Hooverphonic

Hooverphonic

Pop elettronico per orchestra

di Alessandro Mattedi

Nati nella scia del trip-hop, gli Hooverphonic di Alex Callier si sono sviluppati in un act pop-rock ed elettronico incentrato sulla magnetica voce di Geike Arnaert, in un connubio che ha dato i suoi frutti soprattutto con singoli di successo. Dopo la rottura con la cantante, il gruppo fiammingo ha faticato a trovare una nuova alchimia, nonostante le diverse voci che si sono alternate

Gli Hooverphonic sono probabilmente il più famoso gruppo pop belga, certamente un’istituzione della musica fiamminga, capace di conquistarsi numerosi dischi d’oro e di platino in patria, nonché di ottenere anche un buon successo internazionale grazie a notevoli singoli che hanno segnato un decennio di carriera e sono stati anche inseriti nelle colonne sonore di celebri film o pubblicità.

La storia della band nasce dall’incontro del bassista Johan Alex Maria Callier (che è anche il leader e principale mente compositiva), del chitarrista Raymond Geerts e del tastierista Frank Duchêne nella città di Sint-Niklaas, nelle Fiandre orientali, a pochi kilometri da Anversa. Formatosi nel 1995 inizialmente come Hoover, il gruppo muta rapidamente nome in Hooverphonic, un po’ per evitare noie legali con una nota marca di elettrodomestici, un po’ perché il suffisso aggiunto è accattivante e richiama il campo semantico del suono.
Nel primo anno di vita si alternano ben tre cantanti femminili prima che alla corte di Callier si stabilizzi come voce regolare e ufficiale la talentuosa Geike Arnaert.
Il fatto è che il suo approccio è quello di una persona molto esigente, dirigista e ambiziosa: ogni componente del gruppo (che è un po’ la sua creatura personale) deve rispondere a precise caratteristiche che Callier ha in mente per il suono delle canzoni e mostrare una partecipazione e una dedizione assolute. Ciò porta a metodi abbastanza rigidi. La prima cantante Esther Lybeert, dopo avere registrato qualche demo, viene licenziata il giorno stesso della firma con la Sony per la pubblicazione del primo lavoro, e avrebbe in seguito detto: “Alex non mi ha mai permesso di muovermi troppo”. La seconda, Liesje Sadonius, che riesce a registrare un album intero prima della separazione, riesce a essere anche più esplicita: “Sentivo di aver perso la mia autonomia”. La sua sostituta è Kyoko Bartsoen, che se ne va prima ancora di registrare qualcosa e fa solo in tempo a partecipare ad alcuni concerti: “Presto mi resi conto che volevano modellarmi come la precedente cantante”.
Non ha peli sulla lingua, Callier, nello spiegare il suo metodo di lavoro: “Quando ho un obiettivo ci punto dritto, anche se questo non ha sempre reso facile lavorare con me. Ne sono più che consapevole. Non è che perché qualcuno è timido e molto fragile che necessita di un approccio gentile” (fonti: hln.be).

hooverphonic_ondarock_01L’esordio arriva quindi nel 1996 con A New Stereophonic Sound Spectacular (titolo un po’ sgrammaticato, perché Alex Callier non conosce benissimo l’inglese, il che si ripercuote anche su testi non molto caratterizzati). Il disco si inserisce nel contesto del trip-hop, che era emerso nei precedenti anni nella zona urbana di Bristol dalla vicina Inghilterra, per poi diffondersi altrove e influenzare molti artisti. L’impressione iniziale sembrerebbe per di più quella di un’imitazione palese del sound bristoliano. Il brano d’apertura “Inhaler” ricorda molto, quasi platealmente, “Protection” dei Massive Attack, con ritmiche simili e alcuni effetti elettronici pressoché sovrapponibili. La successiva “2 Wicky” addirittura ripropone quello che è uno dei cliché tipici dei gruppi di Bristol: il campionare un brano del noto cantante soul Isaac Hayes, le cui sonorità fumose e avvolgenti hanno ispirato molto del trip-hop originario, per costruirci su un pezzo nuovo (in questo caso “Walk On By”, che a sua volta era una reinterpretazione di un brano di Burt Bacharach). “Wardrope” introduce anche un creativo flauto jazzato, in maniera simile a quanto fatto dai londinesi Archive lo stesso anno con il loro “Londinium”.
Eppure i brani scritti da Callier e arrangiati assieme al resto del gruppo sono atmosferici e accattivanti. Sono scritti bene. Anche nei momenti stilisticamente più derivativi, il gusto melodico degli Hooverphonic emerge, denotando una certa maturità compositiva. Oltre tutto, il disco mostra anche gli elementi di ciò che parte della critica musicale all’epoca definì, con poca fantasia, "post-trip-hop", riferendosi principalmente ad artisti elettronici e pop che avevano incorporato elementi tipici del trip-hop nella propria musica, pur non rientrando propriamente o interamente nel genere, come ad esempio i Lamb, i Moloko, gli Sneaker Pimps o i Morcheeba. È significativo che esca lo stesso anno e in anticipo di qualche settimana rispetto agli esordi dei gruppi citati, perché all’epoca alcuni giornalisti musicali criticarono i primi lavori degli Hooverphonic considerandoli come dei loro cloni.

