Diodato

Diodato

Faccio rumore a modo mio

intervista di Claudio Fabretti
Trionfatore del 70° Festival di Sanremo con la sua “Fai rumore”, Antonio Diodato ha costruito nel tempo un percorso solido che mescola le sue passioni: cantautorato, melodie pop, elettronica alla Radiohead. Il tutto attraverso una vera gavetta e un approccio sempre umile e rispettoso, ma senza nascondere una personalità forte, che emerge anche dalle canzoni dell'ultimo album, “Che vita meravigliosa”, uscito lo scorso febbraio. Recuperiamo qui la doppia intervista che ci ha concesso. In mezzo, proprio il successo sanremese.

Dai concerti davanti a 8 persone – che hai recentemente evocato – fino al trionfo sul palco dell’Ariston: che effetto ti fa il grande salto?
Quando sei su quel palco non capisci più niente, sei nel frullatore, non riesci a renderti nemmeno conto di quello che stai facendo. Poi, finito lo show, ho ritrovato un po' di tranquillità, la gioia di condividere il risultato con chi ha lavorato con me in questi mesi. La bellezza di questo successo sta anche nella soddisfazione di vedere coronato un grande lavoro collettivo portato avanti per tanti mesi. Ma non mi sento cambiato, continuo a fare il lavoro di sempre.

Quando hai pensato di farcela?
Quando ho visto la classifica provvisoria prima della serata finale, dove ero in testa, mi sono detto: ora posso fare solo peggio. E ho sentito addosso tutta la tensione.

Diodato - Sanremo 2020Che cosa volevi dire con “Fai rumore”?
È un atto di ribellione, ma sempre senza gridare, a modo mio… Fotografa l’amore nel senso più ampio possibile e allo stesso tempo un invito ad abbattere tutti i muri dell’incomunicabilità, che uccidono le relazioni tra le persone.
È vero che è dedicata alla tua ex-compagna Claudia Lagona, alias Levante?
Tutta la mia musica è anche autobiografica, ma non ho mai voluto mettere in piazza la mia vita privata. Non c'è questo riferimento specifico, in “Fai rumore”, anche se – ripeto – alcune situazioni le ho vissute realmente. Mi fa piacere comunque che ci fosse anche Levante al Festival, ci siamo sentiti, era felice per me.

Per una volta la tua vittoria ha messo tutti d'accordo, senza polemiche. Cos'è che non torna?
Strano eh! Ma questo di Amadeus è stato un Festival dai toni pacati. Gli ascolti hanno aiutato a creare un clima più disteso. E forse alla fine si è capito che se abbassiamo i toni, è meglio per tutti.

Non tutti però si sono allineati... Da collega, cosa hai provato di fronte alla pantomima allestita da Morgan contro Bugo?
Mi ha fatto molto male. Mi piaceva la loro canzone, mi ero divertito con loro nei giorni del Festival. Non so davvero cosa sia successo. Ma si percepisce che c'è della sofferenza da parte di entrambi.

In ogni caso, per Amadeus è stato un trionfo. Qual è stato per te il suo principale merito?
Ci ha trattato come 24 figli. Ha dimostrato una grande sensibilità e umanità. E credo che gli italiani che lo hanno visto all’opera nei giorni del Festival abbiano capito come alcune polemiche contro di lui, sollevate alla vigilia, fossero eccessive. Le sue scelte, in fondo, sono state coraggiose e oneste. Penso di poter dire che abbia selezionato solo le canzoni di cui si è innamorato – belle o brutte che siano – senza secondi fini o interessi di altro genere.

Diodato - Nina Zilli - Sanremo 2020A Sanremo sei ormai un habitué: cosa ti piace e cosa non sopporti di quella kermesse?
Sì, ci sono stato tre volte. A quel palco sono legati momenti importanti della mia vita. Mi piace l’idea di portare il mio messaggio e amplificarlo, facendolo arrivare a tante persone. Non amo, invece, le gare, non sono uno che va a competere, mi interessa solo far arrivare la mia musica alle persone. Poi c'è lo stress: in quella settimana sei dentro una lavatrice, ti prendono e ti portano in giro, fai interviste, la sera devi cantare... Però quando capisci il meccanismo, alla fine ti diverti.
Soddisfatto anche della cover di “24mila baci”?
È venuta molto bene, grazie anche alla solarità di Nina Zilli: lei ha questa carica soul innata e vibrante, che riesce sempre a trasferire nelle sue interpretazioni. È stato l’omaggio sentito da parte nostra a un gigante come Adriano Celentano e a una canzone molto amata anche all’estero, non a caso figura in tanti film.
Anche in “Ti ricordi di Dolly Bell?” di Emir Kusturica
Già, anche in quel grande film.

