Il 2017 si apre con la promessa – o minaccia – dei King Gizzard & The Lizard Wizard di portare a compimento ben cinque nuovi album. Una sfida che la band inaugura con “Flying Microtonal Banana”. La chiave di lettura di questo primo progetto è racchiusa nel titolo: le canzoni sono tutte composte ed eseguite con strumenti microtonali, opportunamente modificati al fine di ottenere un suono vacuo e straniante.
Incalzante e coinvolgente nella sua solida struttura ritmica e chitarristica, il nuovo album dei King Gizzard & The Lizard Wizard è forse il progetto più speculativo e autoreferenziale mai composto dal gruppo australiano: un cazzeggio sonoro che nelle abili mani della band si trasforma in un disco solido e maturo.
Le atmosfere alla Hawkwind dell’introduttiva “Rattlesnake” sono le stesse del precedente album “Nonagon Infinity”, ma è tutto volutamente più semplice, quasi superficiale. Le altre tracce, seppur più melodiche e meno ossessive, risultano a tratti disturbanti.
La band di Stu Mackenzie continua a proporre una propria visione della musica psichedelica, preferendo il caos all’esaltazione epica. Spesso le citazioni sono irriverenti, burlesche: i riff alla Led Zeppelin di “Open Water” e il tocco arab-rock di “Melting” sono solo apparentemente gioviali; derive strumentali e vocali mettono in continuo subbuglio l’identità armonica dei due brani con effetti stravaganti eppur affascinanti.
Costantemente ipnotico e coinvolgente, “Flying Microtonal Banana” offre ai fan del gruppo piccole perle armoniche come “Sleep Drifter” e “Anoxia”, entrambe avvolte da gustose citazioni etniche e mediorientali; stretta tra le due succitate, “Billabong Valley” rimarca una delle poche pecche stilistiche dell’album, ovvero una minora incisività delle parti vocali, spesso non all’altezza delle intelligenti speculazioni sonore.
In verità la scelta del gruppo australiano di esplorare sempre nuove opportunità creative offre il fianco a una potenziale involuzione del loro rock psichedelico, ed è questa una delle ragioni per la quale il tono più freak di quest’ultimo parto non è sempre convincente. E infatti in “Doom City” la band ripropone stancamente le stesse atmosfere dell’introduttiva “Rattlesnake”, mentre “Nuclear Fusion” si fa notare solo per lo splendido suono dell’organo.
La sfida microtonale è comunque in parte vinta: i King Gizzard & The Lizard Wizard riescono ancora a sorprendere e disorientare con intelligenza senza mai prendersi troppo sul serio, cogliendo ancora una volta l’essenza del rock’n’roll.
20/03/2017
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