Spandau Ballet

Journeys To Glory

1981 (Chrysalis) | pop, new wave

Londra, cominciano gli anni Ottanta. Nel mirino c'è già il futuro, il punk non va più di moda e il post-punk si veste di una connotazione nuova. L'opera prima degli Spandau Ballet non è solo musica ma la culla dell'edonismo, che nasce tra le riviste fashion e si consegna all'immortalità attraverso il raggiungimento dell'ideale umano di bellezza. Figli della working class e della scena underground, cinque ragazzi di Islington si fanno profeti della riforma con un sintetizzatore da 200 sterline e un'ossessione magnifica. I loro nomi sono Gary Kemp, Steve Norman, Tony Hadley, Martin Kemp e John Keeble, tutti ex-compagni di scuola che ogni martedì sera animano la movida a Covent Garden dove Steve Strange e Rusty Egan stanno spodestando le icone "no-future" al grido di "new styles/ new shapes/ new modes".
Nei nightclub si confondono David Bowie e Kraftwerk, cultura rave e ambizione, Mtv e grammofono. Quel suono già c'era, i nostri però mischiano le carte e pescano dal mazzo una nuova avveniristica dance music europea, che mette al bando l'anonimato in nome di pettinature aerodinamiche, gioielli sgargianti e calzature kitsch, abiti vistosi e trucchi esagerati, etero e X-gender, vintage e tecnologia, vale tutto purché se ne goda. L'amico giornalista Robert Elms suggerisce lo strano appellativo al gruppo dopo aver letto uno scarabocchio sulle pareti della toilette di una discoteca di Berlino, così dopo le prove generali al Blitz il 31 ottobre del 1980 esce sul mercato il primo singolo "To Cut A Long Story Short" che balza alla quinta posizione nelle classifiche Uk e fa da preludio a "Journeys To Glory".

Prodotto dalla mente dei Landscape, Richard James Burgess, l'album viene pubblicato il 27 febbraio 1981 e sancisce l'inizio di una nuova era, che si autodefinisce "new romantic", in omaggio al verso "some new-romantic looking for the Tv sound" coniato, ironia della sorte, proprio da quei Duran Durancontro i quali gli Spandau Ballet d'ora in avanti si sfideranno a lungo in un duello rosè dall'insospettabile aroma creativo. Il discobolo con braccio amputato raffigurato in copertina da Graham Smith rappresenta la chiara volontà di regalare al mondo un'opera marmorea, che non sia di passaggio ma duri per l'eternità, mentre i caratteri cirillici sovraincisi anticipano in qualche modo la matrice laburista dei contenuti, con buona pace di chi, per via del nome, continua a tacciarli di simpatie naziste. Sono belli e ci sanno fare: annichilire i nichilisti, questo l'imperativo di un album che si erge a simbolo di rinascita della vecchia Europa ormai in putrefazione.
Sitting on a park bench, years away from fighting
to cut a long story short I lost my mind
("To Cut A Long Story Short")
"To Cut A Long Story Short" è la storia di un militare di ritorno dalla trincea, attorno però c'è vita e gli Spandau Ballet non se ne vogliono stare certo seduti su una panchina con le mani in mano, anche perché nel giro di pochi mesi escono "Non-Stop Erotic Cabaret" dei Soft Cell, "Rage In Eden" degli Ultravox, "In The Garden" degli Eurythmics, "Travelogue" degli Human League e "Computer World" dei Kraftwerk. Il chitarrista Gary Kemp, autore di tutti i brani, raccoglie la sfida trasfigurando la dilagante mania per il synth-pop in una white disco dal battito romantico e decadente, dove il groove portante non è più glaciale e geometrico ma viene imposto da basso, chitarra ritmica e snare drum. In questo modo l'immagine della band resta fedelmente ancorata ai canoni imprevedibili della "Visa Age" e al contempo l'accento si sposta su abbigliamento e cura di sé come celebrazione estatica della sensualità della giovinezza. Il budget per girare il video è risicato, appena 5.000 sterline, e il regista Brian Grant completa le riprese al London Dungeon in mezza giornata: all'orizzonte c'è la gloria, Tony la scruta con il binocolo mentre gli altri giocano a carte indossando dei vessilli militari scozzesi che poi porteranno in scena anche a Top Of The Pops con risultati da far invidia persino all'allora tastierista dei Depeche Mode Vince Clarke, che tempo dopo ammetterà candidamente di essersi ispirato a "To Cut A Long Story Short" per comporre la sua celeberrima "Just Can't Get Enough".