Mi è piaciuta la tua scelta di dedicare la vittoria alla gente di Taranto che lotta. Per cosa deve continuare a lottare?
Per non far calpestare i propri diritti. Lì c'è tanto bisogno di fare rumore, di farsi sentire. La vittoria è per tutti coloro che lottano ogni giorno in una situazione insostenibile. Bisogna mettere davanti a tutto gli esseri umani. Ma è un discorso che riguarda tutto il paese.

A questo proposito, da pugliese e direttore artistico del 1° maggio di Taranto, come vivi la vicenda Ilva?
Sono avvelenato, anche se da tempo vivo a Milano, ogni giorno penso alla condizione atroce della mia città. Mi fanno stare male tutte le promesse non mantenute dalla politica. In questi anni mi è venuta voglia di spegnere la televisione, a forza di sentire tante persone anteporre le logiche del denaro e dell'acciaio a quelle della vita delle persone. Questa assurdità di mettere davanti a una scelta tra salute e lavoro non è degna di un paese civile.

Restando in tema, non ti sarà sfuggito il bel brano sull'Ilva di Gabriella Martinelli e Lula tra le Nuove Proposte (“Il gigante d’acciaio”). Peccato siano state eliminate...
Sì, peccato per l’eliminazione, succedono spesso queste ingiustizie nelle gare musicali dove si decide tutto in fretta… era davvero un bel pezzo. L'importante è stato però aver potuto portare quel tema sul palco di Sanremo.

Ma quindi a Sanremo si può fare politica? Perché quando Baglioni aprì bocca sui migranti, si scatenò il putiferio…
Certo che si può fare, anche senza urlare o essere volgari. Ci si può riuscire anche solo parlando di amore in una canzone, ad esempio inserendola in un contesto sociale. Anche se magari l’Ariston non è esattamente il luogo adatto per fare la rivoluzione, il Festival per gli italiani è soprattutto una occasione di svago e di evasione. Però i messaggi importanti possono arrivare anche lì.

Il tuo nuovo album, “Che vita meravigliosa”, è uscito lo scorso 14 febbraio. Titolo solo velatamente ottimista?
Sì, è solo un modo per dire che la vita è la protagonista del disco. La racconto tramite il mio vissuto e il mio sguardo sulla società, su ciò che mi circonda. Sono storie autobiografiche e intimiste, man mano che vado avanti riesco a mettermi sempre più a fuoco e la musica mi aiuta a fare queste sedute di autoanalisi. Ma ci sono anche riflessioni personali su vicende che mi trovo a osservare, per capire un po' cosa siamo tutti noi tra queste montagne russe in cui siamo costretti a vivere. Tra i brani molto personali citerei proprio “Fai rumore” e “Fino a farci scomparire”, ma poi ci sono degli sguardi un po' più ampi, come “La lascio a voi questa domenica”, “Alveari”...

Porterai l'album in tour?
Sì, per ora posso annunciare solo due date speciali, a Milano all'Alcatraz il 22 aprile, e a Roma il 29 aprile all'Atlantico. Amo la dimensione live, è una parte importante della mia attività.

La title track dell'album è nella colonna sonora di “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek. Sei soddisfatto di questo sodalizio?
Quella canzone è stata la mia vera Dea fortuna, perché mi ha permesso di realizzare un sogno. Ozpetek lo conoscevo da fan. Amo suoi film come “Le fate ignoranti”, “Saturno contro”, ma anche - da pugliese – “Mine vaganti”, una storia che racconta molto della mia terra. Lui sa raccontare la vita, toccando argomenti anche molto pesanti, ma con una eleganza e una leggerezza che appartengono ai grandi poeti. Un po’ come i grandi cantautori italiani degli anni Sessanta e Settanta.