A New Stereophonic Sound Spectacular si pone idealmente come raccordo tra questi filoni e soprattutto come seguito diretto di “Blue Lines” dei Massive Attack, del quale è in effetti uno degli epigoni più fedeli per attitudine, riprendendone le atmosfere sognanti, gli umori rilassati e rilassanti, il piglio ritmico (pochi dischi trip-hop suonano effettivamente come quell’album, si pensi già alle differenze con gli psicologicamente più tesi “Dummy” o “Mezzanine”, per citare due classici del genere). Se ne differenzia invece sviluppando il tutto in una direzione che si incentra più sulle stratificazioni oniriche che sulle tonalità lounge.
Non mancano infatti divagazioni su ritmi differenti dal downtempo; ma a caratterizzare il lavoro è l’aggiunta di sonorità eteree che crescono man mano che ci si addentra nell’ascolto. In effetti nella parte conclusiva dell’album si assiste a una decisa infusione dell’influenza del dream-pop, che personalizza lo stile proposto dal gruppo al di là delle coordinate tipiche del trip-hop, grazie in particolare all'interpretazione vissuta di Liesje Sadonius, che si pone un po’ a metà tra Rachel Goswell degli Slowdive e Julee Cruise.
“Sarangi” ricorda “Army Of Me” di Bjork, con vocalizzi eterei dream-pop e sitar. “Nr. 9” esplora l’aggiunta di distorsioni chitarristiche da shoegaze innestate su un impianto pop-rock. “Plus Profond” si lascia andare con ritmiche drum&bass su cui si adagia una voce onirica à-la Cocteau Twins (non dissimile da quanto i Lamb avrebbero mostrato pochi mesi dopo). “Revolver” è un electro-rock soffuso e notturno che anticipa qualcosina del secondo album degli Apollo 440. “Innervoice” all’inizio ricorda “Five Man Army” dei Massive Attack, ma poi sfocia in droni distorti che cedono il posto ad atmosfere spaziali.
In effetti più che la vicinanza al trip-hop, si potrebbe imputare al disco di risultare né carne né pesce per una parte degli aficionados più puristi del genere (che potrebbero giudicarlo troppo evanescente) o dell’ethereal-wave (che lo potrebbero considerare troppo ritmato per suonare adeguatamente "dreamy"). Ma la sua forza è proprio in questo delicato equilibrio. Da segnalare che in Italia diverrà popolare “2 Wicky”, inserita nella colonna sonora del film "Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci con Liv Tyler.

hooverphonic_ondarock_02Dopo l'addio di Sadonius, il gruppo assume brevemente Bartsoen, come già anticipato, per poi separarsi anche da lei. In cerca di una nuova cantante, Callier rimane folgorato da un provino di una giovane ragazza di Heuvelland (piccolo paese vicino al confine con la Francia), non ancora maggiorenne per qualche settimana, Geike Arnaert. Le propone con molta schiettezza di unirsi al gruppo, visto che di lì a poco avrebbe terminato l’anno scolastico, e lei accetta immediatamente.
Sotto questi auspici viene dato alle stampe Blue Wonder Powder Milk (titolo volutamente senza molto senso). Lo stile ormai mette da parte gran parte dei breakbeat e si tramuta in un mix di pop/rock effettato ed elettronica, in cui le influenze trip-hop e dream-pop sono diluite nel complesso, e comunque aggiunte dopo avere scritto le melodie di base a partire dalla chitarra acustica, che trova ora maggiore spazio. È palpabile la sensazione che Callier stia cercando appositamente di far sì che gli Hooverphonic si distanzino dalla scena e dai paragoni con i Massive Attack, tanto che il singolo iniziale “Battersea” propone subito ritmiche fortemente upbeat, quasi come a opporsi alle tipiche cadenze downtempo. È un brano celestiale, aperto da un tappeto di strings melodrammatiche a cui fanno seguito ritmi jungle incalzanti, ma a spiccare è soprattutto la voce di Geike Arnaert, acuta, giovanile, fresca e sognante, in una sola parola: brillante.

Nei successivi album il ruolo di Arnaert acquisirà preminenza, ma per il momento Callier le assegna ancora un ruolo in equilibrio con le basi strumentali, cercando di indirizzarla verso tonalità eteree sulle stesse coordinate della Sadonius. In alcuni brani (la cupa e quasi lisergica “Dictionary”, l’incalzante e acustica “Electro Shock Faders”, la funkeggiante title track) addirittura è Callier in persona a cantare. Nella sua prima prova Arnaert spicca comunque molto, al punto da far quasi passare in secondo piano, occasionalmente, il resto della strumentazione e dell’effettistica.
Non mancano comunque diversi brani interessanti in sé anche senza tener conto dell'apporto della vocalist. Ad esempio, “One Way Ride” coniuga dance e dream-pop, supportata da un’elettronica che continua a suonare eterea, e da fiati a ottone. Oppure l'art-pop del singolo “Club Montepulciano”, elegante e suadente, con chitarre quasi in stile Chris Isaak. Il riferimento italiano non è casuale: Callier è affascinato dal luogo comune della bella vita e immagina che il suo gruppo possa essere una colonna sonora per un ambiente lussuoso.
I momenti più vicini al trip-hop sono in “Eden”, comunque più caratterizzata dagli archi, dal corno e dal duetto vocale che dal battito; in “This Strange Effect” (divenuta famosa per lo spot di una nota marca di telefonini), tra chitarre jangle ed effetti di tastiera che ricordano “Western Eyes” dei Portishead; e, infine, nell’elettronica mesta di “Magenta”. Ma per dire, “Lung” invece è un pezzo funky/pop, mentre “Renaissance Affair” e “Tuna” appaiono quasi digressioni folk medievali à-la Dead Can Dance remixati in ottica club e con linee vocali aeriformi. Si mette in luce una certa varietà di stili, perseguita negli arrangiamenti e nella strumentazione.
La critica si divide tra chi apprezza e chi accusa la band di trasfigurare i postumi del trip-hop senza particolare originalità, accostandola soprattutto ai Lamb. Sarà il tempo a dare maggiore soddisfazione agli Hooverphonic.

Ormai però il ghiaccio è rotto e gli Hooverphonic sono pronti a imporsi con uno stile consolidato, costruito attorno alla figura di Geike, che nei concerti stupisce sempre più reinterpretando le canzoni del primo disco con una voce magica.
Frank Duchêne però d'improvviso lascia il gruppo per divergenze creative. Le parti di tastiera e sintetizzatore ricadono a questo punto tutte nelle mani di Callier, che oltre al basso gestisce la programmazione degli effetti e della drum-machine nonché la scrittura di quasi tutta la musica e dei testi, agendo praticamente da uomo-gruppo.

