Joseph Martone

Joseph Martone

Un crooner italoamericano

intervista di Giuliano Delli Paoli

Il cantautore italoamericano Joseph Martone è un crooner di razza. Uno di quelli che potreste incontrare in un saloon polveroso del Texas, mentre sorseggia whiskey al bancone prima di afferrare i propri demoni e portarli sul palco. Dopo una lunga esperienza in giro per il mondo, in compagnia dei Travelling Souls, Martone ha intrapreso la carriera solista, esordendo lo scorso anno con “Honey Birds”. Un disco in cui si respira un’aria caldissima, tra accordi blues e una narrazione al contempo gentile e infuocata, solo in apparenza sorniona. Martone racconta con voce roca le proprie peripezie, perso come un vagabondo in tormenti e speranze. L’album è stato recentemente eletto anche miglior disco 2020 sezione "indie, blues, americana" da Rolling Stone Francia. Una consacrazione meritata per un musicista fuori dal tempo. L’abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia e il suo particolare percorso artistico tra gli States e la periferia italiana.

Hai viaggiato per il mondo e suonato ovunque. C’è un club/palco che ti ha intimamente impressionato più di ogni altro?
Finora ho avuto la fortuna di suonare in molti locali e in diverse nazioni, ricevendo sempre grande accoglienza e un ascolto attento; ma resto legato visceralmente al "Mr Rolly’s" di Vitulazio, il mio paese, dove tutto è più naturale, condiviso e intimo allo stesso tempo.

Ecco: dagli States a Vitulazio. Cos’ha Vitulazio che le altre città non hanno?
Sono rientrato a Vitulazio negli anni 90 con la mia famiglia dagli Usa, dove vivevo in un piccolo paese nello stato di New York, e da dove potevo avere solo la percezione lontana di tutta le tradizioni italiane. Sono tornato in una realtà sicuramente più viscerale, fatta di una quotidianità diversa. Ad esempio, con gli anni, la vendemmia con mio nonno è diventata parte di me. Da quest’esperienza è nato il nostro piccolo movimento, lo sviluppo di un certo tipo di mentalità, forse anglosassone, che ci ha permesso di andare oltre le dimensioni del nostro paese.

Taylor Kirk dei Timber Timbre alla chitarra, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, la regia sonora di Pietro Amato, la candida voce di Ilaria Graziano, Francesco Forni, Jonathan Maurano degli EPO, i songwriter inglesi Pat Dam Smyth e Sam Beer, Ned Crowther al basso: “Honey Birds” è un album ricco di ospiti illustri. Come sono nate queste collaborazioni e cosa ti hanno lasciato?
Il "Mr Rolly’s" è stato il vero motore delle collaborazioni, dove abbiamo ospitato tanti artisti e musicisti, sia italiani che internazionali. Cosi sono riuscito a entrare in contatto con tutti loro. Porto con me le affinità umane e una professionalità che volevo esplorare, l’umiltà di tanti talenti nell’approccio alla musica, componente che faccio fatica a volte a ritrovare.

“Same Old Same Old”: potresti raccontarci com’è nata questa canzone e cosa cela nel profondo del suo testo?
Collaboro da 10 anni con Ned Crowther e questo pezzo è un frutto del nostro feeling. Il testo parla della solitudine e della depressione come un vecchio personaggio, anche un amico, che viene a farti visita di volta in volta. Nelle nostre lunghe conversazioni ci siamo imbattuti spesso in argomenti come la felicità e lo stare bene. Tutti oggi sembrano cercare il benessere con gli amici, la famiglia o il lavoro, che sembra il punto di riferimento e d’arrivo di chiunque; ma la felicità non è uno stato emotivo permanente. La sensazione di felicità esiste in relazione alla percezione della tristezza. La felicità non è fuggire dalla tristezza, ma accoglierla quando arriva e cercare di capirla.

The Travelling Souls: un’esperienza lunghissima e intensissima. Ebbene, se dovessi descrivere pregi e difetti di essere parte di una band e allo stesso tempo quelli che ti impone la carriera solista, cosa tireresti in ballo?
I Travelling Souls erano un incontro di amici lontani, una dinamica quasi familiare, da cui sono nati registrazioni e concerti e spesso abbiamo elaborato idee che partorivo da solo, con tutti i limiti che questa situazione imponeva. Adesso sto cercando di mettere su qualcosa in pianta stabile, con un sound più definito.