A proposito di grandi cantautori, sei uno dei pochi a non aver “violentato” le canzoni di De André, grazie alla tua ottima cover di “Amore che vieni amore che vai”, che ha vinto anche il premio intitolato al cantautore genovese...
Beh, grazie dell’apprezzamento... Sapevo di rischiare tantissimo cimentandomi in quella reinterpretazione, ma alla fine sono stato ripagato vincendo anche il Premio De André. Ma la cosa che più mi ha emozionato sono state le parole di Dori Ghezzi, che proprio durante una mia partecipazione a Sanremo mi chiamò al telefono per dirmi che Fabrizio avrebbe apprezzato molto la mia versione. Mi vengono ancora i brividi a ripensarci…

DiodatoEra una versione molto passionale. A te piacciono molto il pathos, la melodia. Hai paura di perdere a volte l’equilibrio, di scivolare in quegli eccessi melodici che De Gregori diceva di aver temuto tanto quando era alle prese con “La donna cannone”?
Beh, sì, a me piace molto mettere passione nelle canzoni, quando scrivi, sei quella cosa lì, di quel momento, magari qualche anno dopo non ti ci riconosci più perfettamente. Ma in generale è giusto mantenere un equilibrio per preservare una certa eleganza, un certo senso di sobrietà e misura: De Gregori indubbiamente è un maestro in questo. Insomma, cerco anch’io di non “sbracare”. Ma non so se ci riesco sempre...

Nel tuo album si avverte anche un certo gusto elettronico, unito a interpretazioni molto sofferte. Lo sai che c’è chi ti accosta a Thom Yorke per questo?
Eh, non esageriamo! Però, è vero, lo ammetto, mi piacciono i Radiohead, quel loro gusto per un’elettronica un po’ malinconica e crepuscolare fa parte delle mie influenze musicali, magari amalgamata alle mie radici più calde e mediterranee. In generale, amo mescolare i generi, sono cresciuto con artisti come i Beatles che affrontavano qualsiasi stile musicale, all'insegna della massima eterogeneità.

Le classifiche italiane del 2019 hanno sancito una mezza rivoluzione: giovani trapper e rapper stanno scalzando i vecchi leoni del pop. Che idea ti sei fatto di questo processo?
È una bella svolta, in effetti, c'è una rivoluzione in corso e tutta la spinta dell'online è diventata fondamentale e prioritaria, ha spostato gli equilibri permettendo a ragazzi molto giovani di arrivare subito a un pubblico ampio. C'è più democrazia, ma anche più confusione. Alla fine, però, resterà solo chi ha qualcosa da dire, chi riesce a parlare alle persone. Non sono un allarmista, non ho paura dell'ondata rap, è un linguaggio che sta dicendo delle cose e non ci vedo niente di male o preoccupante. Bisogna guardare a questo fenomeno con interesse per capire cosa sta funzionando. E mi fa piacere anche che ci siano tanti nuovi cantautori che riescono a fare numeri e vivere di musica: è una cosa che da un po' di anni mancava.

Ora con “Fai rumore” andrai all'Eurofestival. Vinceremo finalmente?
Una cosa per volta, non datemi troppe responsabilità! Sono felice comunque di poterci andare per rappresentare l'Italia.

(01 marzo 2020 - Versione estesa di una doppia intervista pubblicata sul quotidiano Leggo)

***

Canzoni rock e identità vintage


di Gabriele Senatore


Eclettico, misurato, composto e sicuramente umile. Basterebbero pochi aggettivi per descrivere Antonio Diodato, cantautore, ma non solo, che con “Cosa siamo diventati” aggiunge un altro gioiellino alla sua discografia. L’artista nato ad Aosta ma di origini pugliesi può vantare una carriera interessante, che ha inizio lo scorso decennio addirittura a Stoccolma, al seguito di Steve Angello e Sebastian Ingrosso (futuri Swedish House Mafia), per poi tornare in patria e virare verso tutt’altri suoni con un Ep autoprodotto e un debutto nel 2013 dal titolo “E forse sono pazzo”. Da qui comincia la graduale ascesa di Diodato che, passando per una fortunata e ben riuscita cover di “Amore che vieni, amore che vai” di Fabrizio De André e un meritato secondo posto al Festival di Sanremo per la sezione “Nuove Proposte”, ritorna in questo 2017 con un album di inediti e dimostra essersi costruito autonomamente una raffinata identità artistica, al confine tra il rock internazionale e la musica leggera italiana. Durante l’intervista ha dimostrato di essere, oltre che attento scrittore dei suoi testi, un arguto osservatore delle dinamiche dell’industria discografica e dello spettacolo, riuscendo a guardarle al di là di ogni etichetta di genere.


