They rather me pretend to be something that I’m not/ I’m the new Public Enemy, I’m different than Young Joc
Nel panorama stagnante e un po’ artificioso dell’hip-hop mainstream a stelle e strisce si sentiva proprio il bisogno di un esordio come quello di Saigon. Personaggio oltremodo interessante, controcorrente e già con una discreta “mitologia” street alle spalle, il rapper di Brooklyn corona il suo primo decennio di carriera con la pubblicazione di “The Greatest Story Never Told”. L’album che, come suggerisce il titolo e come dice ai quattro venti l’autore, le major (nella fattispecie l’Atlantic) hanno fatto di tutto per non farvi ascoltare. Dopo quasi quattro anni di battaglie legali e “morali” per salvaguardare i contenuti originali e dopo aver rigettato ogni compromesso con chi gli chiedeva, contratto alla mano, nuovi singoli e featuring studiati ad arte per un restyling più commerciale, pena l’inattività, Saigon può finalmente dire di aver reso un buon servizio a se stesso e ai propri ascoltatori. Il tempo è stato galantuomo sia in termini di visibilità – l’ostruzionismo ha alimentato la reputazione di Saigon anche in virtù delle sue esibizioni dal vivo e di uno stillicidio di mixtape e registrazioni non ufficiali – che di qualità e “The Greatest Story Never Told” ha tutto quello che serve per poter lasciare un segno in questo avaro 2011.
Stilisticamente l’opera si colloca in area East Coast, fra scenari post-gangsta, pop-hop plastico e patinato con forti accenti alla Jay Z e Kanye West (che compaiono entrambi rispettivamente nei panni di rapper e produttore, sotto l’egida del collaboratore comune Just Blaze) su cui s’innestano ripescaggi concettuali e musicali dal combat-soul/funk degli anni 70 (lo stesso nome d’arte è ispirato al libro di denuncia sulla guerra in Vietnam del giornalista nero Wallace Terry). La bravura di Saigon sta anche nel non farsi schiacciare da “pigmalioni” così ingombranti e nel dare vita a un concept a sfondo autobiografico che conserva tratti di grande spessore e autenticità nel raccontare, senza troppa indulgenza, la propria storia (non nuova, ma vera, credibile) di figlio del ghetto ed ex detenuto che trova nella musica e nelle rime la capacità di demistificare, prendendone le distanze, uno stile di vita materialista ed autodistruttivo. Riuscendo a coniugare con buoni risultati climax cinematico e incisività narrativa. Iperprodotto e riccamente arrangiato partendo da fondamenta pianistiche e corali di forte matrice soul, “The Greatest Story Never Told”, escluse un paio di cadute di tono (il rap-rock stereotipato di “Bring Me Down Pt.2”, le parti quasi urban di “Believe It”), regge per tutti i suoi ambiziosi 79 minuti sul piano delle canzoni.
I brani memorabili non sono pochi, sia sul versante più duro e anthemico, esplicato dal dittico “The Invitation” (con la partecipazione di Q-Tip) e “Come On Baby” – vocal di Steven Tyler, intarsio a loop di cori possenti e riff di chitarra hard-rock – nella trascinante blaxploitation dell’ottima “Preacher” e della title track, nel gospel operatico di “Clap” (con il sontuoso contributo vocale di Faith Evans), come pure su quello più intimista e melodico con le morbidezze oldschool di “Give It To Me”, il romanticismo di “What The Lovers Do”, il soul da camera di “Better Way”. La mano di Kanye West si avverte soprattutto in “It’s All Right” che modula in chiave glam-soul un campione vocale di Luther Vandross e nell’incedere solenne, inframmezzato da stralci di voci e dialoghi presi dal reportage radiofonico “Ghetto Life 101”, di “Oh Yeah (Our Babies)”.
Un’opera prima matura e di assoluto rilievo, il viatico ideale per un autore che ha già ampiamente dimostrato di possedere carisma, coerenza e originalità sufficienti per regalarci grandi soddisfazioni, all’interno di un contesto rap tradizionale ed estroverso, nel decennio che si va aprendo.
07/06/2011