Bob Dylan

Rough And Rowdy Ways

2020 (Columbia) | songwriter, folk-blues

Eravamo chiusi nelle nostre case. Eravamo assediati da un nemico invisibile. Eravamo persi in un giorno di fine marzo, quando quella voce arrochita si è insinuata di nuovo nel nostro presente. L'ultima volta aveva cantato il fato del Titanic, come in uno strano, torrenziale sogno apocalittico. Adesso aveva un'altra visione da raccontare, e il protagonista era un presidente assassinato.
Otto anni dopo "Tempest", il primo inedito di Bob Dylan ad attraversare l'etere è una lunga ruminazione di quasi diciassette minuti, intitolata "Murder Most Foul". Nel mezzo, una triplice immersione tra le pagine del Grande Canzoniere Americano e un premio Nobel per la letteratura, oltre al solito carosello di concerti intorno al mondo. Solo una pandemia poteva fermare il tour che non finisce mai.

Un bordone di archi, le note del pianoforte che vanno a spargersi come tessere di un mosaico in bianco e nero. I piatti sono il fremere del vento, le percussioni echi di un temporale in lontananza. Il bardo recita il canto funebre di John Fitzgerald Kennedy. Mentre in tutto il mondo gli uomini riscoprono all'improvviso la loro fragilità, sembra così distante quel giorno di novembre del 1963.
Eppure sono bastati un paio di mesi per capire che aveva ragione lui: "Non è una glorificazione del passato o una specie di commiato da un'età perduta. È una canzone che mi ha parlato nel presente". E il presente è l'America di George Floyd, il presente è l'America costretta a fare i conti ancora una volta con il peccato originale della propria storia. "Freedom, oh freedom, freedom over me/ I hate to tell you, mister, but only dead men are free", mormora Dylan: il canto degli schiavi risuona come una beffa nella terra degli uomini liberi.

La morte di JFK è la perdita dell'innocenza dell'America, dicono. All'inizio, "Murder Most Foul" sembra solo una pagina di cronaca, una topical song diafana e fluttuante. Poi, qualcosa di diverso comincia a succedere: le parole dei libri di storia e quelle delle canzoni di una volta cominciano a intrecciarsi, fino a quando diventa impossibile distinguere dove finiscono le une e dove iniziano le altre. La radio diventa litania, playlist infinita per il giorno del giudizio. Wolfman Jack, il leggendario dj di "American Graffiti", è l'unico profeta che resta nell'era dell'Anticristo. E l'ultima canzone che passa alla sua radio si intitola "Murder Most Foul".
Nel nuovo album, Dylan le riserva un disco intero. Ma è come se la stessa anima respirasse in ogni solco di "Rough And Rowdy Ways". La storia americana è dappertutto, in queste nove canzoni più una. Non la storia vista attraverso la teca di un museo, ma la storia riscritta attraverso un varco temporale nascosto nel retrobottega, alla maniera di Stephen King.

L'aveva detto anche al momento di ricevere il Nobel: le canzoni non sono ombre del passato, sono "vive nella terra dei vivi". Sono la voce della Musa che parla a Omero. Ecco perché è l'invocazione di "Mother Of Muses" il vero proemio dell'album: la madre delle Muse, Mnemosine, la Memoria. Cantami o Diva le montagne e gli oceani, gli eroi della Guerra Civile e quelli della Seconda Guerra Mondiale, le gesta di Elvis e di Martin Luther King. "Wake me, shake me, free me from sin", implora con placida solennità l'aedo di Duluth.
La lezione di Tin Pan Alley si fa sentire soprattutto nella grazia minimale degli arrangiamenti. Difficile individuare, accanto alla solita live band, il contributo di ospiti d'onore come Fiona Apple, Blake Mills e Benmont Tench degli Heartbreakers. Ma è proprio la sua aura rarefatta, la sua essenzialità, a fare di "Rough And Rowdy Ways" il capitolo più prezioso dell'ultimo ventennio dylaniano.