Se non vado errato con questo 2017 arrivi a dieci anni di carriera. Parlando di "Cosa siamo diventati", vorrei sentire da te cosa è successo in questi dieci anni. Quali sono quei momenti in cui hai capito che la tua carriera stava prendendo determinate direzioni?
In realtà i momenti più importanti sono l’incontro con i musicisti, in particolare quelli con cui lavoro adesso. Li nomino anche: Daniele Fiaschi alle chitarre, Alessandro Pizzonia alla batteria, Danilo Bigioni al basso, Duilio Galioto piano e tastiere. È stato fondamentale l’incontro con loro, perché io sono cresciuto molto con ascolti di band internazionali, e volevo che le mie cose suonassero più da band che da solista. Ci ho messo un po’ a trovare le persone giuste, però da quando le ho incontrate, ho voluto lavorare sempre con loro. Altro momento importante è stato un live in un piccolo club romano in cui ho incontrato Daniele “Mafio” Tortora, il produttore artistico di tutti i miei lavori. Da questi incontri si è creata quella che io considero la mia “famiglia musicale”. Poi c’è stato “E forse sono pazzo”, per il quale Daniele creò proprio un’etichetta, e ci lanciammo un po’ nel buio insieme; da lì sono successe tante cose. È nata la collaborazione con Lucchetti per il suo film “Anni felici”, la cover di De André, l’apertura del concerto di Daniele Silvestri a Roma e sempre in quel periodo il Premio Artista dell’Anno a Bari, fino al Festival di Sanremo. È successo tutto molto in fretta. Poi è arrivata la collaborazione con la trasmissione "Che Tempo Che Fa", e tante, tantissime collaborazioni: Roberto Dell’Era, Manuel Agnelli e tanti altri.

Ottimo riassunto! Adesso veniamo al tuo nuovo album. Come è stato concepito "Cosa siamo diventati" e come mai un disco così introspettivo?
È nato dall’esigenza di raccontare qualcosa che avevo vissuto personalmente, anche per questo è così intimo. Quindi, volevo che anche i suoni lo fossero, riuscendo a essere evocativi di ciò che il testo raccontava. Volevo che riuscissero a creare delle vere e proprie immagini nella testa di chi ascolta. Abbiamo lavorato molto in questa direzione. Essendo un album nato da vissuti personali, ho cercato di essere il più sincero possibile nel raccontarli. Molto similmente a quando mi presentai al Festival di Sanremo con un brano altrettanto intimo, pensavo di fare qualcosa che mi allontanasse dagli altri, invece ti ritrovi a essere compreso da chi ti ascolta. La stessa cosa è accaduta ancor di più in questo album.

I testi di questo album, in particolare i versi delle canzoni "Colpevoli" o di "Paralisi", li ho trovati composti con un'attenzione enorme alla rima, alla poetica, al suono delle parole. Senza togliere nulla ad altri brani, anche in poche parole riesci a trovare un ottimo compromesso tra versi e musica. Spiegami un po' come componi un testo e come hai formato uno stile così letterario.
Guarda, la domanda colpisce nel merito poiché ci ho lavorato davvero molto in questo album. L’ho fatto perché volevo che venisse fuori una certa precisione; infatti, mi è capitato spesso di lavorare a togliere, altrimenti cadi in certe trappole del mestiere, che probabilmente ti crei da solo per tutelarti. In un album come questo, ad esempio, dove stai raccontando cose molto personali, cerchi di non dilungarti per tutelarti. Io ho cercato di ricongiungermi il più possibile con quel nucleo emotivo che mi aveva portato a scrivere questo disco. Per questo, in tale occasione, ho lavorato davvero tanto ai testi; in alcuni mi sono anche divertito, hai nominato “Paralisi”, in cui mi piace giocare con le parole, vedi le assonanze tra le parole “fermo” e “inferno”.

