Trent Reznor ritorna e rilancia, sempre in compagnia del fido collaboratore Atticus Ross. Il secondo Ep nel giro di sei mesi è il tassello centrale di una trilogia annunciata, iniziata lo scorso dicembre con “Not The Actual Events”.
Nonostante le comprensibili aspettative di continuità stilistica, apparentemente confermate dal titolo di questo nuovo lavoro, “Add Violence” non lascerà sull’ascoltatore i lividi del suo brutale predecessore, un lavoro incattivito come non accadeva alla band dai primi anni 90.
La lancetta si sposta stavolta su altri lidi, come già chiaro dalla traccia di apertura “Less Than”: i sequencer che reggono la sua melodia accattivante strizzano sì l’occhio alle sonorità eighties già assaggiate con “Pretty Hate Machine”, con qualche campionatura prelevata di peso da “The Fragile” che i più attenti noteranno, ma la struttura compositiva stavolta è più vicina al divertente (venga inteso come complimento) “With Teeth”. Un singolo veloce e catchy come non capitava da un po’, variegato quanto basta da non smorzare il suo incedere ossessivo e ad alta velocità.
Per il resto, il platter inchioda bruscamente e il ritmo si assesta subito sulle atmosfere sensuali di “The Lovers” e “This Isn’t The Place”. Qui l’autocitazione tende a farsi più invasiva, prima tra le atmosfere malaticcie di “The Downward Spiral”, poi nei placidi saliscendi pianistici di “The Fragile”. Se nel primo caso la suggestione creata viene in parte disinnescata da un po’ di mancanza di mordente, nel secondo godiamo di uno dei punti più alti del brevissimo Ep (neanche di 30 minuti, il minutaggio totale).
I ritmi restano lenti, ma l’incedere si fa pachidermico con il corpo contundente “Not Anymore”, breve divertissement industrial che a dispetto di una struttura tutto sommato prevedibile offre un buon trip da ascoltare a tutto volume, sebbene non indimenticabile.
Il meglio arriva nel finale di “The Background World”, sensuale trip-hop metallico affogato in beat ossessivi che stordiscono l’ascoltatore fino alla fine dei suoi lunghi 12 minuti.
Un lavoro complessivamente non ai livelli eccelsi e sicuramente non granitico come il primo atto di questa trilogia reznoriana ma che propone almeno tre ottimi brani su cinque, confermando soprattutto l’impressione che questi Nine Inch Nails abbiano trovato il giusto format per l’ispirazione odierna: niente più dischi strabordanti, seppur mediamente validi, ma una forzata concisione che non può che far sperare bene in vista del gran finale, annunciato per la fine di questo 2017.
05/08/2017
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