
Sul palco i Maserati hanno fatto una bella figura (tecnicamente impeccabili) ma hanno peccato anche di una certa monotonia, dato che sembrava suonassero più o meno lo stesso brano, con minime variazioni. Il loro space-rock è senz’altro accattivante per i primi dieci minuti, ma alla lunga, risulta stancante e ripetitivo, nonostante il pubblico presente sembrava gradire la loro esibizione. Talvolta purtroppo non basta fare ricorso a tutti i vari trucchetti (invero fin troppo abusati) di melodie cicliche a spirale figlie dei Tangerine Dream e di Klaus Schulze e vari sequencer sparati in faccia al pubblico per poter stupire con qualcosa di inedito (e che inedito non è affatto), il tutto su basi ritmiche di un semplice quattro quarti costante. Altro loro punto in loro sfavore è stato il suono troppo distorto, che è risultato anche più pesante all’interno della sala, che ha fatto da cassa di risonanza.
Il californiano Luis Vasquez, astro nascente nel nuovo “gothic-rock” sotto il moniker Soft Moon, è salito sul palco alle 23.00, insieme al suo gruppo d’accompagnamento. Hanno fatto un breve soundcheck di un quarto d’ora e, alle 23.15, hanno iniziato il loro show, eseguendo per buona parte i brani tratti da “Zeros” (Captured Tracks 2012) e per il resto, i cavalli di battaglia del loro classico “Soft Moon” (Captured Tracks 2010), oggi considerato quasi una pietra miliare del “gothic” di ultimissima generazione e qualcosa dall’Ep “Total Decay”. Non hanno invece eseguito nulla (almeno così mi è sembrato, a scanso di essere smentito) dal lavoro nato in collaborazione con il veterano John Foxx, un disco che si colloca un paio di gradini al di sotto dei due album ufficiali.
La cosa che più sorprende dell’esibizione di Soft Moon è che non si riscontrano grandi differenze dal loro sound dal vivo rispetto a quello inciso su disco. Le atmosfere sono pressoché uguali, compresa la voce filtrata e coperta da coltri di rumore (e usata spesso in delay) di Vasquez (che sul palco si agitava come un ossesso, come se fosse stato colpito da un improvviso “ballo di San Vito”) e anche la durata dei pezzi, è la stessa. Il “climax” si è raggiunto nei pezzi più ossessivi e ipnotici, dove il loro “gothic-indie” riusciva a essere un perfetto mix tra sonorità eighties alla Sisters Of Mercy e quelle proto industriali (quasi alla Pan Sonic, nei brani con più Bpm) e teutoniche (i Neu! sono sempre dietro l’angolo), passando per i Lycia.
Il finale, alle 23.55 in punto, è stato un’improvvisa impennata techno su base “shoe/shit-gaze”. A mezzanotte, si accendono le luci, si stacca la spina e si ritorna a casa felici e soddisfatti per la bella serata in compagnia di amici e di un gruppo che ha di sicuro ancora diverse buone cose da dire.
La foto è di Fish'n'Chips