Stephen Malkmus & The Jicks

Real Emotional Trash

2008 (Matador) | alt-rock

Una jam session in cui a divertirsi sono solo quelli che suonano è un po’ come una barzelletta che fa ridere solo chi la racconta: rimane sospesa in un limbo di stiracchiati sorrisi di circostanza. Ecco, il ritorno di Stephen Malkmus lascia più o meno così, con un senso di perplesso imbarazzo sulle labbra.
Con un passato come il suo, l’ex leader dei Pavement, giunto ormai alla quarta prova solista, può permettersi di tutto: ma quando si ritrova a suonare con i fidi Jicks, l’ebbrezza della libertà sembra prendergli troppo facilmente la mano. Era già successo ai tempi di “Pig Lib”, non a caso cointestato alla sua backing band proprio come il nuovo lavoro. Stavolta, poi, ad esaltare ancora di più la sua voglia di abbandonarsi al flusso disordinato della musica c’è anche l’arrivo tra le fila del gruppo di un pezzo da novanta come la batterista delle Sleater-Kinney Janet Weiss. Così, “Real Emotional Trash” finisce per perdere la bussola in più di un’occasione, rimanendo invischiato in lunghe digressioni fin troppo autoindulgenti e sfilacciate: solo un pugno di momenti all’altezza del songwriting obliquo e giocoso di Malkmus riescono a salvarlo in corner, pur senza cancellare la sensazione di trovarsi di fronte ad uno degli episodi meno riusciti del dopo-Pavement.

“Dragonfly Pie” si apre con una sostanziosa portata di chitarre sature dall’ardore hendrixiano, e subito cominciano le divagazioni acidule e gli effetti speciali psichedelici. Reduce dall’esperienza di immedesimazione nel Dylan elettrico per la colonna sonora di “I’m Not There”, Malkmus sembra subire il fascino del rock chitarristico di stampo più classico; approfittando dei giocattoli messi a disposizione dallo studio di Jeff Tweedy degli Wilco, il nuovo album opta allora per un approccio dichiaratamente live: “c’è molta carne al fuoco”, afferma Malkmus, “ma si tratta comunque di una band in una stanza con un bel microfono, il ragazzo che canta e qualcuno che registra”.

Per sostenere il disco non basta però la cura dedicata al suono delle chitarre (merito anche del lavoro di Nick Vernhes al mixer, già al fianco di Oneida e Fiery Furnaces, oltre che dei Silver Jews di “American Water”). “Hopscotch Willie” nasce da un’architettura di danza acustica, ma si impenna subito in una spirale di solipsismi che si avvitano su sé stessi, dando l’impressione di non sapere bene dove andare a parare. Malkmus ci scherza su come sempre: “è come cercare un disco raro di acid-folk-psych su eBay e trovare uno che per esaltarlo si chiede come abbia potuto vendere anche solo una copia quando è uscito…”. Ma la prolissa sconclusionatezza di brani come “Elmo Delmo” e la title track risulta davvero difficile da digerire.

A riscattare il bilancio di “Real Emotional Trash” ci pensano fortunatamente le gustose tastiere alla Grandaddy di “Cold Son”, che con il suo movimento plastico e la sua melodia spigliata si avvicina più che mai all’atmosfera del precedente “Face The Truth”. Ed è un Malkmus al suo meglio quello che ruba ai tardi Belle & Sebastian la briosa leggerezza di “Gardenia” e che regala gli immancabili scampoli pavementiani di “Out Of Reaches”: ancora una volta, è quando si mette ad armeggiare senza troppe remore con il pop che il Malkmus solista centra l’obiettivo di non far pensare troppo ai giorni andati.
Tra storie di maledizioni familiari scritte nel Dna e bizzarrie assortite in cui “Wanda” fa allegramente rima con “Rwanda”, alla fine la confessione più sincera si trova nei primi versi di “Dragonfly Pie”: “Of all my stoned digressions/ Some have mutated into truth”. Beh, stavolta la bilancia pende dalla parte delle digressioni stonate: per l’ora della verità meglio aspettare fiduciosi il prossimo giro.

(20/03/2008)

  • Tracklist
1. Dragonfly Pie
2. Hopscotch Willie
3. Cold Son
4. Real Emotional Trash
5. Out Of Reaches
6. Baltimore
7. Gardenia

8. Elmo Delmo
9. We Can’t Help You
10. Wicked Wanda
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