hooverphonic_ondarock_03Dopo due anni esce The Magnificent Tree, e per gli Hooverphonic è il loro capolavoro. Lo stile si è evoluto ormai in un art-pop ricco di soluzioni elettroniche e d’atmosfera che impreziosiscono gli arrangiamenti, con passaggi in cui c'è un impianto ritmico più sostenuto e in certi casi vicino al trip-hop degli esordi. Al centro del songwriting c’è sempre una forma-canzone molto diretta che cerca di esaltare i ritornelli e le melodie portanti, sia strumentali che vocali. Soprattutto, con The Magnificent Tree assistiamo alla definitiva esplosione del talento canoro di Arnaert, che, più libera nelle soluzioni vocali adottate (viene messa da parte la ricerca di soluzioni celestiali dagli anni 80 a favore di un ampio campionario di melodismi più aperti), supera sé stessa quanto a carisma e versatilità. Non a caso, per la prima volta in copertina compaiono i membri del gruppo e la cantante è ritratta in primo piano (e questa struttura sarà frequente tra Lp, Ep e singoli). Per l’occorrenza sfodera un’estensione vocale di oltre tre ottave da mezzosoprano che sfocia nel soprano, un timbro flessibile che passa da acuti squillanti con un falsetto ammaliante a gorghegghi dolcissimi, un fascino magnetico che viene esaltato dalla caratterizzazione melodica delle canzoni e a sua volta contribuisce a impreziosirne l’impatto radiofonico. È un album che in tutto e per tutto mette in mostra la stella della cantante fiamminga. Inoltre, gli Hooverphonic sfoderano una produzione molto curata e ad alto budget (è il disco più costoso nella storia del Belgio).
Tutti i brani sono potenziali hit, ma alcuni svettano più di altri. L’iniziale “Autoharp” è uno strumentale tra trip-hop, ambient ed effetti stranianti, in cui la voce intona alcuni vocalizzi d’atmosfera sullo sfondo. “Waves” smonta gli elementi costituenti del trip-hop e li rimonta dopo averli riverniciati di pop elettronico. “Jackie Cane”, con chitarre surf e linee vocali seducenti, riprende i suoni isaakiani di "Club Montepulciano"; alla sua elettronica soffusa e sbarazzina fa da contraltare l'acid-jazz di “Vinegar & Salt”, mordace e suadente, con atmosfere da spy-story che esplodono nel memorabile ritornello.
I sintetizzatori depechemodiani e alienanti di “Everytime We Live Together We Die A Bit More” sanno tenere testa da soli al fascino canoro, ma con il falsetto strepitoso di “Out Of Sight” non c'è base strumentale che tenga.
È però il singolo “Mad About You” a lanciare definitivamente la stella di Geike Arnaert: introdotta da archi retrò come già era per “Battersea”, la canzone si sviluppa invece in un saliscendi di ritmi cadenzati, bassi penetranti e strepitosi acuti nel memorabile ritornello, in un crocevia tra atmosfere vintage e sensibilità più moderna.
Callier ha davvero trovato in Geike Arnaert una musa invidiabile e una colonna portante al microfono per le musiche e i testi che scrive. E lui la considera a tutti gli effetti come tale e al servizio della sua musica. Vedremo in futuro che questo atteggiamento porterà a incrinarsi i rapporti interni al gruppo, ma per il momento gli Hooverphonic sono all'apice del successo.

hooverphonic_ondarock_04Il brano “Jackie Cane” racconta di una ingenua cantante immaginaria sempre dolce e affabile con tutti e per questo sfruttata ("Jackie cane was everybody's sugar/ She gave it all wherever it took her/ They used her up before the sell-by date/ To be so sweet was her only mistake"). La canzone ispira nel 2002 il concept Hooverphonics Presents Jackie Cane. La protagonista del titolo è una giovane ragazza che decide di entrare nello show business, anche a costo di troncare i rapporti con l’adorata gemella. Quando scoprirà che quel mondo è tossico e frustrante, e che non riesce a reggere la pressione di essere divenuta una cantante famosa, lo abbandonerà per cercare di riallacciare la relazione con sua sorella, che però chiuderà il sipario con una tragedia, attuando un omicidio-suicidio tramite una zuppa avvelenata (“The Last Supper”). Tutto sommato la storia non è particolarmente complessa (nessun testo di Callier lo è) ma il finale divaga dagli stereotipi, mentre i cambiamenti di sonorità e di atmosfera nelle canzoni riflettono in modo piuttosto accurato le vicende della trama.
La prima parte del disco mantiene la base art-pop, pop-rock ed elettronica del gruppo, ma Callier cerca di orientare le composizioni verso un pop operatico che negli intenti vuole riprodurre le atmosfere dei musical di Broadway. La ricca strumentazione di supporto, che rimescola tastiere, chitarra acustica, sassofono, trombone, flauto e corno, è funzionale alla sua ambizione, ma senza eccedere in solennità – sebbene indugiando occasionalmente in qualche cliché che asseconda gli intenti di Callier di far sembrare gli Hooverphonic una band "di lusso".
Il filo conduttore rimane sempre la portentosa voce di Geike Arnaert che regge tutte le canzoni. Il trittico iniziale è una sua personale apoteosi: mordace nei toni enfatici e vagamente soul di “Sometimes”, scandita dal pianoforte e dagli ottoni; aeriforme nella liquida e isaakiana “One”; dolceamara nel pop orchestrato di “Human Interest”. I toni broadwayani ritornano nella splendida “Nirvana Blue” (inizialmente una ballata di pianoforte e strings, per poi chiudersi con un coro stratificato di supporto ad Arnaert), nel singolo “The World Is Mine” (provocante e sfarzosamente anni 70) e in “Day After Day” (con spruzzi latineggianti).
La prima metà del disco è anche la più briosa, a indicare l’entusiasmo di Jackie Cane appena entra a far parte del musicbiz. A partire però da “Jackie’s Delirium” (affascinante strumentale che rimescola elettronica, ambient distorto, percussioni inesorabili e sample inquietanti di filastrocche per bambini) e da “Sad Song” (ballata pop acustica con effetti stranianti di contorno) le atmosfere si incupiscono improvvisamente, l’elettronica e i suoni ambientali trovano più spazio, tutto si fa più desolato. “Others Delight” è uno degli apici del disco, con intensi tappeti di organo, batteria downtempo e una Arnaert particolarmente espressiva. La conclusiva “The Kiss” è una toccante ballata chamber-pop di pianoforte.
Il disco conferma la forma del gruppo, ma in generale le canzoni danno anche l’impressione di gravitare fin troppo attorno ad Arnaert, quasi al punto che se non ci fosse lei perderebbero gran parte del mordente.

