A un primo “Techno Lovers” (2009) e un “Radical Bending” (2012) che indicava una maturità ben acquisita, nella storia dei Wora Wora Washington si aggiunge ora “Mirror”. Pur non superando del tutto gli stereotipi dalla rave-music, il complesso in qualche modo abbandona il formato-band e si compatta in una sorta di unicum, un compositore (o un producer) a due teste – i soli Giorgio Trez e Marco De Rossi, senza più l’ex Matteo Scarpa – che riesce a trascendere gli strumenti e volgerli a fonti sonore tout-court.
L’overture strumentale “Rising Sun” approccia M83 e Boards Of Canada prima di diventare una macchina di groove techno abrasivi. “Alexander Gerst” è forse il loro capolavoro, una jam elettronica a temperatura lavica che finalmente erutta in un coro d’apocalissi e in un rap dannato, roba da far invidia al Nine Inch Nails più pestone.
Passando dall’Ebm per mitragliate e frustate di “Fear Is Over” alle botte sismiche in un’atmosfera wagneriana di “Sem” al delirio paranoide al ritmo sfiancante di pressa di “I.C.O.”, solo il balletto robotico di “We Sway” mostra un sottotesto ecclesiale di voci salmodianti e bruma diffusa.
Rimossi anche gli ultimi orpelli pop dei predecessori, il terzo album in nove anni del duo veneto – di nuovo Giulia Galvan ai testi – anzi aumenta, se possibile, un livello di volume già maniacale. Le soluzioni armoniche sono talvolta loop sempliciotti che si lasciano soffocare dall’isteria, in compenso l’apparato ritmico spacca come non mai. Trionfa, su tutto, un clima di tregenda satanica per cyber-punk dell’eurocrisi, sciupato da un lieto fine di sorta, “Venus” (uno dei rari casi in cui fa meglio la ghost track che la segue, essenziale quasi quanto “Alexander Gerst”).
19/01/2017