KA MATE KA ORA - Violence

2012 (White birch)
shoegaze, slowcore

Dal 2009, anno in cui esordirono con l’album “Thick As The Summer Stars”, Alberto Bini e i fratelli Carlo e Stefano Venturini portano avanti un loro personale e riconoscibile elogio della lentezza applicato alla musica. Il gruppo pistoiese, di recente allargatosi in quartetto con l’ingresso in pianta stabile di Lorenzo Cappelli, ha ulteriormente affinato la tecnica con il notevole “Entertainment In Slow Motion” del 2010 – pubblicato da Deambula Records, co-prodotto da Alberto Mariotti (Samuel Katarro/King Of The Opera) e con interventi di Mirko Maddaleno e Serena Altavilla (Blue Willa) – e, dopo aver partecipato ai recenti tributi italiani a Codeine e Pink Floyd, giunge con “Violence” al terzo capitolo discografico targato Ka Mate Ka Ora, questa volta per l’etichetta di casa: la White Birch Records.

Slowcore, shoegaze e tanta psichedelia rimangono le coordinate sonore della band toscana che tuttavia rinuncia, almeno in parte, agli ampi spazi post-rock del precedente lavoro per imbrigliare le melodie in strutture più evidenti trasportate, e non più semplicemente accompagnate con discrezione, da una batteria spesso a passo di marcia. Il dialogo con l’ascoltatore si fa – volutamente – più immediato, e accanto alla contemplazione e alla rassicurante languidezza compare una materia più ruvida che concorre a raggiungere lo stesso scopo di sempre: costruire architetture anticonvenzionali dalle quali plasmare progressioni e crescendi emozionali.

E così la formula dei Ka Mate Ka Ora continua a viaggiare su più livelli, tra reverie, riff magnetici e bruschi risvegli rock: le dieci canzoni di “Violence” esauriscono l’intero campionario. Aperta da una batteria solitaria, “Flowers” è una cavalcata notturna sospinta da un muro di distorsioni che rimanda ai My Bloody Valentine.

La sezione ritmica rallenta e si frammenta in “We’re Finally On Our Own” e nella successiva “Birdy”, che si slega dalla forma-canzone lasciandosi trasportare dalle chitarre in un abbozzo di preghiera pagana. Verso la metà dell’album si ritorna in superficie con il rock di “The Lobster” e “Last Words”, ma è solo una boccata d’ossigeno prima di reimmergersi negli abissi metafisici del quartetto pistoiese, o meglio nelle placide acque di “Jasmine’s Lullaby” e “Daisies Wine”, i brani che più si avvicinano alle sonorità del disco precedente.

Una soffusa inquietudine s’infiltra nei sei, ipnotici minuti di “The Funeral March of the Whales”, ma ancora una volta la tensione si stempera nello shoegaze di “Dreamer of Pictures”. L’oscura, malinconica progressione di “Mistake Song” chiude un album complesso e tirato, un’opera capace di sintetizzare un cammino musicale coerente e privo di passi falsi.

15/01/2013

Tracklist

  1. 1. Flowers
  2. 2. We're Finally On Our Own
  3. 3. Birdy
  4. 4. The Lobster
  5. 5. Last Words
  6. 6. Jasmine's Lullaby
  7. 7. Diasies Wine
  8. 8. The Funeral March Of Whales
  9. 9. Dreamers Of Pictures
  10. 10. Mistake Song

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