hooverphonic_ondarock_05Nel 2003 la sensazione che la musica di Callier sia Geike-dipendente viene amplificata con Sit Down And Listen To Hooverphonic, tecnicamente un live, più precisamente una registrazione senza pubblico di pezzi dei dischi precedenti riarrangiati in stile minimale/semiacustico e con l’aggiunta di un’orchestra, a cui avrebbe fatto seguito un tour nello stesso stile in varie tappe teatrali belghe e non. I primi due paragoni che possono venire in mente sono il “Roseland NYC Live” dei Portishead, uscito due anni prima, e “Sleepy Buildings - A Semi Acoustic Evening” dei Gathering, registrato nello stesso periodo e che sarebbe stato pubblicato pochi mesi dopo. Purtroppo gli Hooverphonic si piazzano un gradino più in basso rispetto a queste due esibizioni, ma il risultato è comunque positivo.
Le canzoni, completamente (o quasi) epurate dalle componenti elettroniche, suonano meditate e rallentate; a spiccare è proprio la voce di Geike Arnaert, quasi sempre placida e malinconica, a sovrastare tanto la chitarra acustica quanto gli archi. Gli interventi di chitarra elettrica sono ridotti all’essenziale e unicamente per costruire le atmosfere, mai esplicitandosi in primo piano. L'attenzione gravita attorno alla giovane cantante.
La nuova veste risulta interessante e ha di che soddisfare i fan del gruppo: “One” è poeticamente malinconica, “Jackie Cane” diventa una rilassante ballata tinta da suoni tropicali, “2 Wicky” riesce a suonare elegante e trascinante allo stesso tempo, “Vinegar & Salt” è dolente e struggente, “Sometimes” sembra un orecchiabile pezzo da camera. Sono presenti anche una cover di Lee Hazlewood, “My Autumn’s Done Come”, e l’inedito “The Last Thing I Need Is You” (sullo stile tipico degli Hooverphonic). Manca inspiegabilmente una versione riarrangiata del pezzo più famoso del gruppo, “Mad About You”, eppure nei concerti gli Hooverphonic ne riproporranno sovente una interessantissima nuova versione minimalista, downtempo e graffiante, addirittura inserendoci un estratto di “Glory Box” dei Portishead (sul Dvd "Hooverphonic Singles 96-06" è disponibile una spettacolare registrazione del 2005 all’Ancienne Belgique di un concerto della band comprendente questa performance, in cui Arnaert riesce a ben figurare rispetto a Beth Gibbons quanto a espressività e carisma nonostante la cover sia di un intermezzo quasi alla mordi e fuggi).

Nel 2005 il gruppo pubblica un doppio album, con il primo disco intitolato semplicemente More Sweet Music e contenente gli inediti, mentre il secondo cd, No More Sweet Music, contiene remix degli stessi brani. Abbandonate le velleità più orchestrali del precedente lavoro in studio, il tutto suona come un'evoluzione relativamente più cupa e soffusa del lato più meditato di The Magnificent Tree, opportunamente spogliato dei ritornelli più abbaglianti a favore di un approccio lento e notturno.
Il primo disco si orienta verso sonorità tendenzialmente affini al downtempo, mescolate a un impianto tra ambient-pop ed electro-pop, perseguendo queste sonorità fumose e crepuscolari. La title track si basa su di un campionamento di “Lujon” di Henry Mancini immerso in una tavolozza che non avrebbe sfigurato in un album dei Bel Canto ed è emblematica delle coordinate generali dell’album, con tonalità lounge, che giocano a essere sensuali ma si rinchiudono in sé stesse per lasciare spazio alla voce delicata di Arnaert. “Dirty Lenses”, per contro, gioca a suonare come i Garbage in versione electro-pop ed è più spedita e ritmata.
Sono comunque i pezzi più lenti e atmosferici a spiccare (“You Love Me to Death”, “My Child”, “Ginger”), anche se appaiono per lo più ottimi esercizi di stile. In generale, il lavoro sembra costruito su poche idee melodiche e atmosferiche che Callier cerca di espandere, ma sfocia in diversi luoghi comuni, con un retrogusto ripetitivo, finendo col suonare come una sorta di sottofondo d'atmosfera agli incastri vocali sempre eccellenti di Arnaert.
Il disco di remix, cosa rara, appare più creativo e variopinto, con maggiori espedienti ritmici e soluzioni sonore a rendere il tutto relativamente eclettico.

hooverphonic_ondarock_06Due anni dopo esce The President Of The LSD Golf Club (titolo che originariamente era stato pensato per The Magnificent Tree) che vede stavolta il gruppo cimentarsi negli intenti dichiarati con lo psychedelic-pop, in realtà complessivamente ben più poppy che psych, sporcato di atmosfere dreamy e suoni lounge. Gli inserti di mellotron, rhodes, moog e clavicembalo non prendono mai il sopravvento, ma rimangono eleganti accompagnamenti sullo sfondo. Il cambio di veste giova al gruppo che ritrova una maggiore ispirazione. A dare un senso di corposità, oltre alla produzione azzeccata che riesce a dare un feeling bilanciato sia retrò che moderno, è la presenza questa volta di un batterista vero in studio (Steven Van Havere) al posto della drum machine degli album precedenti.
Le atmosfere sono sempre soffuse e rilassate, non c’è mai uno stacco da hit o momenti uptempo, è un disco rallentato che gioca sui tempi cadenzati e i riempimenti tastieristici. L’inizio è già di alto livello: i rintocchi di pianoforte di “Stranger”, l’avvolgente “50 Watt” (con Callier alla voce), l’acida “Expedition Impossible”, la malinconicamente poetica “Circles”. L’album si dipana fra brani che propongono una rivisitazione easy-listening della psichedelia (“The Eclipse Song”), ballate soffuse (“Billie”), stratificazioni emozionali (“Black Marble Tiles”) e digressioni eteree (“Strickly Out Of Phase”).
La conclusione si distanzia dalle tonalità più sommesse del resto delle canzoni ed è affidata all’inquietante ma catchy “Bohemian Laughter”, che riprende decisamente le sonorità caustiche dei Portishead nel loro album omonimo, in particolare del brano “Over”, ma in versione più soft e senza downtempo e scratching; anche la Arnaert segue linee vocali simili a quelle di Gibbons.
Non si tratta di un lavoro in sé innovativo, ma certamente reinventa il sound degli Hooverphonic dopo un periodo di stasi creativa in cui sembrava che insistere sugli stessi stilemi sarebbe risultato sempre più forzato e meno ispirato, sfociando in eccessivi cliché. La bontà delle singole canzoni viene leggermente penalizzata dal fatto che Arnaert si relega spesso in secondo piano. In alcuni punti sembra quasi languida e meno passionale. Certamente, paragonata ai singoli di successo del passato, questa non è la sua prova migliore quanto a carisma radiofonico, ma questo non è per forza un male, giacché in questa nuova veste naviga fluida con la sua voce sulle canzoni senza cercare ritornelli irresistibili, piuttosto contribuendo a generare l'atmosfera con il resto degli strumenti. Purtroppo, è possibile che gli umori rarefatti e tenui della Arnaert siano dovuti anche al difficile rapporto con i compagni, ormai giunto al culmine: dopo l’uscita del disco, infatti, la cantante abbandonerà il gruppo.

