Wildildlife

Six

2007 (Crucial Blast) | art-rock

La batteria a passo marziale che introduce “Things Will Grow” fa pensare agli Shit & Shine, ma la spirale chitarristica, carica di quell’enfasi che ben si sposa con i fumi di una sbronza, parla la lingua dei Les Savy Fav. E’ un inno che squarcia la gola, verticalmente innalzato al cielo.

Oh, benedetta California! Benedetta terra delle (con-)fusioni soniche!

Il regalo di questo 2007 si chiama Wildildlife (da quello che ci risulta, un trio – ovvero, a., w., e m.!), compagine di San Francisco all’esordio con “Six”, piccola, grande bomba di art-rock onnicomprensivo. Per la serie: se non s’inventa più niente e tutto è già stato detto (e se finanche le mezze stagioni ci hanno dato buca!), meglio allora mescolare le carte a proprio piacimento, vedendo un po’ l’effetto che fa.

E l’effetto ha pochi rivali (forse nessuno…) in questo settimo anno del nuovo millennio. La voglia matta di mettersi in gioco, la ferocia, insieme intellettualistica e primitivista, con cui si affrontano gli schemi dissoluti delle varie composizioni, legano idealmente questi momenti a tanto di quello sperimetalismo rock più o meno recente (i nomi fateli voi, se vi riesce) che tanto ci piace sbandierare quando il presente si fa avaro di “good vibrations”.

Prendete “Tuungsten Steel (Epilogue”): all’inizio sembrerebbe semplicemente volersi divertire a variare i toni epico-(finto-)giovanilistici di “Things Will Grow”, salvo, poi, esplodere rumorosa come un diadema di chimere infuocate e interstellari. Ma quando, inaspettata, la musica si ferma, c’è come un cortocircuito inspiegabile nell’aria. Il basso vibra solitario, spaurito, e sembra di essere precipitati dentro un vortice spazio-temporale dove dei Khanate smemorati hanno preso la cattiva abitudine di sentirsi la reincarnazione dell'Astro-Infinity Arkestra di Sun Ra.
Pazzesco, penserete voi… Consolatevi (o no?): si tratta solo di brevissimi momenti; momenti destinati a scomparire dentro la fanghiglia doom che, come sabbie mobili, lentamente risucchia il finale, trascinandoci verso quello scenario malinconico dove il micro-mondo dei vermi risuona attraverso il volo sconfinato e impalpabile di una melodia semplice come un’ancient lullaby (“Whooping Church”).

Dallo stesso tempo-senza-tempo sopraggiunge “Magic Jordan” (18 minuti), incanto-estasi psych-folk che ha la forza immaginifica di un meriggiare Fushitsusha-iano. Siamo commossi, inutile negarlo. Perché questi sono gli sconfinamenti che adoriamo, il sogno di una gloria lisergica che “ti ricordi i Charalambides di 'Market Square'”?” E non ci si ferma alla meraviglia dei fosfeni che sembrerebbero volerci istruire, noi poveri diavoli, sulla mineralità del nulla. C’è di più, di più: al montare epico della musica, la voce, disperata, si strazia, ed è giusto che sia così se davvero vuole insegnarci qualcosa sul dolore…
E, insomma, lo immaginavamo: la meta era quel disastro dell’anima, esponenziale e sopraffino, che solo gli Harvey Milk (grandissimi tra i misconosciuti) hanno intuito essere così prossimo all’apoteosi del doom sventrato.

E se la tensione si scioglie, aumenta, invece, il fibrillare dell’emozione: i campanellini luccicano (ma certo! poteva, forse, mancare il bucolicismo freak tanto caro alla new weird America?), la batteria spazzola seriosa, la rassegnazione e la speranza si accumulano nelle retrovie e tutto sembra straripare in un idillio senza fine.
Questo, signori miei, è sciamanesimo post-psichedelico. Queste sono dinamiche di world-music astratta – Don Cherry meets Popol Vuh nel giardino del raga infinito, mentre le voci degli angeli preparano l’ascensione verso l’armonia delle sfere…
Sublime – ricordiamolo - non è un aggettivo senza senso.

Al groove fantasmagorico di “Feed” (un rincorrersi di riverberi, distorsioni e feedback in proiezione con la voce di un possibile Dave Gahan sotto anfetamina) seguono i 14 minuti del calvario noise-blues di “Kross” (con coda ultra-doom). Ed eccola, allora, la lezione dei Jesus Lizard; lezione mandata a memoria, ma con gusto inaudito, fino alla detonazione sacrosanta che scatarra l’adrenalina come Dio comanda (ovvero, portando l’urlo primordiale dei Laughing Hyenas dentro l’eruzione monstre di tutti i nipotini carnefici degli Mc5).
Storditi, eppure nemmeno lontanamente preparati per l’incipit, scostante e misteriosa, della conclusiva “Nervous Buzzing” (14 minuti scarsi): la voce, una bava spettrale proveniente da una bara d’acciaio, con una distorsione ronzante che, poco alla volta, condensa in un fulmine che sventra, al ralenti, l’oscurità.

Bisogna pensare ai bassifondi di San Francisco – quella San Francisco! (Chrome, Minimal Man, Factrix, Residents, Monte Cazazza, Tuxedomoon); bisogna spostare le lancette indietro di almeno trent’anni, per ritrovare l’atmosfera malefica di una terra sull’orlo della catastrofe, cui solo pochi grandi artisti sono riusciti a dare un senso, giocando a stratificare prospettive e armageddon prossimi venturi. Bisogna, insomma, chiudere gli occhi e lasciare che la solenne liturgia che conclude “Six” sia innanzitutto un lasciapassare per un mondo “così vicino, così lontano”.

Quanto al resto, per chi scrive, questo è, al momento, il miglior disco dell’anno.

(02/11/2007)

  • Tracklist

1. Things Will Grow
2. Tuungsten Steel (Epilogue)
3. Whooping Church
4. Magic Jordan
5. Feed
6. Kross
7. Nervous Buzzing

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