Chemical Brothers

Dig Your Own Hole

1997 (Virgin) | big beat

Siamo nel vivo della seconda metà dei 90 e la cultura rave è all'apice della sua luminescenza. Il big beat è sulla cresta dell'onda alla stregua del miglior Kelly Slater. Qualcuno però continua a chiamarlo per quello che in fondo resta il suo vero nome: chemical breaks. Già, perché dietro quella combustione rapidissima di elettronica, rock, dance, techno, funk e chi più ne ha più ne metta, ci sono due detonatori in carne e ossa: i Chemical Brothers. Sono proprio loro che hanno decodificato gli ingredienti della mescola esplosiva a partire dalla pubblicazione nel gennaio del lontanissimo 1994 dell'Ep "4th Century Sky" a nome Dust Brothers, contenente la seminale "Chemical Beats". E saranno sempre loro in futuro a delineare con maggior costanza i tratti di questo fenomeno musicale (ma non solo).

I destini di Ed Simons e Tom Rowlands si incrociano per la prima volta nelle aule della facoltà di Storia dell'Università di Manchester. "Fratelli" alle macchine, alla console, dentro uno studio di registrazione o come headliner sopra un immenso palco dell'ennesimo Festival elettronico, i Chemical Brothers hanno contribuito a cambiare per sempre la direzione della musica dance, accompagnandola per mano alle porte del nuovo millennio. E lo hanno fatto assieme a tanti altri (vedi, per ragioni diverse, Daft Punk e Underworld), che come loro hanno creduto nella fusione possibile tra la disco e i riff da stadio, la lanciatissima techno e il sempreverde funk d'oltreoceano. Miscele impensabili solo qualche anno prima, con pochi anticipatori a fungere da luminari, come i Primal Scream diretti da quel gigante di Andrew Weatherhall. Il ritmo viaggerà il più delle volte tra i 120 e i 140 battiti per minuto. Ma è la sostanza a mutare. Una sostanza tribale, come nel caso della jilted generation svezzata dai Prodigy in quello che forse resta il primo capolavoro assoluto del genere assieme a "You've Come A Long Way, Baby" di Fatboy Slim ed "Electro Glide In Blue" degli Apollo 440. Dischi epocali, giunti assieme all'album perfetto in salsa big beat, ovverosia "The Fat Of The Land" dei sopracitati Prodigy, guidati dall'estro di Liam Howlett.

"Dig Your Own Hole" vede la luce il 7 aprile del 1997. È il secondo disco dei Chemical Brothers, segue l'acclamatissimo "Exit Planet Dust" e precede l'illuminazione pop di "Surrender". Un album che giace quindi nel mezzo di una vera e propria evoluzione. Un'opera che comincia con il cavallo di battaglia per antonomasia della loro lunga carriera, "Block Rockin' Beats", con l'indimenticabile incipit campionato in minima parte dal giro di "The Well's Gone Dry" degli americani Crusaders. Un avvio irresistibile, breakbeat che si conficca in testa e che smuove il corpo anche senza volerlo. È il brano manifesto di un'ondata che dal Regno Unito invaderà il mondo. Uno tsunami vero e proprio di riff acidissimi, conturbanti poliritmie, sirene d'allarme che annunciano un nuovo rave da consumare in cupi capannoni dismessi. E un titolo emblematico, preso in prestito da un graffito presente sui muri adiacenti al loro studio privato nel sud della capitale inglese. Mentre la copertina, con il profilo di ragazza stilizzato su sfondo nero, diventerà fin da subito il simbolo di una generazione che ha attraversato più di ogni altra le trasformazioni della dance music.

Non ci sono soste in partenza, come è giusto che sia, e la successiva title track agita ancora di più anima e corpo con i suoi cambi di direzione selvaggi e quel passo a metà strada tra la drum and bass, estremamente in voga in quel periodo, e la breakdance di strada più instabile e sbarazzina, per intenderci quella creata da Kool Herc. "Elektrobank" alzerà ulteriormente l'asticella della follia, del party in stile londinese da mandare in orbita chiunque, tra una piroetta electro, per l'appunto, e una scarica poderosa di battiti e riff assassini sbattuti dentro un climax noir, claustrofobico. Una bordata irripetibile che mostrerà a ingenti flotte future di giovani manipolatori l'importanza di spingersi sempre e comunque oltre certi steccati.
Ad arrestare solo parzialmente il dinamismo del trittico iniziale è la successiva "Piku", che dopo un avvio nervoso tende vagamente a stopparsi in quella che sembra la colonna sonora di un videogame stellare campionata volutamente male. La successiva "Setting Sun", con l'inconfondibile battito "chimico" e il consueto ondeggiare tra l'ennesimo allarme di una sirena appena abbozzato, inaugurerà, tra l'altro, la collaborazione di grande successo con Noel Gallagher, fan del duo fin dalla primissima ora, a conferma di una considerazione imponente acquisita da Ed Simons e Tom Rowlands nei piani alti dello star-system britannico. Le accelerazioni in scia techno di "Don't Stop The Rock", così come il ping pong psichedelico di "Lost In The K-Hole" e il rimbalzo soffice di "Where Do I Begin", con la splendida voce di Beth Orton, fungono da apripista alla lunga cavalcata finale: "The Private Psychedelic Reel", trip ethno-breakbeat di quasi dieci minuti che rivolta tutto e il suo contrario dentro una fascinazione nuova, raggiante, vibrante ed espansa.

"Dig Your Own Hole" è il disco-cardine di un movimento indimenticabile, non solo per la scena dance nella sua accezione più ampia e contaminata, ma per la musica popular tutta.

(20/01/2019)

  • Tracklist
  1. Block Rockin' Beats
  2. Dig Your Own Hole
  3. Elektrobank
  4. Piku
  5. Setting Sun
  6. It Doesn't Matter
  7. Don't Stop The Rock
  8. Get Up On It Like This
  9. Lost In The K-Hole
  10. Where Do I Begin
  11. The Private Psychedelic Reel
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