Il motivo ufficiale della dipartita è la volontà di dedicarsi a una carriera solista, ma nelle interviste Arnaert evita di tornare sull’argomento. Anche Callier è evasivo e con la stampa si mostra stizzito per la vicenda, pur senza parlarne apertamente. Quando, al termine delle audizioni per una nuova cantante, sceglie la giovane (appena 22enne) Noémie Wolfs, Callier appare quasi passivo-aggressivo, arrivando a sostenere che finalmente percepisce sintonia nelle prove. L'attacco velato è ad Arnaert, ma perché mai una frecciata così sibillina? Lei dal canto suo non si sbottona e continua a ripetere di volersi concentrare sulla sua carriera solista. Le serviranno però quattro anni prima di riuscire a incidere effettivamente un disco: evidentemente il percorso non era ancora pronto e altre motivazioni hanno portato alla separazione prematura tra le parti.

Nel frattempo, nel 2007, torna anche al microfono Liesje Sadonius (la voce nell'esordio degli Hooverphonic) con lo pseudonimo di Suzanina, pubblicando l’Ep Heavenly Juice. Il mini consiste in un pop elettronico a tinte cupe, guidato dalle strings sintetiche (non molto riuscite) e dal battito minimale (più incisivo). Il sound è soffuso e languido, purtroppo però dopo questa prova l'artista sparirà dalle scene, senza più pubblicare dischi.

hooverphonic_ondarock_07Nel 2010 esce The Night Before, in cui finalmente Noémie Wolfs debutta col gruppo al microfono. Callier decide di ritrarla in primo piano in copertina con gli altri due musicisti sullo sfondo. È quasi una dichiarazione d’intenti, gli Hooverphonic sono questi, punto, e non parliamo del passato. Tutto ciò abbinato alle dichiarazioni controverse nelle interviste, però, fa sorgere il sospetto che Callier stia cercando di riverniciare per dispetto l'immagine del gruppo. Il risultato è una perdita di consensi presso il pubblico, che influenzerà l'accoglienza nei confronti del nuovo disco.
Effettivamente l'uscita non si rivela una delle migliori del gruppo, ma non è un disastro. Il songwriting si attesta su un tranquillo e scorrevole pop-rock senza particolari ambizioni, tornando alle atmosfere dolciamare pre-LSD, ma ripulendole di molta effettistica elettronica, enfatizzando i bassi, mantenendo il sound analogico dell’ultimo album e adottando un approccio ancora più melodico. Gli arrangiamenti sono orecchiabili e molto easy-listening, ma senza rinunciare ad accompagnamenti di tastiera e archi per dare più carica emotiva ai pezzi.
Complessivamente è un album privo di sorprese e che si adagia sul sicuro, puntando a una semplice godibilità. Purtroppo, non fornisce un numero sufficiente di intuizioni melodiche lungo tutta la sua durata per dirsi veramente una buona ripartenza. Il che stupisce, perché in questo modo il disco sembra più anonimo e ripetitivo di quel che in realtà è. Non mancano, infatti, canzoni interessanti: “Anger Never Dies” vuole essere una hit trascinante e matura con alcuni dei testi meglio curati di Callier ("Anger never dies/ It's part of life/ It's part of you/ The end will cease the fire/ And make us accept we tend to lose"); “Norwegian Stars” cerca di recuperare i suoni vintage del precedente album; “George’s Café” intriga con sonorità quasi noir che non rinunciano a una forte presenza melodica; “Sunday Afternoon” riprende i suoni in stile Chris Isaak cari a Callier rendendoli ancora più melodici; “Danger Zone” è un pezzo trip-hop placido e soffuso in stile primi Archive.
Nel resto della scaletta, però, mancano guizzi sostanziosi e anche se non da buttare il risultato è discontinuo e complessivamente sotto le aspettative. Il responso del pubblico risulta generalmente negativo, anche, come già detto, per la perdita di Geike Arnaert e per il modo con cui era stato presentato il nuovo corso. Probabilmente sarebbe stato più proficuo per Geerts e Callier puntare su un lavoro più “sperimentale” (per i loro canoni) o comunque fuori dagli schemi, di modo da presentare la nuova cantante in un contesto inedito e ancora da scoprire, così da evitare paragoni ingombranti col passato e mostrare con più decisione l’intento di percorrere nuovi sentieri slegandosi dall’iconica Arnaert. Viene da chiedersi se una sua interpretazione canora avrebbe potuto impreziosire le canzoni presenti: la voce di Noémie Wolfs è statuariamente bella, ma più monocorde e ancora priva della personalità multiforme e magnetica della connazionale che ha rimpiazzato.

