Nessun palcoscenico futuristico. Nessun gioco di luci stroboscopiche degno del Pacha di Ibiza. Nessun maxischermo alto come un palazzo di tre piani. Nessuna fiammata o gioco pirotecnico. Nessun ospite con un singolo da promuovere, né tanto meno un corpo di ballo degno di un musical di Broadway. Solo un telo nero senza scritte, luci essenziali, un pianoforte a coda e un basso. Non c’è bisogno di effetti speciali e di scintillanti riempitivi quando sul palco hai due artisti del calibro di Nick Cave e Colin Greenwood (bassista dei Radiohead, ndr), che ieri sera hanno incantato per quasi due ore e mezza la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma nella seconda data romana del tour del bardo di Warracknabeal.
Dalla tensione tra opposti - vita e morte, amore e paura, redenzione e dannazione - trae linfa la poetica di Nick Cave, una sorta di Caravaggio del modern blues, abilissimo nel far emergere dal buio più desolato squarci melodici di straordinaria nitidezza. Sono davvero pochi gli artisti con il carisma, la comunicativa e l'intensità del cantautore australiano, senza dubbio uno dei migliori frontman della storia del rock. C’era grande curiosità di vederlo all’opera senza il rassicurante muro del suono “spectoriano” dei Bad Seeds, la superband che (pur con diversi cambi di formazione) lo accompagna sul palco dal lontano 1983, con il solo supporto del bassista Colin Greenwood. Chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo a un concerto di Nick Cave sa bene come il live sia la dimensione privilegiata dove l’artista fa emergere le sue due anime, quella incendiaria e quella intimista, creando una straniante alternanza di emozioni come solo i grandi del rock sono in grado di fare.
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Naturalmente, in questo tour intimo e acustico, mancano la rabbia
punk che caratterizza da sempre le sue
performance e il rapporto quasi carnale che si crea tra Cave e i suoi adepti, con un muro di mani che lo cercano e lo toccano costantemente, come nell' attesa messianica di una rivelazione da questo carismatico e imprevedibile predicatore laico. Un concerto di quasi due ore e mezza voce e piano, con la presenza discreta ma efficace del basso di Greenwood, potrebbe essere esiziale per la maggior parte degli artisti contemporanei, ma non se ti chiami Nick Cave. Lunghi capelli neri lucidi, abito immancabilmente nero, volto emaciato e pallido, sguardo tetro e profondo, Cave si è confermato un
frontman straordinario, naturalmente dotato di un carisma magnetico, che gli ha consentito di portare il pubblico dove voleva lui e di incatenarlo per due ore senza un attimo di noia o un calo si intensità.
Del concerto ci ha colpito in particolare il contrasto tra il silenzio quasi religioso che accompagna la maggior parte dei brani in scaletta (tranne quelli in cui lui invita esplicitamente il pubblico a partecipare) e il frastuono impressionante che saluta ogni sua singola canzone, in cui molti spettatori si alzano in piedi per applaudirlo. Pochi giorni fa siamo stati a un concerto allo Stadio Olimpico (non faremo il nome per carità di patria) in cui per la maggior parte del tempo gli spettatori filmavano con i telefonini le tribune, si scattavano selfie in continuazione e facevano dirette Instagram, con un’attenzione alle canzoni pressoché nulla. Ieri sera c’erano pochissimi telefonini a illuminare la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica (se non verso il finale, quando Cave ha invitato gli spettatori a raggiungerlo sotto al palco) perché il focus del pubblico era tutto sulla
performance e sulle canzoni. Il concerto di ieri ci ha riconciliato con la musica suonata dal vivo, in cui ogni parola di una canzone ha un suo peso, ogni nota suonata è necessaria, ogni gesto è funzionale al significato del brano.
