Swell Maps

A Trip To Marineville

1979 (Rather Records/Rough Trade) | new wave, post-punk

Spesso il primo approccio a un album coincide con la fascinazione per una particolare copertina: a cavallo tra gli anni 60 e 70, le iconiche cover dei dischi dei Pink Floyd o dei gruppi progressive irretivano orde di ascoltatori e un decennio dopo in ambito new wave lo stesso fenomeno si ripeté, seppur con l’utilizzo di un’estetica meno barocca e visionaria, spesso più minimalista, ma altrettanto concettuale e artistica. Tra le copertine di quel periodo a colpire i più curiosi esploratori del post-punk (compreso il sottoscritto) è stata sicuramente quella di “A Trip To Marineville” degli Swell Maps, che mi avvicinò all’opera del gruppo senza averne ascoltato neppure una nota, con lo stesso fascino di una locandina riuscita di un film di cui si conosce poco o nulla. In quella cover è rappresentata una casa in fiamme e la prima sensazione prodotta è quella di paura e senso di pericolo, giustificato successivamente dal contenuto sonoro dell’album, ma ad ascolto ultimato si potrebbe pensare che l’incendio in questione si sia propagato dal sacro fuoco della creatività: una creatività debordante e incontenibile come le fiamme che fuoriescono dalle finestre e dalla porta della casa incendiata.
Una metafora folgorante riferibile non solo all’album o alla band in questione, ma all’intero movimento new wave, uno dei fenomeni più importanti e rivoluzionari che la storia del rock ricordi. Ed è proprio nel calderone wave che “A Trip To Marineville” è stato inserito, ma paradossalmente neanche a un termine così onnicomprensivo è riducibile l’opera degli Swell Maps, vista la portata libera e anarchica di questa inaudita mistura di r’r, (post-) punk, psichedelia, kraut-rock e avanguardia, peraltro anticipatrice di buona parte di noise, lo-fi e certo indie-rock successivo.

Il gruppo di Birmingham poggiava principalmente sull’asse composto dai due fratelli Nikki Sudden, cantante e chitarrista, e il polistrumentista Epic Soundtrack, i cui pseudonimi rivelavano una certa velleità artistica. Due autentici born loser che camminavano sul lato selvaggio e sbagliato della strada, destinati a un ruolo marginale nella storia del rock, eppure talmente visionari da risultare seminali attraverso la loro influenza su miriadi di successori, più o meno consapevoli della loro importanza, a partire da Sonic Youth, Nirvana e Pavement per finire indirettamente agli innumerevoli discepoli delle band citate. Possibile che anche buoni conoscitori della musica post-punk li abbiano ignorati o snobbati in favore dei vari Joy Division o Wire, ma al di là dell’importanza storica, si tratta di un gruppo capace di fare la gioia tanto degli appassionati del rock più urticante quanto degli amanti della sperimentazione più ardita, in virtù di un approccio irriverente e iconoclasta, atto a scompaginare le carte in gioco.

Dopo l’uscita dei primi singoli di matrice acid-punk, nel 1979 la band esordisce sulla lunga distanza con “A Trip To Marineville” e ancora oggi il primo approccio all’album rimane devastante, con la tripletta iniziale ("H. S. Art", "Another Song" e "Vertical Slum") che convoglia il meglio del primo punk inglese: le canzoni-pallottola dei primi Wire vengono detonate con la polvere da sparo esplosiva dei Sex Pistols, assumendo le traiettorie sbilenche dei Fall e la velocità ipercinetica dei Buzzcocks, la cui virulenza è accelerata anche tramite melodie infettive. Il tutto in un inaudito frastuono lo- fi sorto ben prima che questa espressione venisse associata a un genere musicale. Si potrebbe scomodare il termine art-punk, in particolare per il testo (completo, e non solamente per il mantra “Do You Believe In Art?”) della traccia d’apertura, a metà tra la riflessione sull’autenticità dell’arte e lo sberleffo surrealista, dotato di un nichilismo non più legato solo alla situazione socio-politica ma capace di tracimare nell’estetica.
Nei due brani successivi alla triade iniziale, i nostri dimostrano di conoscere e maneggiare alla grande il genere punk, non solo in versione Uk, bensì rifacendosi alla tradizione newyorkese con il bubblegum cingolato di "Spitfire Parade", peraltro più affine agli Heartbreakers di Johnny Thunders che ai Ramones, e a quello preveggente degli Stooges in "Harmony In Your Bathroom" in cui il riff di “I Wanna Be Your Dog” viene masticato, digerito e rimesso in un vomito mefitico. Fino a metà di questo brano “A Trip To Marineville” sembrerebbe l’ennesimo disco punk-oriented, seppur eclettico e singolare nel combinare le influenze, ma nella seconda parte del pezzo iniziano le prime avvisaglie anarchiche, tra deragliamenti elettrici, piano martellante e rumorismi assortiti (tra cui gorgoglii provenienti dal bagno citato nel titolo), figli dello spirito sperimentale che animerà la seconda parte dell’opera. Un vero e proprio giano bifronte che da un lato sferraglia r’r nello stile aggressivo del ’77, dall’altra si inerpica su sentieri dell’avant-rock più visionario, pur scevro da velleità di ricerca intellettuale, ma propulso da spirito ludico di matrice dadaista e totalmente free.

