Brett Anderson

Slow Attack

2009 (B A Songs) | songwriter, chamber-pop

Pochi avrebbero potuto prevedere con ragionevole certezza che Brett Anderson, imboccata la strada della carriera in solitaria, si sarebbe, nel volgere progressivo di due album, definitivamente tramutato in un menestrello decadente, con ciuffo corvino d'ordinanza, intento a cantare l'elogio melanconico delle foglie cadute o a descrivere con minuzia sontuosamente neoliberty le prime avvisaglie di un impercettibile cambio di stagione. Dandy nella stessa misura ultraromantico e coltivatamente svenevole, un po' Lloyd Cole e un po' Richard Hawley, ma con una voce ineffabilmente aerea e flautata, Anderson, dopo due tentativi andati parzialmente a vuoto, trova finalmente la quadratura esatta della propria ispirazione poetica e regala, con "Slow Attack", la sua prova di scrittura più fluida e convincente, almeno dai bei tempi andati degli ultimi Suede.

Con l'aiuto (anche in sede compositiva) dell'abilissimo produttore e arrangiatore Leo Abrahams, Anderson ha così composto sullo sfondo di un gelido inverno londinese quella raccolta di madrigali e ballate che da anni (e non senza difficoltà) stava inseguendo. A spiccare stavolta sono sia le tessiture melodiche, calde e vibranti, sia la stoffa lavorata degli arrangiamenti, mai così ricchi di sottolineature cromatiche e svolazzanti barocchismi strumentali, sempre però perfettamente calibrati da uno sguardo sicuro e penetrante.

L'architettura e l'equilibrio prospettico degli ambienti sonori disegnati con pennellate lievi (ma decise) da composizioni come "Hymn", "The Hunted" o "Wheatfields", in bilico tra plasticità operistica e svolgimento cameristico, restituiscono tutto il candore e la ricercatezza intellettuale di un autore ritrovato. Un trama complessa di fiati e archi levigati racchiude pezzi come "The Swans" o "Julian's Eyes" in una bolla di romanticismo sospeso, stilizzato in sublimi geroglifici di forme armoniose e linee morbide che entrano in collisione luminosa fra di loro.

"Slow Attack" rappresenta in ultima analisi un punto di partenza sotto più aspetti nuovo per Brett Anderson. Dal nitore e dalla pulizia geometrica di queste canzoni traslucide e pure come neve ghiacciata il cantautore britannico ha finalmente definito i contorni distinti di una cifra poetica capace di specchiare con fedeltà le visioni e i fantasmi erotici che da sempre informano il suo spirito elisabettiano, ma senza più le ombre zavorranti di quella autocommiserazione troppo retorica ed estetizzante che aveva infiacchito i due vecchi lavori solisti. Come dire: da reduce a risorto, senza colpo ferire. Bentornato.

(02/12/2009)

  • Tracklist
  1. Hymn
  2. Wheatfields
  3. The Hunted
  4. Frozen Roads
  5. Summer
  6. Pretty Widows
  7. The Swans
  8. Ashes of Us
  9. Scarecrows And Lilacs
  10. Julian's Eyes
  11. Leave Me Sleeping
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