Loscil

Plume

2006 (Kranky) | elettronica

Da "Triple Point" (Kranky, 2001) al recente "States" (One, 2006; un’antologia di droni), Scott Morgan ha dimostrato scientificamente che la musica cosmica (nondimeno adatta per interni, tipo spazioporti, stazioni orbitanti, market venusiani, eccetera) non ha concluso il proprio ciclo vitale con le sinfonie celesti di "Cosmic Century" (Wallenstein 1973), con l’epica frastagliata di "Gilles Zeitschiff" (Sternenmädchen 1974) o con la decelerazione del motore a curvatura di Klaus Schulze.
La maestosa kosmische musik, abbozzata nel caos primordiale dagli Ash Ra Tempel, dal formidabile duo Witthüser e Westrupp e dalle intemperanze elettroniche di Sergius Golowin ("Lord Krishna Von Goloka" del ’73 rimane un gioiello di altissima caratura), dopo il dubbio impasto in salsa new age, sembra aver ritrovato l’habitat iniziale nella semplicità perfetta della sintesi, in una koinè epurata da eventuali eccessi spirituali (o presunti tali) rei di possederne l’anima.

Il discorso conduce al progetto Loscil firmato da questo strano canadese, batterista nei Destroyer di Dan Bejar e seguace certo del grande pioniere tedesco, capace di tradurre in suite postmoderne la gloriosa tradizione, mantenendo al contempo personalità e un particolare metodo di applicazione, aderente alla poetica dei Cluster della seconda prova ("Cluster II", Metronome, 1972), al senso melodico di Henry Mancini ma soprattutto a quel Gavin Bryars, autore indefinibile per eccellenza, con il quale cerca sovente il confronto nel cosiddetto annullamento delle dinamiche.
Figura complessa quella di Scott Morgan, da qualcuno individuato come il prototipo del compositore contemporaneo (scrive colonne sonore per menù di Dvd, per siti internet, ha curato le musiche per due corti d’avanguardia presentati al Barcelona Off-Line Flash Film Festival), e complessa si presenta la sua inusuale, bizzarra musica da camera (di decompressione), generata da lunghe texture ultraterrene, sintetizzatori alimentati a idrogeno liquido e un fine distillato di Pan Sonic e Boards of Canada (con un tocco di Brian Eno, naturalmente).
Con tale bagaglio e tali influenze, Morgan prosegue con "Plume" il discorso interrotto nel precedente lavoro, il notevole "First Narrows" del 2004 (pubblicato sempre dalla coraggiosa etichetta di Chicago), apportando leggere modifiche all’architettura di base (con la sorprendente eccezione di "Chinook") e mantenendo inalterati i mood, gli umori elettronici, il pantheon ipnotico e cerebrale del già citato disco del 2004 e del suo predecessore, "Submers" (Kranky, 2002).
Tuttavia, a ogni ulteriore ascolto, le novità danno l’impressione di non essere poi così irrilevanti e il Loscil-sound assume le sembianze di un flusso sonoro in continuo divenire. Costante nel moto, ma imprevedibile nell’andatura.

Alla stregua di "Motoc", l’oscura traccia che apre l’album: un tetro movimento lunare, un serpente umanoide, un unico loop misterioso e straniante, il raccordo più esplicito con l’opera di due anni fa. E’ lo stesso Scott Morgan a palesare le affinità tra i due album: "A livello compositivo, molte tracce di 'Plume' sono simili come approccio a quelle di 'First Narrows'; cominciano con una radice armonica dalla quale abbiamo elaborato una struttura sciolta su cui i musicisti potevano improvvisare".
Per il disco, Morgan ha confermato la presenza di Jason Zumpano, Josh Lindstrom (xilofono e vibraphone) e Steve Wood, prediligendo appunto una dimensione live differentemente dalla precisione matematica di "First Narrows" e "Submers". La lunga "Rorschach" conferma questa volontà. Ritmiche dub e chitarre occultate da sintetizzatori eterei, melodie arcane, pressante sentore claustrofobico, smarrimento improvviso, una tastiera che vibra di impulsi tiepidi.
"Plume" si potrebbe riassumere così, analogamente alle atmosfere concepite in "Zephyr" e "Steam": strali noir per un giallo ambientato su Marte, soundtrack per indagini sotto un cielo con tre soli. Le stanze di "Plume" subiscono una parziale nuova distribuzione con "Chinook", micro-variazione sul tema, che introduce un ritmo decisamente più incalzante, una sorta di adagio allegro, e spezza le superfici sci-fi finora edificate dall’ensemble.
Motivi che ritornano con "Bellows" e i suoi moti ottimistici, con la delicatezza sospesa di "Halcyon" e la suite "Charlie", appositamente scritta per accompagnare incauti astronauti lungo il drammatico atterraggio su un pianeta sconosciuto. E’ facile immaginare sotto le note di "Charlie" la gigantesca nave interstellare deporsi con estrema lentezza sul terreno arido, e figurarsi gli argonauti muovere i primi passi verso l’ignoto.
La conclusiva "Mistral" riprende l’humus di "Moloc" terminando nel vuoto assoluto l’esplorazione.

Morgan ci consegna con "Plume", opera raffinata e intimista, un altro piccolo gioiello dell’elettronica in un’annata particolarmente felice per il genere (Nathan Fake, Ellen Allien & Apparat, Hashimoto; ognuno chiaramente con il proprio carattere e le proprie convinzioni artistiche), che pare abbia recuperato l’equilibrio e la compostezza dei tempi migliori.
E se amate le atmosfere dilatate e gli allunaggi, "Plume" merita senz’altro di essere inserito in plancia.

(19/06/2006)

  • Tracklist
  1. Motoc
  2. Rorschach
  3. Zephyr
  4. Steam
  5. Chinook
  6. Bellows
  7. Halcyon
  8. Charlie
  9. Mistral
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