La dicotomia rock-avanguardia si ripropone in "Midget Submarines", che affonda le radici in un classico riff garage-rock - genere non rievocato in chiave nostalgica come nel revival degli anni 80 - reso straniante da un canto malato e supportato da evoluzioni chitarristiche antesignane di tanto alternative rock a venire, prima di una chiusura all’insegna di una coda proto-noise.
Nei due minuti di "Bridge Head, Pt. 9", poi, gli Swell Maps si dimenticano di qualsivoglia struttura ritmica-armonica in favore di puro astrattismo d’indole freak (out), un puro delirio sonico di percussioni e suoni casuali, seguito da un’altra tripletta garage-punk-wave di marca Fall: in particolare, in "Full Moon In My Pocket" il canto di Nikki Sudden assume lo stile psicotico di Mark E. Smith e risulta problematico risalire a chi abbia influenzato chi, essendo i due contemporanei agli esordi, probabilmente il secondo sul primo, visto che su quel tono il cantante dei Fall ha costruito una carriera monolitica mentre per Sudden si è trattato di una fugace inflessione alternata al ghigno sardonico di Johnny Rotten e al registro spavaldo di Johnny Thunders.

Nel finale emergono i brani più estesi e ambiziosi che nobilitano ulteriormente l’opera: "Gunboats" è una processione eretica guidata da un basso dark à-la Bauhaus, che conduce in un viaggio oscuro memore del fascino misterico dei Pink Floyd periodo “A Saucerful Of Secrets”, creando un connubio psych-wave che farà grande una band altrettanto sottovalutata e seminale come i Red Temple Spirits. Meno suggestiva nell’atmosfera, ma ancor più ardita - e punta di diamante del lato avanguardistico dell’album - rimane "Adventuring Into Basketry", un bad trip azionato da un flipper a propulsione kraut in cui gli strumenti sparano note come palline impazzite prima che una batteria tribale e un basso pulsante conducano l’ascoltatore in un percorso labirintico segnato da deviazioni elettrico-ritmiche, un agglomerato sonico che dura quasi 8 minuti, all’interno dei quali si condensano decenni di musica sperimentale, dai 60’s dei Red Krayola ai 90’s del post-rock (che peraltro arriveranno una ventina di anni dopo).
Incredibilmente il disco termina, almeno nella sua prima versione, con i 43 secondi di "My Lil' Shoppes 'Round The Corner", ballad per chitarra scordata e voce atona, in anticipo sullo stile conciso e approssimativo dei Guided By Voices, spiazzando per l’ennesima volta l’ascoltatore (come a metà tracklist, con la sonata di piano "Don't Throw Ashtrays At Me!" in mezzo al marasma sonico) ormai definitivamente tramortito.

Al termine dell’ascolto viene subito da ripartire dalla prima traccia, tanto per fare un altro giro su questa giostra impazzita quanto per ritornare al  quesito iniziale “Do You Believe In Art?” ripetuto sfacciatamente: è difficile non credere all’arte veicolata in “A Trip To Marineville”, un’arte forse ingenua e naif, sicuramente folle e probabilmente anche geniale, in quanto prodotta da un incoscienza combinata a un talento messo al servizio di una creatività sfrenata e fieramente libera.
Le versioni successive in cd aggiungono quattro brani interessanti, che in un paio casi si rifanno ai geni della tradizione del rock più eccentrico: "Steven Does" è una parodia del rock’n’roll anni 50 per sola voce e chitarra, totalmente privata della sezione ritmica e resa assurda da un assolo di acustica scordatissima, un numero degno di Frank Zappa; mentre il funk spastico di "Doctor At Cake" si avvicina alle decostruzioni di Captain Beefheart. In "Loin Of The Surf", invece, il gruppo imbastisce un riff desert-psych(o)-garage che farebbe la gioia dei fan di gruppi contemporanei acclamati come Thee Oh Sees e King Gizzard And The Lizard Wizard, mentre la conclusione è di nuovo spiazzante con "Bronze & Baby Shoes", inquietante come il dark-folk più esoterico. Brani che arricchiscono un quadro sempre più monumentale e contraddittorio, tale da essere frutto di una banda di pazzi conclamati o forse di geni incompresi (o ancor più probabilmente entrambe le cose).

Nonostante il materiale magmatico e non troppo commerciabile il disco ebbe buoni riscontri in ambito indipendente, ma gli Swell Maps si sciolsero appena dopo il sophomore “Jane From Occupied Europe”, altrettanto visionario ma meno d’impatto rispetto all’esordio. Il fuoco creativo della band verrà in parte affievolito nella successiva carriera solista di Epic Sountrack, dedita paradossalmente a un pur pregevole crooning pop, mentre la fiaccola del rock’n roll sarà portata avanti dall’attività parallela di Nikki Sudden, pur all’interno di una riscoperta dei classici a discapito della sperimentazione. Ma il fuoco continuerà a fiammeggiare in eterno tra i solchi immortali di “A Trip To Marineville”, capolavoro misconosciuto la cui virulenza, oltre che influenza trasversale, verrà sancita dalla dichiarazione di un insospettabile fan come Tim Gane (Stereolab), che confesserà di aver ascoltato il disco, appena acquistato, per oltre cento volte, attento a non perderne neanche un secondo. Difficile credere che sia stato l’unico.

(01/08/2021)

  • Tracklist
  1. H. S. Art
  2. Another Song
  3. Vertical Slum
  4. Spitfire Parade
  5. Harmony In Your Bathroom
  6. Don't Throw Ashtrays At Me
  7. Midget Submarines
  8. Bridge Head
  9. Full Moon In My Pocket
  10. Blam!!
  11. Full Moon (Reprise)
  12. Gunboats
  13. Adventuring Into Basketry
  14. My Lil' Shoppes 'Round The Corner
  15. Loin Of The Surf
  16. Doctor At Cake
  17. Steven Does
  18. Bronze & Baby Shoes
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