BIG SCARY - Animal

2016 (Pieater)
indie-rock

Con loro eravamo stati facili profeti, convinti di esserci imbattuti in una di quelle luminose promesse su cui si può puntare a occhi chiusi. E in effetti Tom Iansek e Jo Syme hanno iniziato a raccogliere i frutti di quanto seminato con pazienza in almeno un lustro di intensa attività creativa. Il loro “Not Art” ha vinto l’Australian Music Prize del 2014, spronando per forza di cose i Big Scary ad alzare la posta in gioco e non porre limiti alla propria (già ragguardevole) ambizione. Coadiuvati dall’esperto Tom Elmhirst e dal fidato Matt Voigt, con loro sin dai tempi dei primissimi Ep, i due hanno registrato il diretto successore tra la natia Melbourne e gli Electric Lady Studios a New York.
Ancora una volta la coppia è riuscita quasi in solitudine (con la sola assistenza di qualche violinista e un paio di sassofonisti) a gonfiare il petto come un vero ensemble, ma ha scelto di lasciare da parte l’art-pop sfizioso del modello per strizzare l’occhiolino a un indie-rock modernista e ormai storicizzato, quello dei vari NationalDirty ProjectorsGrizzly BearMenomena e Wolf Parade.

L’album è in realtà un concept che intende mettere in scena le quattro fasi della vita animale, per un ciclo giornaliero che si snodi dall’oscurità alla luce. E l’“Animal” del titolo ha l’indole del predatore perché è con la caccia che si apre questo viaggio, una parentesi dedicata ai nervi e all’istinto e che non può che suonare viscerale, tonante, ferina appunto. Le percussioni e le chitarre minacciose di “Oxygen” invitano a unirsi all’adunata venatoria nelle tenebre, rischiarate da occasionali lampi di lirismo e movimentate da un’irrequietezza assai stimolante, parente prossima – per restringere il campo alla stretta attualità – di quella pur strisciante e acuminata degli ultimi Veils. Nella successiva “Organism”, fiati carnali e synth dalla studiata isteria orchestrano la pulsante vitalità bestiale nel cuore della notte, ribadendo fino in fondo le qualità sensoriali non comuni della musica dei Big Scary, a tratti trionfante.

Le ritmiche nella quaterna con l’etichetta “hunting” restano feroci e martellanti, vespertine le chitarre, come nell’eponimo (e idealmente affine) capolavoro nascosto dei Varnaline di Anders Parker, senza precludersi passaggi più rarefatti o estatici. In “Double Darkness”, per dire, animazioni elettriche degne dei migliori dEUS insistono con il mood accigliato e circospetto di un gruppo perfettamente calato nella celebrazione dell’istinto, di un’aggressività disciplinata al massimo come per non dissipare alcuna energia, sempre secondo un superbo gioco di mimesi con la creatura raccontata soprattutto dal punto di vista emozionale.
Poi, con l’emergere del pianoforte nel ruolo guida, tutto in progressione si distende, si ammorbidisce, dalla quiete guardinga dell’appostamento (“lurking”) al riposo (“resting”) e il risveglio (“waking”). In “Lone Bird” albeggia, ma il duo non congeda la propria incarnazione più sincopata. Si resta sul chi vive, e il talento drammatico nelle corde della coppia è ancora esercitato a pieno regime nella frammentarietà dei suoi interventi, sempre così oculati e sempre così squillanti. Il cambio di registro comincia a intravvedersi con “The Endless Story”, un brano più cantato e in parte rilassato, quasi un’assorta cantilena che certifica il raggiungimento dell’obiettivo e, nel contempo, la condanna a una serie infinita di repliche nel grande disegno della vita. Che si sia conquistato il privilegio della leggerezza, grazie a dinamiche molto più fluide e scanzonate, lo si evince in particolare da episodi ciondolanti come “Flutism”, ancora nervosi ma a tratti persino inclini allo svolazzo.

“Breathe Underwater” rappresenta la vera svolta. Finalmente si insinuano cadenze narcotiche, bagliori soffusi, mentre i battiti morbidi di una drum machine apparecchiano uno scenario molto più tenue e atmosferico alla maniera di DaughterL’Altra, tiepidino ma mai algido, esile e all’occorrenza affilato. Una lievità che si trasforma in incanto quando è la volta di “The Opposite Of Us”, con una concretezza di fondo che impedisce ancora ai Big Scary di perdersi nelle brume della pura evanescenza e di sconfinare apertamente in territori dream-pop, nonostante legittime aspirazioni eteree (il misticismo tascabile e umanissimo di “Heaven On Earth” sugli scudi). Il congedo di “Lamina” tratteggia la pace degli appetiti saziati, l’accorta armonia di chi abbia assolto le proprie incombenze ma non si balocchi comunque, nella consapevolezza che la sua missione non potrà mai dirsi davvero compiuta, si tratti della sopravvivenza biologica o di una creatività da coltivare e alimentare sempre, senza sosta.

Seguendo passo passo il palinsesto di una certosina decostruzione romantica, i due australiani imbastiscono un esaltante programma di allenamento per le loro doti eclettiche. Ne esce un album fascinoso, interessante e non certo facile, la cui programmaticità di fondo può rivelarsi peraltro la classica arma a doppio taglio, finendo per scoraggiare (per via della tetraggine della prima parte, e di qualche frangente un po’ monocorde) i meno pazienti tra gli ascoltatori.
Un’altra freccia a bersaglio, intanto.

24/11/2016

Tracklist

  1. Oxygen
  2. Organism
  3. Double Darkness
  4. Savior Add Vice
  5. Lone Bird
  6. The Endless Story
  7. Flutism
  8. Up And Up And Up
  9. Breathe Underwater
  10. The Opposite Of Us
  11. Heaven On Earth
  12. Over Matter
  13. Lamina