La carezza melodica di "I Contain Multitudes" potrebbe venire da qualche vecchio standard, ma gli arpeggi che la accompagnano hanno la sobrietà notturna delle ballate di "Oh Mercy". Dylan cita Whitman per giocare con il mito del suo stesso enigma: "I'm a man of contradictions, I'm a man of many moods/ I contain multitudes". Chi altri potrebbe paragonarsi impunemente ad Anna Frank, Indiana Jones e i Rolling Stones nello spazio dello stesso distico?
I suoi riferimenti sono come sempre un labirinto di ipertesti. Il riff di "False Prophet" non lo abbiamo già sentito in "If Lovin' Is Believing" di Billy "The Kid" Emerson? Il titolo dell'album non ricorda quello di una vecchia canzone di Jimmie Rodgers? Per non parlare di messer Shakespeare, che si profila in controluce in una moltitudine di versi, a partire dal titolo amletico di "Murder Most Foul".

E poi, ovviamente, c'è la "old time religion" del blues, cui l'armonica di "Goodbye Jimmy Reed" rende omaggio con l'andatura secca e squadrata di un apocrifo di "Highway 61 Revisited". Stavolta Dylan non ha bisogno di caricare troppo i contorni o di ringhiare con tutta la sua enfasi: nel fatalismo di "Crossing The Rubicon", in quell'"oh Lord" che gli sfugge a un certo punto dalle labbra, c'è tutta una genealogia di cantori delle dodici battute.
Le atmosfere virano verso tonalità più noir quando la pedal steel insegue il passo velato di minaccia di "My Own Version Of You": "I'll take the 'Scarface' Pacino and the 'Godfather' Brando/ Mix it up in a tank and get a robot commando". Forse è il dottor Frankenstein nel suo laboratorio, forse è il rabbino Loew con il suo golem. La tentazione è sempre la stessa: ricucire il mondo a propria immagine e somiglianza. Ma la realtà non si lascia dominare così facilmente.

La realtà è un visitatore inatteso, un cavaliere vestito di nero che proietta la sua ombra fatale: "Black Rider" è una ballata tetra e scheletrica, aggrappata a un mandolino che le conferisce un aspetto coheniano. "Let all of your earthly thoughts be a prayer", invoca Dylan, e le sue parole sembrano riecheggiare per le strade deserte delle nostre città in quarantena: "Penso alla morte della razza umana. Il lungo e strano viaggio della scimmia nuda. La vita di tutti è così effimera".
Ma ci sono luoghi, nella cosmologia dylaniana, in cui il segreto delle cose sembra farsi all'improvviso trasparente. Sono le "Highlands" di "Time Out Of Mind", è la "Scarlet Town" di "Tempest". In "Rough And Rowdy Ways", la sua mappa immaginaria porta al paradiso tropicale di Key West, antico covo di bucanieri e buen retiro di Hemingway e Truman: una repubblica platonica di filosofi pirata, una stazione radio ai confini della terra.

Sul profumo della fisarmonica di "Key West (Philosopher Pirate)", Dylan sembra voler riscrivere "Caribbean Wind" come se fosse una "Most Of The Time" al rallentatore. Un coro soffuso accompagna l'unico ritornello di tutto l'album: "Key West is the place to be/ If you're looking for immortality". Nei campi elisi di ibisco e bougainvillea, i poeti della beat generation vivono per sempre in compagnia di Buddy Holly e delle altre anime beate del rock 'n' roll. Ballano fino al mattino intorno al juke-box, come le coppie del vecchio club londinese sulla copertina del disco. Il desiderio di eternità, l'unico grande antagonista del cavaliere oscuro. "Key West is the gateway key/ To innocence and purity". Possiamo ancora ritrovare l'innocenza andata persa nella caduta. Basta seguire la rotta per Key West.

(21/06/2020)

  • Tracklist
Disc 1

  1. I Contain Multitudes
  2. False Prophet
  3. My Own Version Of You
  4. I've Made Up My Mind To Give Myself To You
  5. Black Rider
  6. Goodbye Jimmy Reed
  7. Mother Of Muses
  8. Crossing The Rubicon
  9. Key West (Philosopher Pirate)

Disc 2

  1. Murder Most Foul




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