Nick Cave e Colin Greenwood fanno il loro ingresso alle 21,15, accolti dalla
standing ovation del
parterre della Cavea dell’Auditorium. La prima scossa della serata arriva con "Higgs Boson Blues", un classico del suo repertorio con i Bad Seeds: lenta, cadenzata e ipnotica, la canzone ricorda le migliori
ballad di
Neil Young, con il suo mantra "boom boom boom, can you feel my heartbeat?" ripetuto con il fervore del predicatore battista. Nick prende il microfono e si alza in piedi per salutare il caloroso pubblico: "Sono reduce da un lungo e faticoso tour in Usa con i Bad Seeds, in cui sono coinvolte tante persone. Per me stare qui solo con Colin è una sorta di vacanza di decompressione nel Paese più bello dell’Europa: siamo in vacanza e la sera suoniamo. Con il pianoforte e il basso le mie canzoni tornano alla forma originaria con la quale sono state composte, riportandole alla loro cruda essenza".
Nick ama raccontare le sue canzoni: "'Jesus Of The Moon' narra la storia di un ragazzo che lascia la sua ragazza sola in hotel: è felice e si sente libero, però, dopo un po’, ha il dubbio di aver fatto un grande errore. 'O’ Children' l’ho scritta mentre vedevo giocare i miei bambini quando erano piccoli e avevo l’impressione di non essere capace di proteggerli". Prima di suonare "Galleon Ship", Cave ricorda di aver scritto questa canzone "ispirato da mia moglie mentre dorme: lei dorme sempre mentre io compongo al pianoforte". A proposito di "Papa Won’t Leave You, Henry", il cantautore australiano ha ricordato di averla scritta "trent’anni fa mentre vivevo in Brasile. Allora succedevano cose bruttissime là, cantavo questo brano per far addormentare mio figlio e funzionava".
Tra i momenti più commoventi del concerto spiccano "I need You" e "Skeleton Tree", composte entrambe nel 2016, poco dopo la tragica morte del figlio Arthur, precipitato a soli quindici anni da una ripida scogliera presso Brighton. Cave ha mostrato il suo lato più intimo e sentimentale, senza rinunciare, però, alla tensione latente che si respira nella sua musica e soprattutto alla crudezza nel raccontare il dolore con una sincerità disarmante e quasi insostenibile.
Dopo tanto dolore, il bardo Warracknabeal ha risollevato l’umore dei suoi fan nella divertente "Balcony Man", per la quale ha richiesto un simpatico “voto” agli spettatori della tribuna: ogni volta che veniva pronunciata la parola “balcony” (in italiano “tribuna”), loro dovevano urlare e fare rumore. Detto, fatto, con tutta la balconata della Cavea che si alzava in piedi e urlava con tutto il fiato che aveva in corpo, strappando più di un sorriso al solitamente corrucciato cantautore.
Il finale del concerto è un crescendo di emozioni, con una dopo l’altra "Jubilee Street" e "Push The Sky Away", due tra le canzoni più amate del suo(ricco) repertorio, con il pubblico che le canta sotto al palco, a pochi metri dal loro beniamino. Cave, come sanno i suoi fan, non è artista che ama fare concerti-fotocopia, così il bis è quasi completamente diverso rispetto alla sera prima all’Auditorium: via "Avalanche" di
Leonard Cohen e "Watching Alice", dentro "Man In The Moon" dei Grinderman e "Love Letter" e "Sad Waters" dei Bad Seeds. Resta in comune il brano finale, quasi obbligato, la magnifica
ballad "Into My Arms", cantata in coro da tutta la Cavea in un momento di grande suggestione e coinvolgimento emotivo.
Quello di Nick Cave a Roma non è stato un mero concerto “rock”, ma una vera e propria celebrazione del potere catartico della musica, officiata da un fuoriclasse come il reverendo Nick Cave. Ieri sera, in una calda serata estiva il cantautore australiano ha parlato al cuore di ciascuno di noi, suggerendo che la morte non è altro che l'altra faccia della vita, ciò che gli conferisce urgenza, che il contrario dell'amore non è l'odio ma la paura, che non può esserci redenzione senza prima aver attraversato il deserto del dolore.
(Foto: MUSA/ Fondazione Musica per Roma)