hooverphonic_ondarock_08Proprio l’ex-cantante dà vita in quello stesso anno al progetto Dorléac assieme a Erik de Jong alias Spinvis, un mix di trip-hop paludoso in stile Tricky, folk-pop ed electro-pop più spensierati; dopodiché, pubblica l’anno successivo il suo debutto ufficiale firmandosi come Geike e basta. Con For The Beauty Of Confusion, così, Arnaert si cimenta in un discreto pop elettronico, molto vicino alle tonalità degli Hooverphonic, risultando praticamente complementare alla direzione intrapresa dal nuovo disco della band.
In “Icy” sembra di ascoltare Goldfrapp, “Strange Disorder” si avvicina al synth-pop, “Unlock” gioca con suoni disco-funk, ma l’apice forse è “This Page”, una chiusura accattivante in seno a un mordace pop-rock con forte presenza di sintetizzatore e un ritornello accattivante.
C'è ancora del rodaggio da fare nella scrittura autonoma delle canzoni, e un po' di limatura necessaria a scremare qualche filler, ma Arnaert si mostra vocalmente più eclettica e versatile che nell’ultimo suo album a firma Hooverphonic, spaziando con disinvoltura da passaggi soffusi e quasi sussurrati a ritornelli pop solari e momenti più malinconici. Le sue qualità canore sono ancora in vista, e l’esordio solista non può che soddisfare da questo punto di vista. L’unico limite sta nella scarsa capacità di sorprendere sul versante strumentale, che si adegua a vari canoni stilistici conformati sui quali adagiare le varie tonalità espressive della voce dell’artista fiamminga, ancora in cerca di un’identità musicale stabile oltre all’aspetto canoro.

In concomitanza con l’uscita dell’album, finalmente Geike Arnaert svela alla stampa i motivi della rottura di rapporti con gli Hooverphonic. In un’intervista per la rivista Humo racconta:

Lasciare il gruppo non è stata una scelta frettolosa e volubile, ma ci avevo pensato su per mesi. Avevo solo 17 anni quando ho iniziato a lavorare con gli Hooverphonic. Le persone crescono, giusto? Quando sono cresciuta e sono diventata più saggia, ho sviluppato la mia personalità e le mie idee artistiche. Ho provato a proporle, ma gli altri non si sono mai mostrati aperti nei miei confronti. I ruoli erano fissi e i miei erano solo cantare, stare zitta ed essere bella. A volte ho sentito la versione finale di una canzone e mi son detta: 'Ma è su questo che ho lavorato?'. Ho co-ideato il concept di Jackie Cane nel 2002, sul bus durante il tour, ma per quanto ne so è stato completamente rivisto. Sì, 'Sometimes' è diventata un successo, ma come canzone non la sento mia.
Inoltre era sconfortante notare che gli uomini con cui lavoravo assieme e che vedevo come dei fratelli, a loro volta mi vedevano come… qualcos’altro. Non ho mai capito se qualcuno avesse voluto di più da me. Ad esempio, durante un tour c’era un ragazzo che mi viziava. Pensavo facesse parte dei suoi compiti, invece era innamorato di me. Dopo un po’ un altro dipendente mi attaccò: 'Con me non vuoi fare niente, ma con lui…', mentre io non facevo né volevo alcunché con nessuno. Ero lì per lavorare, no? Come cantante non ti aspetti tutta quella pressione in più. Inoltre, ho dovuto fare i conti con un entourage a cui non importavano le mie lamentele e il mio stato d’animo. Ci sono persone che hanno fatto molti soldi con gli Hooverphonic e che volevano che il treno proseguisse in ogni circostanza. Lo capisco: tutti vogliono tirare avanti. Ma non a spese del mio benessere. Ammiro Alex, ha certamente talento. E sono orgogliosa che mi sia stato permesso di partecipare a questa musica meravigliosa. Ma quella eterna spinta a forzare cose che non sentivo… a lungo andare divenne insostenibile. […]

A volte pensi: "Forse avrei dovuto ascoltare la mia voce interiore prima". Non vivrò per sempre, ho le mie idee e dieci anni mi sembrano abbastanza lunghi per accompagnare il viaggio di qualcun altro. Lasciatemi dire che l'umorismo sull'autobus turistico non è stato sempre raffinato e talvolta era solo irrispettoso. A volte è divertente, ma gli uomini non capiscono che possono farti sentire sola o usata in quanto donna. […]
Molte persone non capiscono perché dovresti uscire da un gruppo famoso e ben funzionante: perché loro stessi hanno paura dell'ignoto e non vedono per quale motivo qualcuno rifiuti il successo. Vedono il successo come una liberazione e una conferma della loro personalità: tutta quell'attenzione, vestiti gratuiti, viaggi liberi... ma può anche significare rinunce o limitazioni della propria personalità: tutto quel che non è nei piani commerciali del capogruppo si adatta, viene spostato. Alla fine, conduci una mezza vita. O la vita di altre persone. Certo, molti non vedono questo aspetto della vicenda. […]
Nella mia esperienza, fare qualcosa di bello è principalmente duro lavoro, perseveranza e remare contro i lacci che ti costringono.

hooverphonic_ondarock_09Nel 2012 è il momento scomodo, quello in cui un'uscita ufficiale mette nero su bianco la nuova cantante che si cimenta con i pezzi storici della vecchia. A Callier non importa molto, sono le “sue” canzoni, la “sua” musica, e chi ci canta è sempre una sua scelta. Hooverphonic With Orchestra è un compendio della discografia del gruppo, registrato al Koningin Elisabethzaal nel 2012 e disponibile in due versioni: una analoga a Sit Down And Listen To, quindi un’esecuzione tecnicamente dal vivo ma senza pubblico, e una più riuscita live, con i suoni tipici di un concerto (oltre che qualche brano in più). Strumentalmente le aggiunte orchestrate sono atmosferiche, ma per il resto le canzoni seguono pedissequamente le versioni originali ripulite dell’effettistica elettronica, ma con meno mordente e carisma. Vocalmente Wolfs si mostra tendenzialmente monotona, ciò che stona più di tutto il resto è il fatto che molti classici sono irrimediabilmente associati alla voce inimitabile di Arnaert, con la sua unica impostazione, e non sono reinterpretabili se non sembrandone sbiadite imitazioni. Soprattutto in grandi hit come “Jackie Cane” o “Mad About You”, si avverte la mancanza del personale e peculiare timbro della ex-cantante, senza nulla togliere al talento di Noémie Wolfs, semplicemente “diverso” e che andrebbe direzionato verso un percorso proprio, per meglio coltivare le proprie abilità canore, anziché usato come rimpiazzo. Compare anche una cover di “Unfinished Sympathy”, interessante ma non imperdibile.