Infatti, quando un artista si pone a metà strada tra il rock alternativo e il cantautorato, c’è sempre questo dilemma tra il dare prevalenza ai suoni o alle liriche…
In passato, devo dire che ero spostato molto sul suono. Però adesso ho sentito l’esigenza di mandare avanti entrambe le cose di pari passo, quindi, probabilmente avevo un bisogno espressivo molto forte. Volevo dire delle cose nel modo giusto, che potessi riconoscere come mio anche successivamente; a volte, scrivi delle canzoni e ti accontenti anche e, cantandole tante volte, ti accorgi di tutti quei punti dove avresti potuto esprimere meglio il contenuto o essere più sincero con te stesso. In questo album qui ho cercato di esserlo, così da potermi anche riconnettere con le parole ogni volta che le canto. Volevo che testo e musica fossero valorizzati entrambi.

Ti senti più un artista che narra le storie o che narra se stesso?
Credo di narrare me stesso anche quando narro delle storie, sinceramente. Anche se non sono io il protagonista, sento comunque ogni volta di voler dare importanza al mio sguardo. Prendi un brano come “Guai”, che non parla di me personalmente, mi ci riconosco molto nel tipo di scrittura. Prendi anche la mia versione di “Amore che vieni, amore che vai” di De André, l’album “A ritrovar bellezza”: sono cover, eppure penso sia sempre importante mettere se stessi in quello che si fa.

Veniamo al tuo sound. Quando ascolto “La verità”, sento una profonda carica rock. Ma è un rock che si deve adagiare alle parole, dunque mi chiedo come ti rapporti a questo genere? Quali sono i tuoi riferimenti quando vuoi dare una carica a un tuo pezzo?
Io ascolto moltissimo rock che mi scorre dalle vene sin da ragazzino. Anche se devo confessare che questa carica viene fuori più nei live, dove con la band siamo più liberi. È assolutamente un lato di me che voglio far venire fuori anche nei dischi e lo curo particolarmente. I miei ascolti di riferimento sono un po’ quelli classici, dai Led Zeppelin, che mi hanno segnato moltissimo da ragazzino, passando per il britpop, che anche amo moltissimo. Solo successivamente mi sono dedicato maggiormente alla musica italiana, però in passato ho ascoltato tanto rock, soprattutto dall’Inghilterra. La musica british ha questa attenzione per l’identità sonora. Quando dicevo prima che ho cercato i musicisti giusti, io intendevo raggiungere qualcosa di simile.

In questo ultimo disco ho sentito sonorità meno vintage e più moderne. Dal momento che il tuo tributo per gli artisti del passato è stato al centro di "A ritrovar bellezza", si tratta di un superamento del legame con questo tipo di lavoro, oppure ritieni che "Cosa siamo diventati" sia anch’esso in qualche modo un tributo alla canzone italiana?
Secondo me, un disco come "A ritrovar bellezza" l’ho fatto per cercare di farmi anche influenzare dalla grandezza di quelle canzoni. Difatti, in "Cosa siamo diventati" qualcosa di quel che ho imparato c’è. Quando metti le mani in quei capolavori, capisci tante cose. A mio avviso, anche qui c’è qualcosa che si lega a quel mondo lì. Non a caso, abbiamo scelto di cominciare con “Mi si scioglie la bocca”, primo singolo, che è un brano dai toni ammiccanti alla musica anni 60 italiana. Poi, chiaramente, i suoni che cerco di usare sfruttano anche le potenzialità che abbiamo ad oggi, quindi c’è stata anche una cura davvero maniacale per ottenere certi risultati. Sicuramente c’è anche un richiamo alla musica leggera italiana del passato, ma mi sento cittadino del 2017 e nei prossimi lavori intendo sperimentare il più possibile.

Ho percepito un forte legame con i Radiohead in alcune tracce, in particolare in "Fiori immaginari". Dico bene?
Sì, eccome! Da ragazzino li ascoltavo tantissimo. Erano tra miei preferiti, insieme ai Verve e ai Blur. Mi hanno influenzato tantissimo.

Ricordo che hai lavorato anche per la colonna sonora di "Anni felici" con quella monolitica versione di "Amore che vieni, amore che vai". Come mai la scelta di questo brano? Come ti sei sentito nel confrontarti con le parole di De André?
A sceglierla sono stato proprio io! Amavo già tantissimo quel brano. Poi ho cominciato a provarla un po’ per gioco, chitarra e voce, e ho sentito molto mie quelle parole lì. Mi ha convinto a sceglierla il modo in cui ho iniziato a cantarla, perché la mia voce è molto diversa da quella di De André e il fatto che mi allontanassi così tanto dall’originale mi piaceva. Quando l’abbiamo provata con la band è venuto fuori un arrangiamento molto rock, suonandola dal vivo, poi, le reazioni del pubblico erano “importanti” (ride). Quando abbiamo dovuto registrare l’album, abbiamo subito concordato di includerla. È stata la prima volta che ho sentito mie le parole di qualcun altro, e che con quelle parole riuscivo ugualmente a raccontare qualcosa di me. Quello mi ha convinto totalmente. D’altro canto, è anche un tributo a un grandissimo.

