Si fa peccato a credere che “Skeleton Tree”, sedicesimo album in studio del Re Inchiostro Nick Cave, sia un concept o un ciclo di canzoni sulla morte del figlioletto quindicenne Arthur Cave, precipitato nel 2015 da una scogliera nei pressi di Brighton sotto probabile effetto di allucinogeni. Si tratta anzitutto di una trascrizione para-musicale del coerente, decoroso silenzio condotto dall’autore al riparo da qualsiasi facile riflettore, volto soltanto al colloquio col proprio dolore. A un livello più personale, è una dedica al suo essere, un test per verificare come cambiano quelle murder ballad se rivolte – anziché a parabole di diseredati – a sé stesso, una volta tanto. Il bardo australiano ha come predecessori due autori che hanno vissuto tragedie analoghe e che hanno fruttato opere stilisticamente agli antipodi, Eliane Radigue (la “Trilogie De La Mort”) ed Eric Clapton (“Tears In Heaven”). Il suo risultato artistico ne è idealmente un’intersezione (anche se, ovviamente, sempre orientata alla forma-canzone tonale).
Ormai è risaputo il suo voto di rinuncia alle viscere di From Her To Eternity” e “Firstborn Is Dead“. “Skeleton Tree” però va un pochino oltre, porta a compimento il registro d’impalpabilità iniziato con un ancor poco concreto “Push The Sky Away” (2013). Le presenti “Anthrocene” e “Skeleton Tree” sono nuovi flussi di coscienza fondati su masse di suoni vaganti e mossi da una febbre eterea.
Il centro unificatore è comunque sempre il dolore, talmente soverchiante da far smarrire il senso del poetare, con la retorica come appiglio: Cave canta piangendo e preme i tasti del sintetizzatore come fosse un organo di cattedrale per “I Need You”, e in “Jesus Alone” affoga uno dei suoi rosari declamati in una pozza fredda di archi e feedback. Ed è comunque una canzoncina pop se confrontata alla plumbea rarefazione di “Magneto”.
Se “Rings Of Saturn” potrebbe assurgere a primo esempio di un personale flirt con l’hip-hop, il suo clima rimane adombrato, svuotato persino. Ed è comunque un rave-party se confrontato con una “Distant Sky” costruita sul vuoto pneumatico, in cui Cave, quasi non reggendo più il cordoglio, lascia il microfono al dosatissimo soprano di Else Torp, mentre ascoltare “Girl In Amber” equivale a fissare rispettosamente l’epigrafe di un conoscente.
Il suono (umano, non più maledetto) di una stella spenta, che ha per simbolo un canto fiacco perché veracemente fiaccato. È una forma armonica immobile che gira a vuoto; implode, non esplode e procede per accumulazione ossessiva. Cave si affida a palpiti macabri, più che a toni: a definirli crepuscolari non si va nemmeno vicino. I Bad Seeds – nuova defezione: Barry Adamson – si adeguano e, così, quasi scompaiono in una psiche affranta, ridotti a un ectoplasma semielettronico azionato da un Warren Ellis sempre più factotum, poco più dell’aura messa in note che, qua e là, diventa gioiellino d’arte ambientale. L’apocalittico fondo cupo paventato dall’inizio carriera, ammesso che si sia arrivati, suona come una privata costernazione che non spaventa e anzi mette imbarazzo. Accompagnato dal docufilm sul making of “One More Time With Feeling” (titolo preso da un verso di “Magneto”) a cura del fido Andrew Dominik, presentato in anteprima all’edizione 2016 della Mostra del Cinema di Venezia, seguito del biopic “20.000 Days On Earth” (2014) e di tre colonne sonore con Ellis (“West Of Memphis”, “Loin Des Hommes”, “Hell Or Highwater”).
11/09/2016
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