Nel 2013 esce Reflection e stavolta il gruppo sembra davvero a corto di idee. Non fa che annacquare o riciclare i contenuti del precedente disco, ma con minore entusiasmo, limitandosi in gran parte a sfornare ballate pop acustiche e pianistiche senza molta personalità. La performance canora di Wolfs risulta appiattita e probabilmente sprecata, i brani per la maggior parte suonano spenti, opachi, pallide imitazioni degli Hooverphonic migliori. Fanno eccezione "Radio Silence", con duetto tra Callier e Wolfs; "Single Malt", la più notturna del disco; e il piacevole singolo “Amalfi”. Quest'ultimo fra l'altro genera un piccolo "caso" con gli abitanti della città perché il video (in cui Wolfs interpreta lo stereotipo della turista che rimane affascinata dal Belpaese e da simboli nazional-popolari come i motorini, la vecchia 500, i gelati, gli incontri romantici) viene girato invece a Ischia. Qualcuno ha provato a farlo notare in maniera colorita alla band sulle piattaforme social network, in alcuni casi accusandola di averlo fatto appositamente per far parlare di sé e guadagnare pubblicità gratuita. È più probabile che Callier non ci abbia fatto molto caso, perché quel che gli interessava era inserire dei riferimenti fini a sé stessi all'immaginario italiano e mediterraneo. Il tutto può sembrare un po' superficiale e in effetti i testi - mai stati il pezzo forte della casa - non risultano certo tra le migliori prove liriche di Callier:

Morning sunshine
You are always smiling when I open my...
My eyes do shine
Radiate like a nuclear dense cloud
You're like a real strong cup of tea
Giving me more than energy
Caffeine is just a small advance
For all the triggers that make me
Na nana nana nananana boy you make me dance
Na nana nana nananana you put me in a trance

hooverphonic_ondarock_10Alla fine nel 2014 anche Noémie tronca il rapporto con il gruppo, o forse sarebbe più corretto dire con Callier, per visioni artistiche inconciliabili sul futuro della collaborazione. Sebbene parte del pubblico si aspettasse che prima o poi un momento simile sarebbe giunto, l'annuncio coglie tutti di sorpresa quando sembrava ci fosse affiatamento. Nel comunicato stampa Callier spiega: “Abbiamo avuto bellissimi momenti, ma bisogna fare anche i conti con la realtà, non eravamo più in sintonia […] Abbiamo lottato nel gruppo per trovare un’alchimia tra di noi, ma era finita. Tiravamo la corda in una sola direzione, a quel punto meglio tagliarla”.
Raymond Geerts rincara la dose: “Ci separiamo come una buona coppia, con rispetto reciproco. Ma Noémie voleva ‘di più’, inoltre era su coordinate diverse da noi. Anche la differenza d’età è innegabile, spesso sono più vecchio dei padri delle nostre cantanti”.

La stampa belga va a nozze con il gossip e per l'occasione torna a disturbare Geike Arnaert, spingendola a togliersi altri sassolini dalle scarpe. Nel corso della trasmissione Belpop (riportata da hln.be): “Alex mi pressava molto. Quando ero in difficoltà nel trovare le intonazioni giuste, eravamo costretti a ri-registrare diverse altre volte. A un certo punto scoppiai in lacrime. Mi vedevo solo come un’estensione del suo talento. Come risultato, tra noi due c’era tensione.”
Raymond Geerts replica: “Con Alex, la ‘strada facile’ non è quella da percorrere. Geike doveva e avrebbe dovuto cantare così, anche se le note alte sono dolorose”. E così Alex Callier, a sorpresa, sul perché sia sempre tanto esigente e dirigista: “Quello che Geike non ha mai capito è che io non sono nulla senza una cantante”.
Sostanzialmente i due non fanno che confermare che il progetto è sempre stato totalmente diretto da Callier e che la sua personalità si è sempre scontrata con quelle delle cantanti che di volta in volta hanno cercato di esprimere le proprie idee musicali. Non trovando spazio per mostrarle, e non volendo essere delle semplici frontgirl dirette da un direttore d'orchestra, tutte, alla fine, hanno lasciato il gruppo.
C'è tempo però per una comparsata in radio di Geike per un'unica esibizione assieme al gruppo con la sempreverde “Mad About You”, un'operazione nostalgia che - Callier tiene a sottolineare - consiste solamente in una collaborazione una tantum.

Comunque, la ricerca di una nuova cantante non è più una priorità per il gruppo, che ormai prende la vita con più calma. Così Callier e Geerts per In Wonderland (2016) decidono di invitare al microfono gli ospiti più disparati sia maschili che femminili. Il risultato è un po' più variegato e colorato del predecessore, ma non si stacca ancora da quello che in fondo è un pop-rock orecchiabile e facilotto. Più che altro, l'album sembra una collezione di idee sparse e raffazzonate tanto per inciderle, senza unitarietà e una direzione da seguire. Sono soprattutto i pezzi più spediti a sembrare costruiti su un'idea o due interessanti, ma stirate e ripetute fino a farne una canzone. I momenti più atmosferici e soffusi sono quelli che invece mostrano maggiore caratterizzazione.
L'iniziale title track è quasi dreamy, “Badaboum” sembra una versione edulcorata degli Air. “Cocaine Kids” è un funk-pop lisergico che flirta con gli Arctic Monkeys. “Deep Forest” è una piacevole ballata chamber-pop su cui poi si inseriscono effetti elettronici e archi che richiamano molto i primi Archive e Massive Attack. “Hiding In A Song” è un pregevole esempio di art-pop con arrangiamenti raffinati e contrappunti studiati ai motivi melodici, purtroppo una mosca bianca negli Hooverphonic di questi anni. “Praise Be” appare troppo simile agli Archive nel loro periodo più pop/elettronico/barocco, cercando di suonare più spensierata ma senza molta convinzione. 
L'album è in definitiva molto discontinuo e a conti fatti deludente, ma tutta l'ultima produzione del gruppo post-Geike potrebbe essere riassunta in questi termini.

