nel 2002 grazie a uno spot pubblicitario di una nota compagnia telefonica. Ciononostante, il profilo artistico del musicista di Middleton è ben più ricco e interessante di quello di altre meteore del pop.
Già dalle prime esperienze sotto il nome di Judge Happiness è percepibile una forte personalità sia nella scrittura che negli arrangiamenti, e dunque non rende merito alla band l’archiviazione frettolosa di molti critici, che hanno relegato il ruolo dei Mock Turtles a figura minore della scena baggy – uno stile musicale sviluppatosi tra Manchester e dintorni (tra i quali rientra anche Middleton) che, ai toni vibranti della guitar music, associava venature psichedeliche e ritmi acid-house.
“Turtle Soup” ha senz’altro sofferto il confronto con le sfavillanti creazioni dei pionieri della fenomenologia baggy, nonostante contenesse piccole perle di saggezza lirica come “And Then She Smiles”, che sposava gli Smiths con i Charlatans, o l’incendiaria “Wicker Man” che esibiva grintose trame jangle-pop infettate di romanticherie glam.
Per molti il ritornello ispirato e trascinante di “Can You Dig It?” resta la principale attrazione di questa ristampa, ma dietro le quinte ci sono canzoni che sottolineano uno degli aspetti meno noti del gruppo inglese, ovvero l’abilità nel rielaborare classici del rock con una serie di brani destinati a interessanti album-tributo che l’etichetta Imaginary pubblicò a cavallo tra gli anni 80 e 90.
Ed è proprio in queste poco note cover version che è possibile rintracciare quegli elementi necessari per rivalutare in un’ottica più complessa la musica dei Mock Turtles.
La rispettosa versione di “No Good Trying” di Syd Barrett, i due omaggi ai Kinks di Ray Davies (“Shangri-La” e “Big Sky”), la piacevole rilettura di “Big Eyed Beans From Venus” di Captain Beefheart, il pericoloso confronto con il genio di Jimi Hendrix e della sua “Are You Experienced?“, o le più confortevoli note di “Pale Blue Eyes” dei Velvet Underground e di “Time Between/Why” dei Byrds, offrono alla band l’opportunità di mettere in mostra un ricco background.
Meno agevoli da individuare sono invece quelle attitudini glam-rock che, filtrate da una sensibilità alla Be Bop Deluxe, richiamano la teatralità di David Bowie (“Watching The Waning Moon”, “Magic Boomerang”), anticipando le future geniali intuizioni del britpop barocco dei Suede, al punto che l’effervescente “Turn On” (finora inedita) e la deliziosa “Lay Me Down” sembrano uscire dai capitoli migliori della band di Anderson e Butler.
Al di là delle cospicue e interessanti bonus track incluse nella ristampa della Cherry Red, quello che va comunque rivalutato è il fascino ipnotico e vellutato di “Turtle Soup”, un album che oltre alle pregevoli tracce già citate offre canzoni sbarazzine (“Another Jesus Walks On Water”), energiche (“Mary’s Garden”) e malinconicamente commoventi (“The Willow Song”), ulteriori tasselli di una delle opere più compatte e interessanti del sottobosco pop inglese.
06/11/2017