Se non erro, la reinterpretazione di De André risale al 2013. Perciò, quando ti sei approcciato al lavoro di “A ritrovar bellezza” avevi già maturato un’esperienza nell’ambito di questo tipo di cover.
Di sicuro “A ritrovar bellezza” ho accettato di farlo anche perché avevo alle spalle l’esperienza positiva della cover di De André. Quindi non mi sono fatto tanti problemi, quando tocchi De André, in teoria, puoi anche azzardarti a provare di reinterpretare brani di Modugno, Lauzi e altri. Non ero assolutamente spaventato.

Quali sono gli autori letterari che maggiormente hanno ispirato il tuo lavoro?
Guarda, ti direi Marquez, ti direi Montale, Levi. Amo tantissimo leggere, però devo ammettere che raramente mi è capitato di scrivere qualcosa ispirato a letture specifiche. In questo ultimo disco, per esempio, stavo leggendo Calvino, “Fiabe italiane”, e dal racconto e dal tipo di narrazione è nata una considerazione che mi ha spinto a scrivere “Guai”. Di sicuro anche Baudelaire mi ha folgorato da più giovane.

I classici “Fleurs Du Mal” sotto il braccio di tutti i futuri artisti! Avendo lavorato sia a contatto con un esponente della musica indipendente come Roberto Dell'Era, sia con la televisione pubblica sul fronte di Sanremo, senti uno scarto tra questi due mondi?
Io credo soltanto nella bella musica e nella brutta musica, questa è l’unica divisione che vedo. Non mi piacciono le considerazioni intorno alla musica indipendente, che poi si sta dimostrando anche molto mainstream ultimamente, e come vedi nessuno della musica cosiddetta indipendente, dinanzi a certi risultati, si tira indietro o comunque evita certe cose. È giusto che sia così e non ci devono essere queste barriere. Purtroppo, in Italia si ragiona ancora per settori e si cerca di dividere il campo musicale in target. Quando ho incontrato Manuel Agnelli e abbiamo lavorato insieme, ho trovato una persona con un’apertura mentale sorprendente, che non mi aspettavo. Com’è stato sorprendente conoscere Daniele Silvestri e notare come i due si somiglino, d’altronde. Due artisti provenienti da mondi completamente diversi, poi così simili. Dunque, evito di mettere paletti tra i vari generi e settori. Lotterò affinché cada ogni muro in questo senso.

Per il futuro, ti senti più orientato verso un tuo percorso indipendente o vorresti riprovare a confrontarti con Sanremo?
Io farò la mia strada. Vedo certamente il Festival di Sanremo come una grande possibilità per arrivare a un grande pubblico, ma non lo considero indispensabile. È stato importante, ma lo sento come parte di un percorso. Non lo considero né il mio punto di partenza né il mio punto di arrivo. Venivo da un lungo cammino già, fatto di piccoli successi, e proseguirò ugualmente adesso per la mia strada. Poi, dovesse arrivare una proposta, si valuta sempre se la partecipazione è coerente con se stessi.

(23 aprile 2017)


Discografia
 E forse sono pazzo (La Narcisse, 2013) 
 A ritrovar bellezza (La Narcisse, 2014) 6,5
 Cosa siamo diventati (Carosello, 2017)

6.5

 Che vita meravigliosa (Carosello, 2020)

6,5

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Amore Che Vieni, Amore Che Vai (Colonna Sonora Anni Felici)
(videoclip da E Forse Sono Pazzo, 2013)

Babilonia
(videoclip, da E Forse Sono Pazzo, 2013)

Mi si scioglie in bocca
(videoclip, da Cosa Siamo Diventati, 2017)

La luce di questa stanza (Live Session)
(videoclip, da Cosa Siamo Diventati, 2017)

Fai rumore
(videoclip, da Che vita meravigliosa, 2020)

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