Noémie Wolfs pubblica nel mentre il suo disco solista: Hunt You a livello melodico non si discosta da quanto realizzato dalla cantante con gli Hooverphonic, ma vi apporta una vena più cantautoriale e r&b. A livello canoro, la Wolfs è ondivaga e complessivamente non mostra risultati esaltanti, a volte trovando una personalità da esprimere, ma in alcuni casi addirittura suonando meno espressiva rispetto alle prove con gli Hooverphonic. Il risultato finale riesce a metà, con alcune canzoni vissute ed emozionanti (su tutte, le stratificazioni oniriche di “All You Ever Wanted” e i gorgheggi elettronici della title track) immerse in tanto materiale trascurabile. È comunque un pizzico superiore all'ultimo disco pubblicato con l'ex-gruppo.

hooverphonic_ondarock_11Nel mentre, gli Hooverphonic rimangono un po' in disparte, con Callier che scrive canzoni che continua ad accumulare, senza molta motivazione per confezionare un disco, o meglio senza la voce giusta che lo convinca a incidere quelli che altrimenti considera brani ancora incompleti. Alla fine però la scintilla per una nuova cantante arriva lo stesso. Nonostante Raymond avesse parlato in precedenza della differenza d’età come di un problema che poneva qualche disagio nell'economia del gruppo, Callier la nuova cantante se la sceglie giovanissima: non ancora diciottenne, proprio come Geike all'epoca del suo ingresso, Luka Cruysberghs è stata sua allieva per The Voice of Flanders 2017, che fra l'altro ha vinto. Looking For Stars esce a fine 2018 e, forse perché nessuno si attendeva di meglio, sorprendentemente si rivela molto più ispirato delle aspettative. È probabilmente il lavoro migliore del gruppo in questo decennio, altrimenti amaro di soddisfazioni per i belgi, per quanto ancora lontano dai fasti di un tempo. Il motivo è presto detto: Callier ha preparato materiale per tre album, ma la giovane Cruysberghs ascoltando le demo ha immediatamente indicato quali pezzi la stuzzicassero di più e volesse cantare. Come colpito da questa affermazione di carattere, Callier ha seguito tutte le indicazioni, immaginando in pratica di realizzare una compilation delle migliori canzoni disponibili (o meglio una playlist come per Spotify, come precisa nelle interviste).
Looking For Stars è quindi ottenuto selezionando il meglio del materiale disponibile, da parte di una mente nuova e fresca che indica nuove direzioni. Il lavoro spazia tra un'elettronica suggestiva ed esotica (“Paranoid Affair”), pop sognante e solare (“Romantic”), influenze trap più contemporanee (“Concrete Skin”) come altre più anni 80 (“Uptight” o la title track).
Il disco così è in bilico tra spunti malinconici e romantici, elementi acustici, inserti di tastiera, con molte più idee melodiche a cuocere rispetto alle uscite precedenti. Occasionalmente sbucano pezzi più blandi che appiattiscono un po' la resa complessiva del disco, ma non in misura eccessiva. Il risultato non raggiunge affatto gli apici della carriera degli Hooverphonic, ma è complessivamente più che accettabile come ritorno. La voce di Luka è delicata ma potente e lascia intravedere molto potenziale per il futuro. È questo forse il preludio a una rifondazione del gruppo, che graviterà attorno al talento della nuova cantante? Oppure anche lei alla fine troverà i metodi e la presenza di Callier troppo opprimenti e limitanti per la sua identità artistica, e finirà per cercare la propria strada altrove? E se invece Callier decidesse questa volta, visti gli anni passati e le esperienze precedenti, di fare un passo indietro e lasciar andare a briglia sciolta l'esuberanza della nuova front-woman? Vedremo cosa il futuro riserverà al monicker Hooverphonic.

Ma non finisce qui: per ottobre 2019 è atteso il ritorno di Geike Arnaert, con Lost In Time, secondo album solista a otto anni di distanza dall'esordio.



Hooverphonic

Pop elettronico per orchestra

di Alessandro Mattedi

Nati nella scia del trip-hop, gli Hooverphonic di Alex Callier si sono sviluppati in un act pop-rock ed elettronico incentrato sulla magnetica voce di Geike Arnaert, in un connubio che ha dato i suoi frutti soprattutto con singoli di successo. Dopo la rottura con la cantante, il gruppo fiammingo ha faticato a trovare una nuova alchimia, nonostante le diverse voci che si sono alternate
Hooverphonic
Discografia
 HOOVERPHONIC
  
A New Stereophonic Sound Spectacular (Columbia, 1996)
 Blue Wonder Power Milk (Epic, 1998)
The Magnificent Tree (Epic, 2000)
 Hooverphonic presents Jackie Cane (Columbia, 2002)
 Sit Down and Listen to Hooverphonic (live, Epic, 2003)
 No More Sweet Music (Sony, 2005)
The President of the LSD Golf Club (Play It Again Sam, 2007)
 The Night Before (Columbia, 2010)
 Hooverphonic with Orchestra (Columbia, 2012)
 Reflections (Sony, 2013)
 In Wonderland (Columbia, 2016)
 Looking for Stars (Universal, 2018)
  
 LAVORI SOLISTI
  
 Suzanina - Heavenly Juice (Drago Records, 2007)
 Geike + Erik de Jong - Dorléac (Excelsior, 2010)
 Geike - For the Beauty of Confusion (GSB, 2011)
 Noémie Wolfs - Hunt You (Universal, 2016)
 Geike - Lost in Time (Sony, 2019)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Mad About You 
(videoclip da The Magnificent Tree, 2000)

Vinegar & Salt
(videoclip da The Magnificent Tree, 2000)

Sometimes
(videoclip da Hooverphonic presents Jackie Cane, 2002)

Mad About You + Glory Box, live at Ancienne Beligique 2005 
(cover Portishead, da Hooverphonic Singles 96-06 DVD)

 

Anger Never Dies 
(videoclip da The Night Before, 2010)

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Recensioni

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Il convincente ritorno della formazione fiamminga

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