Ma è l'inno classista "Reformation" il vero brano manifesto di "Journeys To Glory": Hadley è un interprete elegante e raffinato di formazione gospel, in questa fase di carriera però ha la dinamite nelle corde vocali e il grido ossessivo "shattered glass reflects elation/ reformation!/reformation!" cala come una scure su un incedere a passo marziale che ricorda molto da vicino i Litfiba di "Yassassin" e "Guerra". L'intrigante elegia neomelodica "Mandolin" alterna arrangiamenti sinistri a sontuose aperture d'ali, che rilasciano al momento giusto la tensione accumulata guidando l'ascoltatore in un flashback surreale attraverso il tempo dove Ziggy Stardust e Debbie Harry dividono il palco con Moroder e Ian Curtis, mentre il secondo singolo "The Freeze" è un'altra girandola riempi-pista a colpi di basso spinto e arpeggi ritmati a due dita. "Con la chitarra ho cercato di riempire i vuoti nel testo", racconterà Steve Norman a proposito di un brano che in termini di classifica, solo diciassettesimo, rappresenta un piccolo passo indietro rispetto a "To Cut A Long Story Short". "Non aveva un vero e proprio ritornello, ma quel che più mi piaceva è che in fin dei conti non ce n'era nemmeno bisogno. Potevamo contare su una fitta schiera di fan che la pensavano esattamente al nostro stesso modo, ecco perché ci sentivamo così sicuri di noi stessi e liberi di sperimentare". La cover artdel singolo è affidata ancora a Graham Smith, che, su precisa richiesta di Kemp, cerca di incastrare ogni tessera del puzzle secondo un minimo comun denominatore visuale. Stavolta si tratta di un carro allegorico rubato alla simbologia egizia, mentre sull'altro pezzo-chiave "Musclebound" lo spunto per le illustrazioni proviene dai mezzobusti neoclassici di John Flaxman.
Work till you're musclebound, all night long
Work till you're musclebound, all night long
Work till you're musclebound, all night long!
("Musclebound")
"Musclebound" è una sorta di chiamata alle armi elettro-folk proletaria che anticipa di un paio di anni i Depeche Mode operai tra le ciminiere di "Construction Time Again" (viene in mente "Pipeline"). L'andazzo ipnotico e ripetitivo intreccia insidiosi jingle metallici a sonorità caucasiche, non a caso il video è ambientato in Cumbria, tra le cime del Kirkstone Pass, proprio perché la vegetazione ricordava la steppa russa. La band viene immortalata durante una difficoltosa escursione a cavallo interrotta più volte a causa di una prolungata tempesta di neve. Quando Gary Kemp perse i sensi dopo esser stato sbalzato dal suo purosangue, il batterista John Keeble si rifiutò di proseguire e convinse anche gli altri membri a desistere. Così il regista Russell Mulcahy fu costretto a sborsare il doppio dei soldi inizialmente a disposizione: d'ora in avanti i costi lieviteranno sensibilmente, dato che proprio con "Musclebound" gli Spandau Ballet sembrano inaugurare una competizione al video più costoso con i rivali Duran Duran(anch'essi agli ordini di Mulcahy, che un anno dopo per "Hungry Like The Wolf", "Save A Prayer" e "Rio" preferirà invece le ambientazioni esotiche e tropicali dello Sri Lanka).
Stand by the wall, watch as they shoot you down
blood onto stone, thet're still your toys
("Toys")
Vorticosa e malaticcia, "Toys" ha le cadenze stranianti dei Simple Minds di "Empires And Dance" sotto al muro di Berlino ("This Fear Of Gods"), mentre "Confused", gioiosa solo in superficie, utilizza il suono tipicamente darkwave dei Sisters Of Mercy o dei Diaframma di "Elena" per poi sbocciare in frasi di synth che però non sono mai oscure e depresse, ma parlano anzi il linguaggio solare degli Omd meno genetici di "Bunker Soldiers". Infine, "Age Of Blows", sfizietto strumentale in cui aleggiano gli spettri della "Warszawa" di David Bowie ("Low" è del 1977) e la tambureggiante disco-funk da B-movie anni Settanta "Glow", singolo in odor di certi Inxs e Japan. "Glow" verrà pubblicato come doppio lato-A insieme a "Musclebound" e mette il sigillo su un esordio sfrontato, narcisista e dissacrante.

Probabilmente non è il miglior parametro di riferimento per valutare in toto il percorso artistico di una band che di qui in avanti sposerà un sophisti-sound decisamente diverso, eppure resta uno spaccato imperdibile della controcultura dei tempi. Gli Spandau Ballet non amano troppo la new wave, ma con "Journeys To Glory" dimostrano di saperci stare benissimo.

(20/03/2022)

  • Tracklist
  1. To Cut a Long Story Short
  2. Reformation
  3. Mandolin
  4. Muscle Bound
  5. Age of Blows
  6. The Freeze
  7. Confused
  8. Toys


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