Ascoltando le tue canzoni spesso tornano in mente i cantautori “maledetti” alla stregua di Lanegan o Cave. Ti senti maledetto anche tu? Quali sono i tuoi demoni, se ci sono?
Non mi sento maledetto, forse anche per lo stile di vita e le culture di cui ti parlavo. Credo che la mia vita abbia comunque un lato oscuro, che forse ha accentuato la sensibilità verso alcuni orizzonti, ma la quotidianità è fatta anche di altre cose, di uno slang tra amici. Perché no, anche di leggerezza.

“The Deal” è stato il primo singolo del tuo esordio. Come mai proprio questa canzone e da dove nascono le sue parole?
Rispetto all'esperienza con i Travelling Souls, in questo nuovo album ho voluto raccontare un periodo particolare e più dark della mia vita. L’ascolto accurato di artisti come Nick Cave o Timber Timbre mi ha portato a voler cercare un sound che esprimesse questo mio sentimento adeguatamente e che avevo dentro da tanto. Prima c’era un sound più folk, “The Deal” credo sia più un punto di rottura con il passato. Ho immaginato una storia con mio fratello e il testo viene dal ricordo di quest’esperienza con questo mio compagno di vita.

Che rapporto hai con il web? Navighi molto o da buon bluesman preferisci vivere il tuo tempo a debita distanza da tutta questa “fottuta” tecnologia?
Ricordo i poster e le college radio, senza social. E’ un periodo ormai lontano, ma ho impresso bene l’ascolto e la condivisione di musica con gli amici, lo spirito con cui si andava ai concerti. Trovo i social abbastanza invasivi, anche se lo strumento in sé non è il male.

Se dovessi scegliere un “maestro” che ha lasciato un’impronta nella tua formazione musicale, chi sceglieresti?
Bob Dylan mi ha segnato più di chiunque altro.

Chi sono i veri crooner di oggi? Esistono ancora o credi che ormai siano destinati a una forma di estinzione?
Penso subito a Mike Patton o Richard Hawley. La fortuna che li avremo in giro ancora per un bel po’ ci fa ben sperare.

Cosa bolle in pentola per il futuro? Una volta finita (si spera) questa pandemia, metterai in piedi un nuovo tour? Come stai vivendo questo periodo?
Spero di portare ancora "Honey Birds" dal vivo quanto prima. Intanto, lavoriamo a nuovo materiale. La quarantena l’abbiamo passata in famiglia e con un po’ di vino e come occasione di riflessione sulla società e ciò che ci circonda.

Potresti stilarci una playlist di 5 canzoni che stai ascoltando di più ultimamente, indicando ciò che ti lega ad esse?
Khruangbin & Leon Bridges - Texas Sun
Vincent Gallo - When
Bob Dylan - I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You
Neil Young - Separate Ways
Bill Callahan - Breakfast
La malinconia di questi pezzi non è qualcosa di necessariamente triste, ma un ricordo che evoca felicità. E io mi ritrovo in queste sensazioni.

Cosa consiglieresti a un giovane che si approccia al mondo della musica, del cantautorato. Se avessi a disposizione un solo consiglio, quale gli daresti?
La capacità di guardarsi dentro, lontano dalle imposizioni e il coraggio di andare oltre. Si sente la necessità di raccontare storie vere, di percepire autenticità.

Se dovessi far scoprire la tua musica a una persona che non ha mai ascoltato nulla di te, avendo però a disposizione una sola canzone, quale gli faresti ascoltare e perché?
Un pezzo semplice, scarno nell’arrangiamento e nel testo, immediato e diretto, senza distanza, dunque “Declared War”.

Discografia
Honey Birds (FreakHouse, 2020) 7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Joseph Martone su OndaRock
Recensioni

JOSEPH MARTONE

Honey Birds

(2020 - FreakHouse)
Atmosfere da crooner stagionato e vibranti ballate nel debutto del cantautore italo-americano

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